Finanziamento ai partiti: storia di un privilegio
Finanziamento ai partiti: storia di un privilegio
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Finanziamento ai partiti: storia di un privilegio

Il Governo Letta oggi con un decreto legge l'ha abolito. Sarà vero?

Il Governo Letta ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. E' il provvedimento principale e per certi versi storico, deciso dal consiglio dei Ministri di oggi. "Abbiamo mantenuto la promessa" ha annunciato il presidente del Consiglio. Gli italiani però negli anni hanno imparato a diffidare di annunci come questo.

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La questione dei finanziamenti ai partiti e, soprattutto, dell’uso che essi ne fanno in maniera impropria ha origini antiche.

Fino al 1974, anno in cui fu approvata la legge sul finanziamento pubblico, tutti i partiti si finanziavano, o sarebbe meglio dire, erano finanziati in vario modo. Nel 1947 Pietro Campilli, ministro del Tesoro, fu accusato di negligenza per aver permesso aggiotaggi per una somma che si aggirava intorno agli ottanta milioni di lire ed Ezio Vanoni, ministro del Commercio Estero, fu accusato di aver beneficiato di eccessivi profitti nell’anno in cui aveva ricoperto la carica di gestore straordinario della Banca Nazionale dell’Agricoltura, tra la fine del 1944 e la fine del 1945. La cifra imputata era di circa tre milioni di lire. Per i due imputati fu istituita una commissione speciale composta da undici membri, espressione dei tre partiti che componevano la maggioranza (democristiani, comunisti e socialfusionisti). La sentenza nei confronti di Campilli e Vanoni fu di assoluzione piena perché in un momento difficile, come quello che stava vivendo il Paese, non ci si poteva permettere un processo sommario sulla pubblica piazza per una questione morale.

“Non si renderebbe nessun servigio al Paese mantenendo il governo minorato nella questione morale”. Queste le parole del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, nell’Aula di Montecitorio.

Nei primi anni Cinquanta si registrò la prima grande Tangentopoli della storia della Repubblica italiana, lo scandalo del Miliardo legato all’I.N.G.I.C., che vide implicati quasi tutti i partiti dell’arco parlamentare ma nessuno dei tredici deputati o senatori indagati venne processato perché l’autorizzazione a procedere da parte di Camera e Senato venne negata ben sei volte.

Sul finire degli anni Cinquanta venne alla luce lo scandalo legato al “banchiere di Dio” o “facchino della carità” Giovan Battista Giuffrè. La vicenda, per certi versi simile al più tradizionale schema Ponzi, prese il nome di Scandalo dell’Anonima Banchieri e fece clamore perché il banchiere oltre a beneficiare della protezione della Chiesa, versava una parte dei suoi guadagni ad alcuni politici. L’operato di Giuffrè mise a repentaglio addirittura la tenuta del governo guidato da Amintore Fanfani che si salvò nel voto di fiducia, il 22 gennaio del 1959, con un solo voto a favore. L’esatta cifra maneggiata dal banchiere non fu mai quantificata nonostante le indagini della Commissione Parlamentare.

Gli anni Sessanta fecero registrare un vero e proprio boom di scandali politici, con cospicue somme di denaro che finivano nelle casse dei partiti. Si cominciò con quello legato alla costruzione dell’aeroporto romano di Fiumicino che vide coinvolto Giuseppe Togni, ministro dei Lavori Pubblici.
Nel 1963 fu la volta del ministro delle Finanze, Giuseppe Trabucchi, che rischiò di essere incriminato davanti alla Corte Costituzionale per non essersi accorto che alcuni importatori di banane e di tabacco messicano versavano somme ingenti ad alcuni politici. Infine ci fu lo Scandalo del petrolio che vide protagonista l’Unione Petrolifera. Nel 1967, nel corso della trattativa tra governo e compagnie, il presidente dell’associazione, Vincenzo Cazzaniga, chiese al governo un contributo per sostenere l’aumento dei costi di trasporto dell’oro nero conseguenza della chiusura del canale di Suez. Il governo accettò ma, in cambio, ottenne che il 5% dei maggiori introiti delle compagnie petrolifere fosse versato nelle casse dei partiti. Lo scandalo venne alla luce nei primi anni Settanta insieme allo scandalo dell’Enel.

Ergo, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, il finanziamento indiretto dei partiti, oltre a essere ritenuto illecito, era visto come una questione di normale amministrazione. Il 23 marzo 1967 il quotidiano economico Financial Times pubblicò un’inchiesta sull’eccessivo potere dei partiti in Italia:
“In base alla legge, i partiti sono libere associazioni. Non hanno obblighi di alcun genere per quanto riguarda l’organizzazione, la nomina dei funzionari, l’origine dei fondi. I bilanci non sono pubblicati e neppure gli iscritti possono vederli. Questi partiti somigliano a tumori le cui radici continuano ad estendersi”.

E in merito ai finanziamenti e a coloro che finanziavano, il giornale britannico sosteneva che:
“Questi finanziatori esigono vantaggi concreti e immediati sotto forma di contratti governativi, concessioni, leggi speciali ecc. Di conseguenza, i compiti dello Stato vengono assunti in misura crescente dai partiti, e il veleno si diffonde”.

Col passare degli anni si è poi scoperto che il Pci beneficiava dei rubli che arrivavano da Mosca, mentre la Dc e tutti gli altri movimenti, usufruivano anche, se non soprattutto, dei dollari provenienti direttamente dall’America tramite gli uomini della CIA.

La bomba dei dollari americani inviati per la campagna elettorale del ’72, esplose nel dicembre del 1975 quando, a Washington, la Commissione presieduta dal deputato democratico Otis Pike scoprì che:
“Gli Stati Uniti, forse senza ragione, spesero circa 6 miliardi e mezzo di lire in contributi a partiti politici, organizzazioni affiliate e 21 candidati in una recente elezione parlamentare tenuta in un importante Paese alleato dell’America...”

La Commissione Pike non si limitava ad analizzare gli ultimi anni e le ultime elezioni. Dalle indagini e dalle testimonianze si scoprì che l’afflusso dei dollari ai partiti politici italiani era cominciato nel lontano 1948 in occasione delle prime elezioni. Nelle pagine del rapporto stilato dalla Commissione si leggeva che questi partiti,  nonostante l’enorme quantità di denaro ricevuta, non erano stati in grado di gestire in maniera adeguata il potere:

“Secondo uno studio della CIA, il totale dei finanziamenti americani nelle elezioni nei precedenti vent’anni avevano raggiunto quasi 41 miliardi di lire. Nonostante questo massiccio aiuto, i beneficiari, forse da troppo tempo al potere e chiaramente squassati da dissensi interni, avevano sofferto ripetute sconfitte elettorali”.

Alla luce di tutto ciò non si poteva più prorogare la questione del finanziamento pubblico ai partiti.

Quando ormai sembrava che si era toccato il fondo l’onorevole democristiano Flaminio Piccoli mise a punto la legge sul Finanziamento pubblico dei partiti alla metà del 1973 e, a ritmi ferratissimi, venne presentata alla Camera verso la fine di febbraio dell’anno successivo. L’approvazione definitiva arriverà, da parte del Senato, il 17 aprile del 1974. Sarà ricordata anche per essere stata la legge che ha battuto il record di velocità di approvazione nella storia del Parlamento. In sole sei ore e mezza di discussione, tutti i partiti, fatta eccezione per il Partito Liberale, diedero il loro benestare.

Lo Stato italiano, a partire dal primo gennaio 1974, in quanto come sempre accade in questi casi la legge era retroattiva, avrebbe versato nelle casse dei partiti la considerevole cifra di 45 miliardi di lire l’anno. Non solo, negli anni in cui erano previste le elezioni, sarebbero stati versati sempre ai partiti altri 15 miliardi di lire per finanziare la campagna elettorale. Totale: sessanta miliardi di lire.

La Legge sul Finanziamento Pubblico ai partiti avrebbe dovuto rappresentare una soluzione definitiva al problema delle tangenti. Passarono soltanto due anni e il Paese fu sconvolto dall’ennesimo scandalo, l’affaire Lockheed. Aldo Moro pronunciò alla Camera la famosa frase in difesa della classe politica: “Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare”.

Sono passati quasi quarant’anni, con Tangentopoli di mezzo, e siamo ancora qui a stupirci che i parlamentari non vogliono che qualcuno da fuori gli vada a fare le pulci.
Luigi Sturzo il 15 settembre del 1958, si fece promotore al Senato del primo disegno di legge per il finanziamento pubblico dei partiti con queste parole:
“Noi abbiamo ormai una struttura partitica le cui spese aumentano di anno in anno in maniera tale da superare ogni immaginazione. Tali somme possono venire da fonti impure, e non sono mai libere e spontanee offerte di soci e di simpatizzanti. Quando entrate e spese sono circondate dal segreto circa la loro provenienza e destinazione, la corruzione diventa impunita. Manca la sanzione morale della pubblica opinione. Manca quella legale del magistrato. Si diffonde nel Paese un senso di sfiducia nel sistema parlamentare”.

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