L'indipendenza del Veneto, non sottovalutare
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L'indipendenza del Veneto, non sottovalutare
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L'indipendenza del Veneto, non sottovalutare

L'Europa è piena di movimenti e richieste separatiste. Guai a catalogarli come populismo

L’Italia non è sempre stata una e non è detto che lo rimanga. Unita. Quindi attrezziamoci mentalmente a uno scenario di disgregazione.

Troppo facile liquidare le spinte indipendentiste del Veneto come frutto di campagne populiste. Il tema è più attuale di quanto non s’immagini, anche perché al di là del risultato del referendum online non verificabile al quale avrebbero partecipato 2 milioni di veneti in maggioranza indipendentisti, tutti i sondaggi concordano sul fatto che la spinta centrifuga è comunque prevalente (l'analisi dei numeri ). C’è poi una differenza non marginale di sfumature tra pulsioni alla secessione, all’indipendenza o all’autonomia. Rendersi indipendenti, dotarsi di una forma di autogoverno, non significa giocoforza separarsi. Il tema fondamentale è quello del fisco, che viene re-distribuito nella cornice di uno Stato nazionale. L’esempio principe è quello della ex Jugoslavia. 

Croazia e Slovenia proclamarono l’indipendenza dalla Federazione degli “slavi del Sud” (“jugo-slavi”) costituendosi in Stati nazionali secessionisti. Le due Repubbliche più ricche della Jugoslavia erano stanche di costituire la fonte principale di finanziamento dello Stato federale centrale, comprese le Forze armate. A questo si aggiungeva però un elemento storico-culturale ed etnico che affondava le sue radici in secoli di contrapposizioni armate. Non a caso la guerra nella ex Jugoslavia ha contagiato Bosnia-Erzegovina e Kosovo, coinvolgendo tutte le nazionalità di uno Stato in qualche modo condannato alla dissoluzione dopo la morte di Tito.

In Europa, oggi, questa febbre secessionista è diffusa, anzi onnipresente. Le scadenze del 2014 più rilevanti sono quelle dei referendum scozzese (concordato con Londra) e catalano (osteggiato da Madrid), e le elezioni di maggio nelle Fiandre, la regione più ricca del Belgio dove si parla una lingua neerlandese diversa dal francese dei Valloni. Nel caso delle Fiandre e di Barcellona, si tratta di regioni ricche, che danno più di quello che ricevono dallo Stato centrale. Nel caso della Scozia, invece, l’effetto positivo per Edimburgo di una eventuale secessione sarebbe assai controverso (nonostante la Scozia non sia priva di risorse, principalmente petrolio, gas e whisky). Intanto ecco che la Crimea si separa dall’Ucraina nell’aspirazione a unirsi alla Russia, di fatto se non formalmente. E brillano sotto la cenere i focolai basco in Spagna, nordirlandese in Gran Bretagna, corso in Francia.

L’Italia non è immune, anche se il separatismo è tradizionalmente più sardo, siciliano e sudtirolese che non veneto o lombardo. In Italia, il problema nasce da una profonda insoddisfazione dei cittadini verso lo Stato centrale, verso Roma, e verso l’apparato burocratico con tutte le sue rigidità e la sua violenza di tutti i giorni. Il problema è molto serio, tutt’altro che folcloristico, anche se non etnicamente motivato. E si sposa, alla vigilia delle elezioni europee, con l’insofferenza verso un altro livello di centralismo burocratico, quello dell’Unione europea. Spinte diffuse alla disgregazione e riaggregazione su scala minore attraverso il continente.

In Italia il desiderio di autogoverno ha motivi politico-economici. Nasce dall’esasperazione, dallo scollamento rispetto al governo centrale e alle sue diramazioni e ramificazioni. È un errore dare un giudizio semplicemente negativo dell’indipendentismo e dei movimenti che lo “cavalcano”, tacciati automaticamente di populismo. Anche perché l’insoddisfazione verso lo Stato è più forte oggi proprio in quei territori del Nord nei quali sempre c’è stata una forte etica del lavoro e non certo della criminalità come anti-Stato. Il referendum online degli ultimi giorni non è ancora un referendum para-istituzionale sul modello di quello indetto in Catalogna, né tantomeno una consultazione legittimata dal centro come quella scozzese. Ma non per questo va sottovalutata la spinta alla separazione e all’indipendenza (che non è secessione) inserita per di più in un contesto generale di implosione degli Stati nazionali. L’Europa stessa è frammentata e divisa, non può costituire un ombrello sotto il quale gli indipendentisti di tutti i colori possano trovare rifugio. La UE, oggi, non è un’Unione ma un cartello di Stati nazionali sempre più deboli, sia all’interno, sia tutti insieme nella proiezione esterna in un mondo di soggetti globalmente forti (Stati Uniti , Cina…).

Nulla si può escludere. Sarebbe un azzardo giurare sull’eternità dell’Unità d’Italia.

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