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L'idrogeno decolla in aeroporto

A Torino Caselle verrà realizzato un impianto a cella combustibile che produrrà 1,2 megawatt di potenza elettrica all’ora. Anche Linate, Malpensa e Venezia punteranno sulle fuel cell. Per essere green e sostenibili.

Gli aeroporti di Milano Malpensa, Torino Caselle e Venezia Marco Polo iniziano ad attrezzarsi per cogliere l’opportunità dell’idrogeno. La richiesta di potenza elettrica degli aeroporti internazionali è elevatissima e necessariamente continua nell’arco delle 24 ore, tutti i giorni dell’anno.

Oltre all’illuminazione degli spazi vivibili, siano essi pubblici o riservati, devono essere sempre alimentati tutti gli impianti dedicati alla movimentazione e al traffico degli aeromobili, i sistemi di radioguida, le torri di controllo con i centri radar, le cucine, i parcheggi e ogni altro servizio presente. In pratica, dal punto di vista energetico ogni aeroporto è come una cittadina di circa 100 mila abitanti. E per quanto l’energia elettrica di Lombardia e Piemonte provenga in gran parte dall’idroelettrico (a Torino è al 100 per cento certificata da fonti rinnovabili), abbassare il livello di anidride carbonica prodotta in fase di generazione ed esercizio resta uno dei pilastri della transizione energetica.

Ecco perché negli ultimi giorni di dicembre la società di gestione dell’aeroporto piemontese, Sagat, insieme a Renovit, controllata di Snam e specializzata in soluzioni di efficienza energetica, hanno sottoscritto un accordo per la realizzazione di un impianto con cella a combustibile «hydrogen-ready» che funzionerà in modo co-generativo producendo fino a da 1,2 megawatt di potenza elettrica e 840 kW di calore ogni ora e potrà essere alimentato con idrogeno miscelato fino al 40 per cento in volume con gas naturale.

Rispetto alla cogenerazione tradizionale, l’utilizzo della fuel cell alimentata a gas naturale garantisce il sostanziale annullamento delle emissioni di particolato e un risparmio di emissioni di CO2 pari a 1.630 tonnellate all’anno, equivalenti a un milione di viaggi in auto sulla tratta Torino centro-aeroporto. Il valore del progetto è circa 14 milioni di euro. L’alimentazione della fuel cell tramite idrogeno e biometano consente l’ulteriore abbattimento di emissioni nocive. Si tratta di un inizio, poiché il fabbisogno di Caselle è di 17 mila MWh per l’energia elettrica e di 8.714 MWh per l’energia termica, ma è senza dubbio un’importante soluzione apripista.

La cella a combustibile, studiata e sviluppata dall’unità Hydrogen di Snam in partnership con l’americana Fuel Cell Energy, è la prima di questa tipologia e di queste dimensioni in Italia in grado di essere alimentata con percentuali variabili di idrogeno in miscelazione con gas naturale per la generazione di energia elettrica e termica. Andrea Andorno, amministratore delegato di Torino Airport, spiega: «L’implementazione di questa soluzione rappresenta il progetto di punta del nostro programma di sostenibilità Torino Green Airport, annunciato a luglio scorso e che raggruppa tutte le iniziative di sostenibilità dello scalo volte alla riduzione dei consumi e delle emissioni ambientali, confermando il nostro impegno concreto in questa direzione. Tale progetto, inoltre, ci permetterà di anticipare il nostro obiettivo di azzeramento delle emissioni rispetto al 2050».

Il progetto dell’aeroporto piemontese non è l’unico in Italia, del resto in tutto il mondo l’aviazione, dai costruttori fino agli operatori, si sta impegnando a ottimizzare e contenere le emissioni. Non a caso Snam e Sea hanno dato anche il via a un’iniziativa per l’aeroporto di Malpensa. La società che gestisce gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa ha infatti approvato il progetto per la realizzazione di un impianto per alimentare a idrogeno verde, ovvero prodotto con fonti rinnovabili, i mezzi di terra dello scalo di Malpensa. La parte infrastrutturale è stata progettata da Snam e prevede l’installazione di un elettrolizzatore (il dispositivo, alimentato da energia elettrica, consente di rompere le molecole dell’acqua, separando l’idrogeno dall’ossigeno), abbinato a un compressore, a un sistema di stoccaggio e a un impianto di erogazione dell’idrogeno. All’iniziativa saranno destinati 1,1 milioni di euro dei 25 totali riservati al più ampio progetto Olga (Holistic green airport) per la decarbonizzazione del settore dell’aviazione, finanziato dalla Ue nell’ambito del bando Horizon 2020.

Tra i protagonisti anche Rina, Registro italiano navale, ora società di consulenza. L’impianto dovrebbe essere pronto per il 2023-2024. Sull’idrogeno punta anche Venezia, con Save – la società che gestisce lo scalo Marco Polo – che ha recentemente annunciato un accordo con il leader del settore aeronautico e spaziale Airbus e con la stessa Snam per promuoverne l’utilizzo come vettore energetico per il settore aeroportuale e il trasporto aereo. L’obiettivo? Dare vita a progetti pilota da estendere poi su larga scala e promuovere la transizione energetica di un importante snodo italiano.


Rinnovare casa per vivere meglio

Ridurre i consumi energetici è l’imperativo di quest’èra più sostenibile: ammodernando i complessi esistenti, si ottiene di aiutare l’ambiente e di ridurre i costi per le famiglie. Due esempi virtuosi a Vimercate e Taranto.

di Alessio Caprodossi

Rinnovare abitazioni, stabilimenti produttivi, università e sedi della pubblica amministrazione per contenere i consumi energetici e contribuire a decarbonizzare il sistema economico, così da vivere meglio nel nome della sostenibilità. Su queste linee si muove Renovit, società nata nel 2021 dall’iniziativa di Snam e CDP Equity (società del gruppo Cassa depositi e prestiti) per ampliare il raggio d’azione della precedente Snam4Efficiency, con l’attività che passa dalle tre società operative (Tep Energy Solution, Evolve e Mieci) e mira all’efficientamento energetico di vecchi complessi, tramite soluzioni digitali e di energia distribuita che assicurano risparmi per l’ambiente e per il portafogli dei proprietari.

Dei vantaggi se ne sono accorti gli oltre 500 abitanti di un condominio costruito negli anni Settanta a Vimercate, in Brianza: la riqualificazione di sei edifici che ospitano 180 unità immobiliari e attività commerciali ha abbattuto del 50 per cento i consumi energetici, evitando circa 140 tonnellate all’anno di anidride carbonica.

Risultato ottenuto grazie all’installazione di una facciata ventilata, alla sostituzione della centrale termica e delle reti annesse e al rifacimento del sistema di acqua calda sanitaria, con l’impianto fotovoltaico installato che potrà essere sfruttato anche in modalità di autoconsumo collettivo e comunità energetica. Parte chiave dell’operazione legata al Superbonus 110 per cento è stato il consolidamento sismico del complesso, realizzato mediante l’installazione di un esoscheletro intorno ai palazzi per permettere interventi dall’esterno degli immobili e azzerare così il disagio degli abitanti. Innovativo e complesso, il progetto da oltre 6 milioni di euro è costato al condominio 260 mila euro.

Tra gli oltre 200 cantieri in corso di Renovit, un altro intervento di rilievo è la riqualificazione del quartiere Paolo VI di Taranto, in collaborazione con Prime Green Solutions (Rina) e Gabetti. A beneficiare del piano che garantirà risparmi energetici fino al 40 per cento, con il rinnovamento di una decina di edifici fine anni Ottanta, saranno gli oltre 700 residenti in 240 immobili, migliorati in termini di risposta sismica in caso di terremoto e isolamento termico esterno, con l’aggiunta di nuovi infissi e caldaie. Oltre all’ambito residenziale, la società è attiva in campo industriale, dove supporta le imprese verso il punto di equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio.

Lo sviluppo di soluzioni sostenibili non può che legarsi all’innovazione e la dimostrazione arriva dal sistema fuel cell «hydrogen-ready», che sarà realizzato insieme a Sagat Spa e installato presso l’Aeroporto di Torino nella primavera del 2023: alimentato con idrogeno miscelato con gas naturale, la cella a combustibile produrrà fino a 1,2 MWh di energia elettrica e 840 kWh di calore ogni ora.

Per guarire il mondo ci vuole un albero

Arbolia

La filosofia di Arbolia è creare barriere naturali contro l’inquinamento acustico, aumentare il benessere delle persone con una terapia cromatica, pulita, opposta al cemento.

Arbolia

Impiantare boschi, vestire le città con cinture verdi, compensare le emissioni nocive della vita quotidiana nell’atmosfera. Questa è la missione di Arbolia, società benefit che, solo nell’ultimo anno, ha arricchito le metropoli italiane con oltre 30 mila piante.

di Marco Morello

Il nome stringe dentro già tutto: Arbolia fonde il termine «Arbor», albero in latino, con «lia», suffisso di Italia. È una dichiarazione geografica d’intenti, un obiettivo green quello che si pone la società creata da Snam assieme alla Fondazione Cassa depositi e prestiti: piantare boschi urbani nel Bel Paese, vestire le città con cinture verdi, compensare le emissioni nocive della vita quotidiana nell’atmosfera. Di più: creare una barriera naturale contro l’inquinamento acustico, aumentare il benessere delle persone con una terapia cromatica, pulita, opposta al cemento.

Arbolia, costituita nella seconda metà del 2020, non è un ente non profit, bensì un’azienda cosiddetta «benefit»: inserisce logiche economiche in un percorso virtuoso. Affianca agli scopi di guadagno, che le consentono d’investire, di crescere, di mettere in moto altre iniziative, la capacità d’imprimere un impatto sul pianeta.

Si tratta di un’inedita forma giuridica, che l’Italia ha accolto con pragmatismo, consapevole del senso di prossimità che la sorregge e la spinge in avanti. Se molte realtà attive nel medesimo comparto vanno a piantare alberi in Paesi in via di sviluppo, dove i costi sono inferiori e gli spazi maggiori, Arbolia lo fa nelle città italiane di ogni dimensione, con una ricaduta diretta, palese, misurabile, su ciascun territorio.

I bilanci confermano questa traiettoria: i progetti del primo anno di attività, contando quelli realizzati e in fase di finalizzazione, parlano di un arricchimento lungo lo Stivale di circa 30 mila alberi. Foreste in scala variabile, con essenze autoctone tipiche di una zona per dare continuità e rafforzare la flora locale. Iniziative che non si riducono all’opera d’imboschimento e rimboschimento: oltre a promuovere e creare le nuove aree verdi, Arbolia ne cura la manutenzione per i primi anni sollevando la pubblica amministrazione dai relativi oneri. Un efficace esempio di tale processo è Roma, dove è nato un bosco urbano di 3.600 piante, per una superficie di circa 2,4 ettari riqualificati, all’interno della riserva naturale di Decima Malafede.

Un’impresa possibile grazie al contributo del Campus Bio-Medico che ha messo a disposizione le aree di sua proprietà, oltre che di Accenture e T.EN Italy Solutions S.p.A. Il perimetro si sviluppa attorno a un laghetto e a un grande prato, ricco di vari tipi di erbe, biodiversità vegetale e animale. Un ecosistema in sé, un habitat utile alla nidificazione, alla dimora e il nutrimento per uccelli e insetti, in particolare le api. Ci sono rifugi per pipistrelli e rapaci notturni, vengono coltivate piante dove abiteranno bruchi e farfalle. Prove generali di uno zoo metropolitano, senza barriere, a cielo aperto.

Anche Milano costituisce un eccellente esempio del raggio d’azione, la duttilità e persino il senso dell’inventiva di Arbolia e dei suoi partner. In collaborazione con Forestami, progetto promosso da vari enti compreso il Comune, e con il contributo di Accenture, Snam e la controllata Renovit, Bcg - Boston Consulting Group, Banca Ifis, Rina e Barbara Cominelli, si è deciso di far nascere zone verdi in prossimità delle uscite dell’autostrada: una nella cintura sud-est, l’altra in prossimità dell’A7.

Si arriverà a quasi 8 mila piante, in spazi di norma spogli e inutilizzati: «Due aree ai margini di Milano che da oggi diventano il biglietto da visita per chi arriva in città e non si troverà più di fronte a grigi e anonimi svincoli ma a vere e proprie isole verdi capaci di contribuire a migliorare la qualità dell’aria, mitigando gli effetti inquinanti dei veicoli in transito» ha riassunto Elena Grandi, assessore all’Ambiente e Verde del capoluogo lombardo.

A Udine, invece, la cintura green è nata nella periferia est del comune, all’interno di un contesto residenziale. Sono state messe a dimora più di 1.300 piante di varie specie, incluse tiglio, acero campestre, ciliegio, nocciolo, leccio. Arbusti quali biancospino o sambuco nero. Un ampio ventaglio, che consentirà di assorbire fino a 148 tonnellate di CO2 in 20 anni e fino a 399 kg di PM10 all’anno. L’iniziativa, resa possibile grazie anche al supporto di ICOP e DBA PRO., prevede la manutenzione del neonato bosco urbano per i primi 24 mesi e, oltre a migliorare la qualità dell’aria e della vita nella città, consentirà di mitigare la temperatura durante le giornate estive. «È tramontata la stagione delle colate di cemento e dei mega centri commerciali per Udine» ha commentato il sindaco della città, Pietro Fontanini. Che ha aggiunto: «La creazione di questo polmone naturale garantisce una boccata di ossigeno per i residenti, sia in termini ambientali e sanitari che sotto il profilo della vivibilità». Oltre a promuovere occasioni di sviluppo estese all’indotto, vivai e imprese occupate nella piantumazione e nella manutenzione; e dunque, in ultima analisi, crescita economica e sociale per le comunità e i territori.

Biometano:quando i rifiuti sono una risorsa

biometano

impianto di stoccaggio di biometano

iStock

Un impianto speciale in Sicilia trasforma il gas che si ottiene dalle biomasse agricole, dagli scarti della filiera alimentare e dalla spazzatura solida cittadina in milioni di metri cubi di combustibile green.

di Maddalena Bonaccorso

La raccolta e il trattamento dei rifiuti urbani è un settore da sempre problematico, tanto che spesso è necessario smaltire gli scarti all’estero, con conseguente perdita economica e impatto ambientale derivante dal loro trasporto in giro per l’Europa.

Ora, invece, potrebbe essere arrivato il momento della vera svolta, quella verde, sostenibile ed ecologica. Che porta in dote un cambiamento di paradigma e di visione: i rifiuti come risorsa e non più come costo a perdere. Lo dimostra il caso della Sicilia.

La parola chiave è biometano: fonte di energia rinnovabile e programmabile che si ottiene da biomasse agricole (colture dedicate, sottoprodotti e scarti agricoli e deiezioni animali), agroindustriali (scarti della lavorazione della filiera alimentare) e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani, valorizzando in questo modo l’economia circolare. Essendo chimicamente indistinguibile dal gas naturale, il biometano può essere trasportato su lunghe distanze utilizzando le infrastrutture gas esistenti, per poi trovare impiego in molti settori: a cominciare dai trasporti e, in prospettiva, nel riscaldamento e raffrescamento nei settori residenziale e terziario o nei processi industriali.

Nella pratica, questo accadrà anche grazie a due nuovi impianti che produrranno biometano attraverso il recupero della frazione organica dei rifiuti solidi urbani raccolti nel territorio. Il più recente, avviato da Snam4Environment con la controllata Enersi Sicilia, si trova nella zona più interna della Sicilia, per l’esattezza nel territorio di Caltanissetta, e potrà produrre circa 2,5 milioni di metri cubi di biometano all’anno, contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione.

Sempre in Sicilia, in provincia di Enna, è stato invece sviluppato l’impianto «Assoro Biometano» in grado di produrre biometano avanzato, destinato all’immissione nella rete gas per l’utilizzo nei trasporti. In questo caso, il gas verde proviene dalla valorizzazione di matrici agricole e zootecniche, scarti della lavorazione delle arance, sanse di oliva e altri sottoprodotti delle aziende agroalimentari dell’entroterra siciliano, in una perfetta realizzazione dell’idea di economia circolare «a chilometro zero».

È tale l’importanza del biometano per lo sviluppo futuro e l’attuazione degli obiettivi di decarbonizzazione da essere diventato una delle leve azionate dal Pnrr per rivoluzione verde e transizione ecologica. Nel piano, infatti, sono previsti quasi 2 miliardi di euro di incentivi e 5 miliardi di investimenti da qui al 2026: l’obiettivo è raggiungere un consumo di 5,5 miliardi di gas rinnovabile al 2030, su un potenziale al 2050 che potrebbe arrivare a 10 miliardi di metri cubi di biometano. Tutti questi investimenti permetterebbero all’Italia di abbattere le emissioni in linea con gli obiettivi climatici (si calcola una riduzione dei gas a effetto serra dell’80-85 per cento rispetto al gas fossile) ma anche di aumentare la competitività del settore agricolo e ridurre l’impatto ambientale dell’attività agricola e zootecnica, oggi equivalente a circa il 10 per cento delle emissioni del Paese.

Negli ultimi anni, Snam ha creato una piattaforma leader nell’economia circolare e nelle infrastrutture di produzione del biometano (da rifiuti organici, scarti agricoli, agro-industriali ed effluenti zootecnici) per contribuire a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel piano strategico 2021-2025 di Snam è prevista la realizzazione di impianti per una capacità installata di circa 120 megawatt, facendo leva anche sulle opportunità offerte dal Pnrr.

Nel biometano Snam investirà 850 milioni di euro al 2025), 100 milioni dei quali in infrastrutture per la mobilità sostenibile a biometano. Al momento, la rete gas nazionale di Snam conta una trentina di allacciamenti attivi con impianti che già vi immettono biometano. Il potenziale di espansione è notevole, con 1.700 impianti a biogas esistenti che possono essere riconvertiti a biometano. Un terzo del gas utilizzato in Italia per i trasporti, consegnato dai distributori di carburanti sia in forma compressa per le auto sia liquefatta per i camion, è già di origine «bio». A livello globale, il recente report Net zero della Agenzia internazione per l’energia stima un contributo di circa il 20 per cento dei biocarburanti nel mix energetico al 2050.

A scuola di futuro

Inizia a settembre il Liceo per la Transizione ecologica e digitale: dura quattro anni e fornisce un mix di competenze trasversali in aree strategiche della società di oggi e di domani.

di Alessio Caprodossi

Un percorso di studi imperniato sull’epoca di cambiamento che stiamo vivendo, con sostenibilità e digitale al centro di una formazione mirata a preparare i ragazzi per affrontare l’università, contando già su conoscenze ed esperienze dirette nell’ambito professionale che più attrae. Sono alcuni degli obiettivi che si prefigge il Liceo per la Transizione ecologica e digitale, la cui sperimentazione partirà il prossimo settembre e coinvolgerà 27 scuole superiori in tutta Italia, all’insegna della massima inclusività.

Un’occasione d’oro per i giovani interessati a campi di applicazione strategici per l’attuale società e in proiezione della futura carriera professionale, anche perché il processo formativo durerà quattro anni, consentendo agli studenti di iniziare l’università un anno prima, come avviene già in molti Paesi europei.

L’idea e l’impostazione del corso rimandano, del resto, ai modelli anglosassoni, con la didattica in aula abbinata a incontri con esperti, lezioni in streaming tra più istituti per uniformare la qualità dell’insegnamento e varie esperienze sul campo, come soggiorni all’estero, tirocini in azienda e camp estivi. «Sostenibilità, transizione ecologica e digitale, così come il ruolo delle discipline STEM sono temi centrali nella nuova scuola che stiamo costruendo» ha detto il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, fiducioso sulla diffusione del liceo quadriennale. Il liceo mira ad accelerare questo percorso, unendo studi umanistici e scientifici, con un ruolo centrale per matematica, scienze naturali, computer science e design thinking, che insieme a tecnologia e ingegneria rappresentano le competenze decisive per la maggioranza dei mestieri dei prossimi anni.

«Il nuovo indirizzo è il risultato di una proficua collaborazione tra istituzioni, scuole, imprese e università ed è un contributo allo sviluppo sostenibile del Paese e al futuro dei giovani, che potranno formarsi su temi chiave per la nostra società. Con nuovi metodi didattici, un filo diretto con le aziende e una particolare attenzione all’equilibrio di genere» spiega a Panorama Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, che in occasione della presidenza semestrale del consorzio Elis ha promosso, insieme allo stesso consorzio, l’innovativo corso di studi.

Parte del piano RiGenerazione Scuola volto a mutare la funzione educativa per stare al passo coi tempi, il Liceo coinvolge anche Bocconi, l’Università di Roma Tor Vergata, Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Padova con lo spin-off Mind4Children, così da agevolare la preparazione degli studenti in chiave accademica. In quest’ottica rientrano le maggiori ore dedicate all’inglese rispetto agli altri licei e l’opportunità di seguire lezioni direttamente nella lingua più parlata a livello mondiale.

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