Perché il futuro della Corea del Nord dipende da Trump e Xi Jinping

Dopo Singapore, le redini della transizione nordcoreana restano nelle mani di Cina e Stati Uniti

Trump e Kim Jong-un

Stretta di mano tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump nel summit di Singapore, 12 giugno 2018. – Credits: Kevin Lim/THE STRAITS TIMES/Handout/Getty Images

Claudia Astarita

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Ora che ci siamo lasciati il vertice di Singapore alle spalle, è necessario iniziare a chiederci cosa succederà nel prossimo futuro sulla Penisola coreana.

La foto della stretta di mano tra Donald Trump e Kim Jong-un entrerà di sicuro sui libri di storia. Vedere i leader di paesi che fino a poco tempo fa sembravano sull'orlo di una crisi nucleare ha commosso tanti in Corea del Sud, dove l'allentamento della minaccia del Nord viene perceita come la fine di un incubo, ma questo non significa che tutti i problemi siano stati risolti.

Il nodo delle sanzioni

Anzi, a dire il vero, dopo che i due protagonisti hanno lasciato Singapore, la situazione sembra essere diventata più complicata di prima

Trump e Kim hanno firmato un comunicato molto vago che prevede l'impegno reciproco a migliorare i rapporti bilaterali tra le loro due nazioni; uno sforzo comune per "costruire un regime di pace stabile e duratura", la "completa denuclearizzazione" della penisola coreana, e il rimpatrio delle salme dei morti in guerra.

Se le intenzioni possono sembrare nobili, nulla nel comunicato spiega come questi obiettivi verranno raggiunti. I leader hanno passato la patata bollente nelle mani dei loro assistenti. Ed è proprio questo che è preoccupante che il Segretario di Stato Mike Pompeo abbia dichiarato da Seul che le sanzioni contro Pyongyang rimarranno in vigore fino a quando la denuclearizzazione non sarà dichiarata completa.

Quale denuclearizzazione?

Di che denuclearizzazione stiamo parlando? Difficile rispondere visto che tutti continuano a rimanere nel vago. Tuttavia, quando si parla con gli esperti, ci si rende conto che per uno smantellamento completo delle proprie capacità nucleari la Corea del Nord avrebbe bisogno di un periodo che oscilla dai 5 ai 10 anni. Ma siamo sicuri che Pyongyang possa permettersi di sopportare le sanzioni per tutto questo tempo? E ancora, siamo davvero certi che Kim Jong-un sia disposto a distruggere tutto il suo arsenale?

Il punto di vista di Pyongyang

Se la propaganda ha ancora un valore in Corea del Nord, allora possiamo stare più tranquilli sull'effettiva volontà di Kim di impegnarsi nella denuclearizzazione.

Un editoriale del Rodong, una delle testate di riferimento del regime, ha commentato l'incontro di Singapore come la conferma di quanto, in passato, la maggior parte dei contrasti tra Corea del Nord e Stati Uniti siano derivati da un senso profondo di sfiducia e ostilità derivante da una lunghissima serie di fraintendimenti reciproci. Un'attitudine sbagliata cui i due leader hanno deciso di mettere fine per il bene della pace e della stabilità. La denuclearizzazione è presentata come la logica conseguenza della pace ritrovata: se Corea del Nord e Stati Uniti si impegneranno a vicenda a non attaccarsi senza ragione, a non lasciarsi travolgere dai pregiudizi, e a creare nuove istituzioni per garantire la pace, allora la necessità di mantenere una capacità nucleare per difendersi verrà improvvisamente meno. 

Concessioni reciproche progressive

Oltre a parlare in ben due punti di denuclearizzazione, l'editoriale nordcoreano calca la mano anche sul concetto di concessioni graduali. Proprio come aveva proposto inizialmente la Cina: più Pyongyang dimostra di lavorare per la pace, più verrà premiata con un progressivo allentamento delle sanzioni.

Ma siamo sicuri che gli Stati Uniti siano d'accordo? Di certo Washington non si può permettere di smussare la propria posizione pubblicamente per non mostrarsi come un paese che ha fatto troppe concessioni senza ricevere in cambio garanzie significative. Tuttavia, il semplice fatto che Trump sia volato a Singapore e abbia firmato un accordo così vago significa che anche il Presidente degli Stati Uniti ha capito che i negoziati saranno più lunghi e complessi di quanto avesse inizialmente previsto.

Cosa possiamo aspettarci

I punti chiave del comunicato sono due: si parla di denuclearizzazione ma non si parla di Trattato di Pace, argomento su cui, invece, sembrava essere già stato raggunto un accordo. Perché? Forse sono stati proprio gli Stati Uniti a evitare di cedere su tutto. Quindi sì alla denuclearizzazione anche se non più immediata, competa e verificabile, ma no al Trattato di pace: la Corea del Nord dovrà guadagnarselo dimostrando la sua buona volontà sul dossier nucleare. Anche solo smettendo di esportare tecnologia militare ai paesi che la comunità internazionale sta cercando di isolare. 

Istituzioni e riforme

Anche l'editoriale nordcoreano introduce un elemento importante, quello istituzionale. Che cosa si intende quando si dice che il processo di stabilizzazione nella regione verrà istituzionalizzato? Verrà forse creata un'altra struttura cui verrà dato il compito di monitorare i progressi fatti dalla Corea? Questo potrebbe essere un buon modo per lasciare più spazio alla Cina, che potrebbe guidare il paese nelle riforme necessarie per rilanciare l'economia nazionale scegliendo strade che siano compatibili con un allentamento parziale e progressivo del regime sanzionatorio.

Solo il tempo ci potrà rivelare come verrà gestita questa difficilissima transizione. Tuttavia, anche se Kim sembra aver magicamente conquistato lo status di leader affidabile oltre alle copertine dei giornali di tutto il mondo, i veri vincitori di questa battaglia diplomatica sembrano essere Donald Trump e Xi Jinping. Nonostante tutto, le redini del negoziato sono rimaste nelle loro mani.


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