Siria: Erdogan, i curdi e il rebus dell’intervento di terra

Ankara non sembra orientata per l’invio di truppe oltre il confine con la Siria. Ma i colpi di artiglieria potrebbero non bastare per fermare l'YPG

Kobane libera: curdi in festa a Suruc

Curdi a Suruc, provincia di Sanliurfa, Turchia – Credits: BULENT KILIC/AFP/Getty Images

Giuseppe Mancini

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Per Lookout news

Lo scontro aperto tra Stati Uniti e Turchia sul ruolo del PYD (Partito dell’Unione Democratica) e dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo), la milizia curdo-siriana considerata un partner affidabile contro lo Stato Islamico da Washington e un’organizzazione terroristica in combutta con il presidente siriano Bashar Assad da Ankara, ha ormai superato il punto di non ritorno. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, la scorsa settimana, era stato esplicito e aveva chiesto agli americani di scegliere tra il suo storico alleato e l’organizzazione affiliata al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan): “o la Turchia, o il PYD-YPG”.

 La posizione turca, esposta più volte alle massime autorità degli Stati Uniti, è molto chiara: il fronte PYD-YPG è operativamente integrato al PKK che ha scatenato nel sud-est della Turchia una “guerra rivoluzionaria di popolo”. In sostanza le due organizzazioni si scambiano uomini e armi, anche quelle ricevute dagli americani. A un dossier di 55 pagine preparato dall’intelligence turca si aggiunge una prova ulteriore, vale a dire la foto del leader del PKK Abdullah Öcalan che campeggia nell’ufficio del PYD-YPG recentemente aperto a Mosca.

Siria: il gioco pericoloso di sauditi e turchi

La posizione americana è stata però ribadita dal portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby: gli USA riconoscono il PKK come organizzazione terroristica ma intendono proseguire la loro cooperazione sul campo con il PYD-YPG. Ankara ha allora deciso di forzare la mano e da sabato 13 febbraio ha cominciato a colpire con l’artiglieria le posizioni curde appena al di là del confine con la Siria, facendo alcune vittime tra i miliziani curdi, dopo che il PYD/YPG aveva occupato la cittadina di Azaz e la base aerea di Menagh sottraendoli alle forze anti-Assad. La Turchia li considera una minaccia per la sicurezza nazionale e per tale motivo li bombarda alla stregua del PKK in Iraq settentrionale. Il premier Ahmet Davutoglu non ha usato mezzi termini: “se non si ritireranno, renderemo la base di Menagh inservibile”.

Come reagiranno gli americani? Domenica 14 febbraio, Kirby ha simultaneamente invitato la Turchia a sospendere i bombardamenti e consigliato al PYD/YPG di non approfittare della situazione di caos in Siria per allargare le zone sotto il loro controllo, prive tra l’altro di minoranze curde. Queste aree, nelle intenzioni della Turchia, dovrebbero essere trasformate in aree di interdizione immediatamente dopo essere state liberate dalla presenza di ISIS su iniziativa congiunta turo-americana, e destinate a ospitare i rifugiati siriani.

Il PYD/YPG, forse incoraggiato dalla Russia, ha invece manifestato la volontà di “resistere”, quasi sfidando la Turchia a effettuare un’incursione di terra che – seppur limitata – rischierebbe di rendere ancora più caotica e rischiosa la situazione in Siria. Ankara, in effetti, non sembra orientata per l’intervento. Difficile però credere che basteranno dei tiri di artiglieria per imporre la propria volontà ai curdi?

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