I 5 mesi (di rinvii) del Governo Letta
I 5 mesi (di rinvii) del Governo Letta
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I 5 mesi (di rinvii) del Governo Letta

Imu, Iva, Ilva, tasse, cosa ci lasciano questi 150 giorni dell'esecutivo della larghe intese

Cinque mesi. Dal 28 aprile al 28 settembre. Cinque mesi di speranze e di illusioni, di decisioni rinviate, riforme accantonate, duelli mediatici mentre il paese agonizzava in attesa di risposte chiare dalla politica per risalire la china di una crisi epocale. Cade il governo Letta perché i ministri del Pdl si dimettono.

Ma cade soprattutto per la determinazione con la quale il Partito democratico, impegnato in una campagna tutta interna in vista del Congresso (più che nella vera azione di governo), ha voluto umiliare Silvio Berlusconi, leader di un partito cardine dell’esecutivo, alleato scomodo ma comunque alleato. Lo ha voluto umiliare alleandosi con grillini e Sel nella Giunta delle Elezioni, accelerandone la decadenza da senatore a seguito della condanna sui diritti Tv, rifiutando anche la possibilità di sottoporre almeno alla Corte Costituzionale il quesito se la Legge Severino (norma penale) potesse applicarsi al Cavaliere retroattivamente.

Ancora una volta, quindi, è un magistrato, o un collegio di magistrati, a provocare la caduta di un governo che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del presidente Napolitano, del Pdl e un po’ anche del Pd, varare in virtù delle larghe intese i provvedimenti necessari per il rilancio dell’economia. Ma la totale diversità di vedute tra Pd e Pdl pure in materia economica ha di fatto paralizzato Letta e l’esecutivo in uno stallo che il giovane presidente del Consiglio, pur con la sua competenza e buona volontà, non ha mai saputo sciogliere.

È stata una fatica. È stato tutto un’immensa fatica. C’è stato scontro su quasi tutto. Ci sono stati esponenti dell’esecutivo come Stefano Fassina, Pd, viceministro all’Economia, che hanno messo sistematicamente in dubbio gli impegni solennemente assunti dallo stesso premier davanti alle Camere su superamento dell’Imu sulla prima casa e non aumento dell’Iva.

Letta non ha tenuto in Europa quell’atteggiamento più fermo e risoluto che ci si aspettava. Non ha fatto pesare la volontà dell’intero Parlamento e del paese di cercare sponde per una svolta della politica economica europea verso la crescita, verso una linea espansiva, facendo valere necessità ormai evidenti di paesi come l’Italia, ma non solo l’Italia, attraverso un salutare sforamento costruttivo del tetto del 3% di deficit in cambio di un piano di riforme strutturali e taglio della spesa pubblica. Letta, in Europa, ha svolto i compiti ma non ha tenuto lezioni. E in Italia si è limitato a trascinarsi ogni volta verso le scadenze per poi fare poco più che rinviare le decisioni, così gettando imprenditori e famiglie in un’incertezza che è la zavorra più pesante per l’economia nazionale a tutti i livelli. Siamo sicuri che l’Imu sia stata cancellata e non posticipata o avviata verso una sostituzione di nome con la cosiddetta service tax? Siamo sicuri che i debiti delle PA saranno pagati tutti e nei tempi previsti? Siamo sicuri che l’Iva (non) aumenterà?

Ecco, l’Iva. L’ultima sceneggiata ha riguardato il non aumento dell’Iva. Il viceministro Fassina, al solito, ha detto che sarebbe stato impossibile non aumentarla (come aveva detto che non sarebbe stato possibile cancellare l’Imu sulla prima casa) senza rivedere le decisioni già prese dal governo proprio sull’Imu. E nell’ultimo Consiglio dei ministri lo scontro sulla giustizia ha messo in ombra le decisioni da prendere sull’economia. Letta voleva subito il chiarimento (guai a chiamarlo verifica, ma quello è) e lo voleva prima di decidere il non aumento dell’Iva. Chi fa il ricatto a chi, è tema di dibattito politico. Di certo, di mezzo ci va il paese. E, certo, il Pd ha brillato come partito delle tasse senza peraltro essere il partito del rigore che aveva avuto il suo campione, positivo o negativo, nel professor Mario Monti.

Certo, quel che Letta non ha saputo fare è stato affrontare con coraggio (ma che coraggio ci vuole a fare una cosa indispensabile?) i tagli della spesa pubblica improduttiva per ridurre la pressione fiscale. E poi, nessuna riforma della giustizia a dispetto delle condanne dell’Unione Europea, per non offendere la casta dei magistrati. Nessuna riforma reale del lavoro, già massacrato dalla Legge Fornero. Il bilancio è un bel regalo all’inconsistenza grillina.
Cinque mesi. Dal 28 aprile al 28 settembre 2013. Cinque mesi che non rimpiangeremo.  

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