Lo Yemen e il rebus mediorientale

Perso il controllo dello Stato Islamico in Siria e Iraq, l’Arabia Saudita punta tutto sullo Yemen per rafforzare la sua leadership nella regione

Saudi Arabia leads strikes on Houthi rebels in Yemen

Yemen: la città di Sana'a dopo i bombardamenti dell'aviazione saudita, 26 marzo 2015 EPA/YAHYA ARHAB

Per Lookout news

Abbiamo già descritto più volte la chiave geopolitica mediorientale dell’ostilità dell’Arabia Saudita nei confronti dell’Iran. Prima dello scoppio della ribellione degli sciiti Houthi in Yemen, il governo di Riad era osservava con interesse l’infiltrazione dei gruppi jihadisti nelle primavere arabe e il loro tentativo di far cadere il presidente siriano Bashar Assad per spezzare l’asse sciita Iran-Iraq-Siria. Con questa situazione sul campo, forte del travolgente fanatismo wahabita dello Stato Islamico e dei qaedisti di Jabhat Al Nusra, Riad non aveva ragione di temere la leadership regionale.

 Dopo aver già subito, insieme a Israele, lo smacco di non essere riuscito a far intervenire gli USA contro il regime di Damasco nel settembre del 2013, Riad si è però vista a sua volta minacciata dall’arma perfetta dello Stato Islamico, un’arma che inizialmente sembrava destinata a sbaragliare ogni resistenza, facendo stragi non solo di sciiti, ma anche di cristiani, drusi, yazidi e di tutte quelle altre sette e confessioni religiose che da tempo immemore convivevano nella Siria. Distruggere chiese e vestigia non è un gratuito atto vandalico, ma rappresenta una precisa strategia di annientamento della rappresentanza culturale e religiosa di quei popoli – bandendo anche l’insegnamento di storia nazionale, letteratura, arte, musica – per potere poi innestare il wahabismo sunnita e la sua Sharia, nella distruzione della memoria. Anche se tutto ciò va a scapito soprattutto di Teheran, non è questa la maniera in cui Riad conta di fare affari in futuro.

 

 

La nemesi dello Stato Islamico

Fatto è poi che questa “arma perfetta” che sembrava poter annientare la forza dell’Iran si è tramutata in nemesi. L’esercito iracheno, sconfitto con relativa facilità poco più di un anno fa, si è infatti riorganizzato con il supporto anche di uomini inviati dal governo iraniano. E, seppur lentamente, sotto la guida di generali iraniani, sta riconquistando le città cadute in mano all’ISIS.

 

L’influenza iraniana in Iraq, che l’Arabia voleva scacciare, è ora più forte di prima. E mentre assisteva ai rivolgimenti militari, le è franato letteralmente il terreno sotto i piedi con la rivolta degli Houthi sciiti nello Yemen, che in poco tempo sono riusciti a conquistare la capitale Sanaa e a costringere alla fuga, ad Aden prima e in Arabia Saudita poi, il deposto presidente Hadi. A questo punto, l’Arabia Saudita è entrata in guerra mandando i suoi aerei a bombardare le postazioni dei ribelli, formalmente in difesa del legittimo governo yemenita.

 

Il ruolo del Pakistan

L’Arabia ha poi chiesto il sostegno ad altri Paesi amici musulmani. Tra questi c’è il Pakistan, impegnato sia per il controllo del confine con l’Iraq – al di là del quale avanzano contro l’ISIS, come detto, truppe guidate da generali iraniani – sia nel conflitto contro gli Houthi in Yemen. Ma nella visita fatta in Arabia da una delegazione del governo di Islamabad, è emerso che il Pakistan non vuole essere coinvolto in un conflitto settario inter-islamico.

 

Il ministro delle Difesa, Khawaja Asif, ha sì detto che il Pakistan “avrebbe fornito ogni risorsa qualora dovesse esserci una minaccia all’Arabia Saudita” al momento non pervenuta, ma anche al contempo che il Pakistan cerca “una fine ai conflitti nel mondo musulmano”. Mentre il primo ministro, Nawaz Sharif, ha specificato che “saranno contattati i leader dei Paesi fratelli”, il che include anche l’Iran. Cioè, altro sale sulle ferite saudite. Il Pakistan deve al contempo mantenere la propria devozione al benefattore saudita, ma anche l’attenzione nel prendere posizione in un scontro, benché strategico anche settario.

 

La posizione cinese

Notizie sul tema sono state in più occasioni riportate dalla Xinhua News Agency, l’agenzia stampa ufficiale della Repubblica Popolare. La Cina dipende infatti dai Paesi del Golfo per un buon terzo delle sue forniture petrolifere e ha con molti di essi profondi rapporti economici. L’aera del Golfo è inoltre centrale nell’iniziativa cinese Road and Belt per unire via mare allo sviluppato centro economico dell’Europa, il nevralgico centro produttivo asiatico. Quello che emerge, però, è la disapprovazione di Pechino per l’intervento saudita in Yemen, unito a un aperto scetticismo sull’efficacia di un attacco via terra della coalizione raccolta dai sauditi. Ma, ancora più rilevante, l’evoluzione del ruolo internazionale dell’Iran a seguito degli accordi di Losanna, in Svizzera, è vista come estremamente positiva.

 

Soldiers of Chinese People's Liberation Army stand on deck before the fleet sets out for Aden, Yemen from Zhoushan

 

Gli analisti cinesi concordano nel vedere l’attacco saudita come motivato dal ruolo leader che l’Arabia vuole assolutamente mantenere nella regione, dato anche il fatto che ora Riad si ritrova con una destabilizzazione in un Paese sotto i suoi piedi e da lei economicamente dipendente. Parimenti, la più urgente ragione dell’intervento – finora inefficace sull’avanzata Houthi – è impedire che le forze sciite assumano il controllo dello stretto di Bab al-Mandab, da cui escono le petroliere caricate in Arabia (non con quanto petrolio passa da Hormuz, ma sempre per miliardi di dollari) e tutto il traffico marittimo diretto a Suez. Motivo per cui l’Egitto ha aderito immediatamente alla richiesta saudita, mandando sue navi da guerra per garantire l’apertura dello stretto.

 

Le mosse dell’Iran
Un intervento di terra, in ogni caso, è reso estremamente complesso dalla morfologia del terreno yemenita: accidentato, con alte montagne, grotte e trappole. Un terreno ostico e mortale per qualsiasi esercito. Ma la trappola geografica per l’Arabia Saudita rischia di essere assai minore di quella politica. L’Iran, infatti, è sì interessato a mettere in difficoltà l’Arabia – la cui politica regionale è tutta in funzione anti-iraniana – ma non è interessato a “conquistare” lo Yemen.

 A differenza del wahabismo dell’Arabia, lo sciismo iraniano non ha finalità ecumeniche, tanto più da raggiungere mozzando teste e sterminando infedeli. Lo Yemen poi non ha contiguità geografica con l’Iran, ed è un Paese assai povero di risorse. In più, al momento la crisi in Yemen con la ribellione sciita rischia di interferire con le trattative sul nucleare da cui l’Iran spera di vedere annullate le sanzioni, e poter far riprendere sia la propria economia sia il proprio ruolo regionale. L’Iran potrebbe quindi mirare a una soluzione politica che preveda un governo di coalizione in cui la popolazione sciita abbia adeguate e sicure rappresentanze e garanzie. Se riuscisse in questo non semplice compito, la crisi yemenita si rovescerebbe ancora a tutto svantaggio dell’Arabia Saudita, perché l’Iran mostrerebbe la sua capacità pacificatrice e mediatrice di conflitti, mentre Riad apparirebbe come la potenza che li ha scatenati per aumentare la propria influenza regionale e per porre all’angolo l’Iran, nemico economico-politico-religioso.

Lo scenario africano
La Cina, consapevole di tutto ciò, fa quindi trapelare una posizione critica nei confronti dell’Arabia Saudita, benché questo Paese le fornisca il 19% del suo petrolio contro il 10% dell’Iran. Inoltre, mentre con l’Iran la Cina ha un grande interscambio e piani di sviluppo, l’Arabia Saudita rappresenta un forte disturbo alla cospicua presenza cinese in Africa, e i numerosi movimenti wahabiti creano condizioni di instabilità. Riad ha dunque ragione di temere che Pechino voglia avvicinarsi economicamente sempre più a Teheran.

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