Cronaca

Crimini d'amore, il confine tra lecito ed illecito nei sentimenti

Il nuovo saggio di Daniela Missaglia racconta storie di amori, anzi, di donne vittime dei loro stessi sentimenti

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Maurizio Tortorella

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Nella storia ci sono stati libri che sono stati “peggio di una battaglia perduta”. Oggi ci sono libri che rappresentano guerre da vincere. È il caso di Crimini d’amore (Cairo editore, 190 pagine, 14 euro), il saggio appena pubblicato da Daniela Missaglia, avvocato matrimonialista a Milano.

Il libro, attraverso una decina di storie disperanti, tutte narrate in prima persona (e non solo da questo è evidente la partecipazione dell’autrice), racconta il dramma di donne che si trovano nella folle situazione di essere vittime del loro stesso amore. Imprigionate in una ragnatela sentimentale da cui non riescono a uscire: per affetti malconcepiti, per paura, per incapacità di ribellione, forse anche per una cultura che ancora non riesce a cambiare (del resto, il delitto d’onore è stato abrogato definitivamente solo nel 1981!). Il libro presenta storie vere, tutte uscite dal cassetto di un avvocato che ha visto e vissuto tanti casi di separazioni e divorzi, spesso tardivi: “Nel corso di oltre due decenni” scrive Missaglia “ho parlato con centinaia di donne molestate: senza la consapevolezza di esserlo o senza avere mai avuto il coraggio di parlarne”.

Amori malati. Le cui storie l’autrice condisce con analisi e dati sorprendenti: per esempio, siamo forse tutti convinti dalla frequenza delle cronache che l’Italia sia ai vertici delle molestie, visto che il 15-20% delle donne dichiara di avere subito una qualsiasi violenza in campo sessuale dal partner, e invece siamo nelle più basse posizioni europee: la percentuale sale al 44 in Francia e in Gran Bretagna, al 46 in Svezia, al 47 in Finlandia, addirittura al 52 in Danimarca.

Va da sé che il libro racconta una realtà da correggere urgentemente, ma la politica risponde con lentezza. Il reato di
“stalking” è stato introdotto nel nostro ordinamento soltanto nel 2009, e soltanto grazie all’impegno del ministro per le Pari opportunità di un governo Berlusconi, Mara Carfagna. La sua norma anti-molestie è impostata bene, ma non ha saputo “sfondare” negli uffici giudiziari, che sono ancora troppo lenti nel produrre una reazione adeguata al reato.

Un mese fa, il 28 marzo scorso, la Camera dei deputati ha iniziato il dibattito in aula sugli emendamenti al “Codice rosso”, un disegno di legge firmato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e da quello della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno. La norma, nel testo approvato un mese prima dalla Commissione giustizia della stessa Camera, prevede misure cautelari in tempi brevi e corsie preferenziali per le indagini sui reati contro la “violenza di genere” (stalking, violenza sessuale, violenza di gruppo, maltrattamento contro i minori in famiglia, prostituzione minorile). A tutela delle vittime del reato, si estende l'uso del braccialetto elettronico a chi viene sottoposto a divieto d’avvicinamento. Il pubblico ministero viene obbligato ad ascoltare la persona offesa entro tre giorni dalla presentazione della denuncia.
Fin qui il provvedimento è condivisibile, e infatti in Parlamento gode di una larga maggioranza di consensi: anche Forza Italia e Pd hanno presentato testi di legge che vanno nella stessa direzione di quelli di parte grillina.

A lasciare perplessi, invece, sono i forti inasprimenti di pena proposti dalla maggioranza, che le opposizioni stanno cercando di mitigare. Spalleggiato dalla Lega, il progetto del M5s vorrebbe introdurre:

• un nuovo massimo di 10 anni di reclusione per il maltrattamento e per lo stalking (oggi il massimo per lo stalking è di 4 anni, e di 6 per i maltrattamenti in famiglia);
• fino a 12 anni per la violenza sessuale individuale, che salgono a 14 per la violenza di gruppo (oggi si va da 5 a 10 anni per la violenza individuale, da 6 a 12 anni per quella di gruppo);
• da 8 a 14 anni per il nuovo reato di “Deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”, cioè lo sfregio compiuto da chi usa l’acido o un’arma per sfigurare l’ex partner. Oggi un reato specifico non esiste, ma per le “lesioni gravissime” (incluso lo sfregio) il Codice penale all’art. 583 prevede da 6 a 12 anni di reclusione;
• nel caso in cui tra la vittima e l’autore del nuovo reato di sfregio sia esistita o ancora sussista una “relazione affettiva”, il provvedimento prevede un’aggravante che eleva la pena fino all’ergastolo (cioè una pena superiore a quella prevista oggi dal Codice penale all’art. 575 per l’omicidio volontario: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21”, e per lo stesso omicidio si può arrivare all’ergastolo solo se sussiste una serie di possibili aggravanti);
• fino a 24 anni per la violenza sessuale su un minore, un reato sul quale oggi il Codice penale fa alcune distinzioni con aggravanti specifiche: prevede da 6 a 12 anni per il reato compiuto su minore di 14 anni, e da 7 a 14 anni se ha meno di 10 anni. Se invece la vittima ha più di 14 anni la pena è quella prevista per la violenza sessuale: da 5 a 10 anni.
Tutti questi innalzamenti di pena, oltre a determinare squilibri nell’ordinamento penale, sono in realtà populismo giudiziario allo stato puro. Magistrati, avvocati, giuristi sono concordi su un solo fatto: nessun aggravio di pena ha mai ottenuto una riduzione nel numero dei reati.

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