Fusione Stampa-Repubblica: l'ultimo addio di Marchionne all'Italia
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Fusione Stampa-Repubblica: l'ultimo addio di Marchionne all'Italia
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Fusione Stampa-Repubblica: l'ultimo addio di Marchionne all'Italia

Oggi De Benedetti riesce dove Caracciolo fallì: creare un maxipolo editoriale. Mentre il numero uno di FCA completa la deitalianizzazione del gruppo

Per molto tempo, almeno fino a quando è vissuto l’Avvocato, casa Agnelli è stata la “casa reale” che all’Italia mancava. Le sue complesse ramificazioni e parentele, gli scandali e le tragedie, le nascite le morti e i matrimoni erano una sorta di evento collettivo. E il funerale del sovrano regnante, Gianni Agnelli, fu un vero e proprio lutto nazionale.

Molti italiani lontanissimi da lui per stile, per cultura e per reddito, che non avrebbero mai potuto avere qualcosa a che fare con lui, ne vissero la scomparsa con sincera partecipazione e autentico dolore.

Sono bastati pochi anni e una vigorosa cura, firmata Marchionne, perché tutto questo cambiasse. Le nuove generazioni degli eredi Agnelli, tranne l’estroso Lapo, sono profondamente anti-mediatiche, e lo stesso cognome Agnelli va scomparendo dalla galassia Fiat, anzi FCA.

La de-italianizzazione è completa
Ma l’effetto più importante della cura Marchionne è la de-italianizzazione del gruppo, di cui l’operazione Chrysler è solo un passaggio. Se la cifra costante della FIAT di Agnelli e Romiti era un rapporto simbiotico, e spesso conveniente, con il potere romano, quella di FCA è un crescente disinteresse per le confuse vicende della politica italiana.

Se l’Avvocato era ben lieto di schierare l’artiglieria dei suoi giornali a sostegno dei governi della prima repubblica, il Manager con il pullover guarda a ben altri orizzonti. Il trasferimento della sede in Olanda, l’uscita da Confindustria, ed oggi il disimpegno dal mondo dell’informazione sono tappe dell’abbandono programmato dell’Italia. Questo non significa che gli stabilimenti FIAT in Italia siano destinati a chiudere, dipenderà da molti aspetti contingenti, significa però che la testa e il cuore decisionale dell’impero si allontanano sempre più da Torino, e a maggior ragione da Roma.

A Marchionne interessa sempre meno relazionarsi con il potere italiano, dipendere dagli umori di Renzi (ma anche da quelli dei suoi avversari) sostenere o attaccare i governi italiani. E quindi sempre meno gli interessa controllare giornali che costituiscono – dal punto di vista economico – un costo e non certo una risorsa.

Il sogno di Carlo Caracciolo
Ecco dunque che diventa possibile oggi il vecchio sogno di Carlo Caracciolo: il principe – editore che per decenni fu il nume tutelare della stampa di sinistra. Caracciolo sognava, e lo propose a Gianni Agnelli, un grande polo editoriale che puntava sulla funzione rigeneratrice della sinistra, mettendo insieme le forze controllate dell’uno (Repubblica ed Espresso) e dall’altro (Stampa e Corriere della Sera).

Caracciolo era suo cognato e fra i due c’era grande affinità umana, ma Agnelli rifiutò sempre quest’idea. Stampa e Corriere dovevano avere la mani libere, al servizio degli interessi FIAT.

Oggi De Benedetti, grazie al disinteresse di Marchionne, riesce dove Caracciolo aveva fallito. È la sua rivincita postuma sull’Avvocato e su Cesare Romiti. De Benedetti fu, per un brevissimo periodo, amministratore delegato della FIAT: se ne allontanò, perché Agnelli si fidò di Romiti più che di lui. Oggi, rientra da padrone in una regione importante del vecchio impero torinese.

La rivincita di De Benedetti
Carlo De Benedetti è un imprenditore di alterna fortuna, la sua fama di innovatore si è spesso scontrata con insuccessi dolorosi e talvolta anche con salvataggi pubblici, di quelli che farebbero orrore al fantasioso fratello Franco, già senatore del PD, e tuttavia liberista convinto.

L’unico settore nel quale ha sempre mantenuto una posizione di forza, ed un progetto coerente, è proprio quello editoriale. I suoi sono giornali-partito, schierati come carri armati, in passato contro Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, oggi a sostegno di Renzi, pur con qualche distinguo, può tollerato sull’Espresso, più controllato su Repubblica.

Oggi l’impero di De Benedetti si allarga, senza alcun gemito dei tanti che si sono preoccupati dell’acquisto di RCS libri da parte di Mondadori. Se a stampare l’Orlando Furioso o le liriche di Foscolo è un solo grande editore il pluralismo è in pericolo, se si accorpano settimanali e quotidiani politicamente militanti, questa è un’intelligente politica industriale ed editoriale.

In parole più rozze: De Benedetti si è accollato (ben volentieri s’intende) il lavoro sporco. Sostenere Renzi ad ogni costo, tollerandone e giustificandone i giri di valzer, le spacconate, le contraddizioni, lasciando un piccolo spazio al dissenso sull’Espresso a dimostrazione di come il nuovo potere possa anche essere tollerante ed inclusivo.

Marchionne, invece, si defila da tutto questo, migra verso le più salubri arie anglosassoni (pare sia interessato al prestigioso Economist, che delle vicende italiane si occupa quanto delle previsioni del tempo), rinunciando al controllo non soltanto sull’antico giornale di famiglia, la Stampa, ma anche sul prestigioso Corriere.

La partita del Corriere della Sera
L’antico quotidiano milanese celebra proprio in questi giorni il 140° anniversario della fondazione. Non è un gran compleanno. Fra breve, con il disimpegno di FCA, l’azionista di maggioranza diventerà nientemeno che Diego Della Valle, dall’alto del suo 7%, ma ovviamente mr. Tods non ha né le spalle abbastanza larghe, né neppure un concreto interesse, per gestire l’ex-corazzata di via Solferino.

Che fine farà il Corrierone? Per la prima volta nella sua storia, la domanda non sembra appassionare troppo. Ma una previsione la azzardiamo ugualmente: coerente con la sua vocazione storica, il giornale fondato da Eugenio Torelli Voiller è sempre stato conformista: reazionario all’epoca di Bava Beccaris liberale con Giolitti, guerrafondaio nel 1915, fascista nella stagione fascista, antifascista dopo la liberazione, sessantottino dopo il sessantotto, ai tempi di Piero Ottone, piduista in seguito e via continuando. Un aplomb anglosassone è sempre stato il contenitore nel quale è stata incanalata una politica di sostanziale adeguamento allo zeitgeist, lo spirito dei tempi, qualunque esso sia.

Per non sbagliare, oggi fra le eleganti scrivanie volute da Albertini ad imitazione di quelle della redazione del Times, spira una forte aria renziana. La proprietà è solo un dettaglio, che verrà presto. E di casa Agnelli, in Italia, presto rimarrà solo la Juventus.

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