I Forconi, la rabbia popolare e l'apprendista stregone
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I Forconi, la rabbia popolare e l'apprendista stregone
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I Forconi, la rabbia popolare e l'apprendista stregone

Il ribellismo anarcoide dei nostri connazionali e fredda reazione della polizia: anche Beppe Grillo ora soffia sul fuoco. L'analisi - Le foto di Torino

Il loro boia chi molla è “fermiamo tutto” “mazze e pietre per cacciarli dal parlamento”, “Blokko totale” e come è sempre stato qui la lingua anticipa l’eversione, i volti assomigliano alla cresta di Robert De Niro in “Taxi Driver” che allo specchio insultava se stesso invocando la pulizia delle strade.

E pure questa Torino che i “Forconi” hanno ridotto in una curva, con la presenza contigua degli ultras di Juventus e Torino, non assomiglia per niente alla piazza metalmeccanica e operaista a cui pure i padroni sabaudi si erano abituati e che da Vittorio Valletta in poi hanno imparato a mitigare, comprendere, stanare, reprimere. Qui il “forcone” non è più il geniale marchio del ribellismo meridionale, la guerriglia interessata che due anni fa aveva già interrotto l’economia singhiozzante di un’isola come la Sicilia, il giunco che brandivano camionisti, pescatori e contadini sotto Palazzo d’Orleans, sede del governo regionale che ne fece sacche di ricatto da far marciare su Roma: “Vedete, la Sicilia è pronta a marciare”. E infatti erano richieste da “papello”, ridurre l’accisa sulla benzina, un fantomatico secessionismo finanziario fino a fantasticare addirittura la separazione dall’Italia, il ritorno all’Evis (esercito indipendentista) plasticamente raffigurata dalla presenza in corteo del nipote del bandito Salvatore Giuliano “ladro per necessità”.

È in questa Torino che il forcone perde la sua dimensione agricola e siciliana, i suoi rebbi sono le punte aguzze di questa plebe che si riversa nelle piazze quasi come una fiumana sfollata che protesta senza capi e che proprio per questo come acqua di foce trascina tutto il malcontento di questa Italia affamata, che nel palazzo della Regione Piemonte sfoga per sempre la sua vendetta contro la politica scesa alla dimensione delle mutande, gli stracci inseriti a piè di lista.

Insomma è qui al Nord che questo sottoproletariato di padroncini schiacciati da Equitalia, professionisti della guerriglia estetica come i neofascisti, studenti che cercano di oltrepassare la propria linea d’ombra, viene assemblata come nitroglicerina d’odio, la stessa delle lotte sanfediste, più spurghi che rivoluzioni, più sommosse che movimenti. E basta ancora guardare le foto di questi tupamari cileni: le sciarpe sono strette su colli taurini, gli applausi sono tutti per i negozi che decidono di chiudere le saracinesche mentre quelli che vorrebbero continuare a lavorare, e sono tanti, vengono convinti con le buone e più spesso con le cattive a recedere, come crumiri qualsiasi.

Eppure sarebbe sbagliato considerare questa rabbia e tarantella solo come il rigurgito della malavita spicciola. Guardando meglio nelle foto dai caselli autostradali, fino alle occupazioni delle prefetture c’è posto per i soliti Rubé, gli sperduti uomini di Giuseppe Borgese che sperano di trovare la redenzione nella presa della città.

C’è perfino quel riflesso incondizionato dei movimenti antagonisti di sinistra che gramscianamente si uniscono confidando di sottrarla alla destra ai Ciccio Franco che nel 1971 incendiò i calabresi che temevano di vedersi scippata la sede della Regione, giacobini e briganti impazziti che scambiano i municipi come la macchia. E’ per questo che con il suo olfatto da piromane Beppe Grillo coccola e benedice, come un reverendo, qualsiasi forma di insurrezione urbana che sia Genova, Torino, dai bus pubblici, all’antieuropeismo, agli indipendentisti veneti, tutto un clan di strepiti e schiamazzi che preparano le braccia, offrono il contenuto ideologico alla piazza, la legittimazione. Ed è tutto un inno ai “colonnelli”, una blandizia alla diserzione delle forze dell’ordine che a Torino hanno sollevato il loro casco e stretto le mani ai manifestanti quanto basta per far sognare a Grillo (e non solo) “la fraternizzazione”, l’abbandono di pubblico servizio quel “segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà”.

E preoccupano pure il ministro degli Interni, Angelino Alfano, che aveva promesso un argine, i caschi dei poliziotti che al contrario di come fece l’agente che al bacio della No tav rimase impassibile dentro il suo guscio, mostrano i propri volti impacciati, l’imperturbabilità che troppe volte è stata rimproverata ieri era accomodamento. Ebbene questi forconi che anticipano la povertà di Weimar, sono l’Italia incattivita che sogna la Marcia su Roma, e fateci caso, mai come in questi tempi tutti fanno appello alla “Marcia”, è tutto uno scalpiccio, da Grillo alla destra radicale, agli ultras, la marcia come epifania. Vogliono marciare e fermare nello stesso tempo questa Italia e torna in mente Curzio Malaparte quando pensava che ogni marcia è già sinonimo di marcio, bacato.

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