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Come sarà la politica estera Usa con Pompeo al Dipartimento di Stato

Con il super 007 a guidare la politica estera americana ci saranno più muscoli. Ma non sempre la fama di duro aiuta nel complesso scacchiere internazionale

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Alessandro Turci

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L’arrivo di Mike Pompeo alla guida della politica estera Usa segna una svolta di ordine antropologico.
L’uscita di scena di Rex Tillerson - licenziato da Donald Trump - è il tramonto dell’esemplare di diplomatico poco adatto ai tempi moderni, cioè l’era della cyber-guerra dove l’Intelligence gioca ormai un ruolo cruciale.

Da capo della Cia a capo della diplomazia, infatti, c’è più di un gradino. Si tratta, a ben guardare, proprio di un’altra ala dell’edificio; ma questa volta non sarà il nuovo inquilino a dover apprendere le maniere paludate della diplomazia: Pompeo assume la carica proprio in virtù del suo curriculum.

Non conta molto la nomea di duro, affibbiata anche a Gina Haspel, che ora lo sostituirà a Langley. Non è mai stato quello un mestiere per cuori teneri, per cui la sostanza è altrove. Risiede nel peso specifico che l’Intelligence ha assunto nel confronto-scontro tra potenze rivali.

A partire da oggi il capo della Cia non dovrà più riportare informazioni riservate al capo della diplomazia, perché si tratterà della stessa persona. Si risparmia un passaggio. In questo c’è del decisionismo trumpiano ma c’è anche, da parte del Presidente, un tocco di sana e vecchia… diplomazia.

Proprio così. I rapporti tra Trump e la comunità dell’Intelligence Usa (17 agenzie federali in tutto) si erano guastati sul nascere, a causa del licenziamento di James Comey dal vertice dell’Fbi. Si può cacciare con una telefonata il Segretario di Stato, ma non un investigatore di così alto grado come il capo del Bureau. E non per ragioni di etichetta, ma di sostanza.

Decapitare un’agenzia di Intelligence significa obbligarla ad un protocollo di emergenza nella gestione di dossier e procedure rigorosamente gerarchiche e confidenziali.

Lo sconcerto, in quei giorni, non era solo dei media (i quali, a volte, si stracciano le vesti anche un po’ per mestiere) ma soprattutto della Comunità dei servizi segreti che doveva imparare a convivere con l’outsider Trump, un Presidente irrituale.

Ora l’equazione si capovolge. E arriva una sorta di promozione sul campo per il deep State, cioè l’ampliamento dei poteri su scala internazionale, con delega a una disciplina spesso associata al concetto di arte.

Già, l’arte della diplomazia al tempo di un ultimatum alla Russia

Eccolo quindi il primo banco di prova, per un Segretario di Stato che si presenta come un falco di destra.
A rigor di logica, nessuno più del capo della Cia dovrebbe sapere cosa è successo (o non è successo) a Londra. Ora che un alleato strategico come la Gran Bretagna ha lanciato un guanto di sfida a Mosca e il Presidente Trump lo sostiene, a chi tocca la prossima mossa?

A Pompeo evidentemente: se dovesse svolgere un ruolo di mediatore, anche perché in Russia la tenure di Sergej Lavrov ogni giorno conferma la caratura di un diplomatico che davvero interpreta il ruolo ad arte, il profilo da duro andrebbe smussato.

I dossier di Iran, Corea del Nord e Cina andranno quindi interpretati con cautela. Soprattutto il primo, che porta in pancia la guerra siriana, cioè la débâcle della diplomazia moderna.

È come se le potenze coinvolte non credessero nemmeno più al tavolo negoziale. O non facesse loro comodo. Infatti tra Russia e Stati Uniti è in corso un conflitto armato latente e asimmetrico, che non è ancora una guerra ma molto più di una schermaglia.

Fino a quando gli Stati Uniti a guida Pompeo in politica estera non risolveranno diplomaticamente il problema Siria, l’Iran continuerà ad avere un ruolo crescente nella regione. E Mosca sarà suo logico partner.

In conclusione, la fama di duro può aiutare come deterrente perché una crisi non s’inneschi o non abbia un’escalation. Ma quando ci si trova in piena progressione (vedi scontro Londra-Mosca o situazione siriana al confine con la Turchia) quella stessa fama rischia di essere controproducente.

Il reshuffle di Trump è certamente un segnale forte (non si tratta della carica di portavoce della Casa Bianca ormai declassata a posto di lavoro interinale) e potrebbe non essere un caso isolato.

Altri ministri sembrano avere le valige pronte e questa è probabilmente la vera forza di Trump: impossibile inchiodarlo in un ritratto, in una posa, in una convinzione; riuscirà sempre a cambiare le carte in tavola con un gioco di prestigio. Se nel bene o nel male lo vedremo.

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