Trump a Singapore con Kim-Jong un: la diplomazia da reality show

Il Capo del mondo occidentale passa da un summit all’altro con un’insostenibile leggerezza, che rimanda sempre alla prossima puntata

Trump e Kim Jong-un

La storica stretta di mano tra i lpresidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si stringono la mano all'inizio del vertice presso l'Hotel Capella a Sentosa, Singapore, 12 giugno 2018. – Credits: SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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A Donald Trump il mondo deve apparire piccolo piccolo. Se infatti è in grado di passare, con la stessa superficialità, dal Canada a Singapore. È, a conti fati, la diplomazia da reality show: quella fatta di flash e strette di mano, tweet e sorrisi, ma senza dire nulla di più.

Dal summit con Kim-Jong un - svoltosi in realtà nella piccola isola di Sentosa, limitrofa al cuore della città stato - Trump esce come un leader globale e superficiale al tempo stesso.

Globale perché non si è ancora spenta l’eco per l’inatteso finale del G7, che già i riflettori si sono spostati dall’altra parte del mondo, per un dossier completamente diverso ma, agli occhi di Trump, da maneggiare con la stessa preoccupante disinvoltura.

Basti pensare che il maggiore ideologo del trumpismo presente a Singapore era l’ex stella della NBA Dennis Rodman, storico amico del regime nordcoreano.

Rodman ha fatto trapelare alcuni dettagli significativi. Ha rivelato infatti alle telecamere della CNN, con voce rotta dal pianto (da perfetto interprete di reality), che aveva offerto a Barack Obama la stessa chance oggi capitata a Trump: incontrare cioè Kim per aprire uno storico dialogo con lo stato canaglia per eccellenza. Ma Obama non volle nemmeno ricevere Rodman.

Superficiale perché, dal punto di vista americano e se vogliamo occidentale, la giornata di oggi dimostra come il troppo ambizioso Pivot to Asia dell’amministrazione Obama sia fallito, e al suo posto sia giunta la diplomazia da reality di Trump. Una politica incapace di dossier e contenuti specifici - che apre, o chiude, come nel caso del recente G7 - finestre di dialogo con totale nonchalance.

Per gli appassionati di storia s’impone il parallelo con la visita di Richard Nixon a Pechino del 1972. Un’era geologica è passata da allora, anche se Kim è giunto a Singapore su un volo cinese, e questo nella simbologia da reality qualcosa vorrà pur dire.

Vuol dire che Kim riferisce a Pechino, prima di tutto; il problema è che Trump riferisce solo a se stesso e non a tutto il mondo occidentale, che pure rappresenta essendo a capo della diplomazia della principale potenza.

Qui emerge l'eccezionalità di Trump in tutta la sua statura. È l’unico leader, forse perché non si prende sul serio lui per primo, capace d’incontrare il dittatore Kim da pari a pari e di stringere la mano alla tigre asiatica cinese nascosta dietro le bandiere della piccola Corea del Nord, facendo finta di non vederla. Ci vuole un talento speciale.

Dal troppo al nulla, quindi. Dal multilateralismo di Obama alla politica muscolare di Trump; dal soft power di Hillary Clinton al deep power di Mike Pompeo (deep perché non si smette mai di essere il capo della CIA), l’America dimostra, come al G7 appena concluso, che la transizione tra l’amministrazione Obama e quella Trump non è ancora compiuta del tutto e soprattutto in tanti non l’hanno ancora digerita.

Ora allo show delle strette di mano dovrebbero seguire le carte. Ma Trump (e del resto anche Kim) può disconoscere la sua firma in qualsiasi momento. Anche perché il Summit si è svolto a Sentosa, che è il parco giochi di Singapore…

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