Esteri

Israele contro Hamas: perché la guerra adesso è davvero possibile

Aumentano i venti di guerra in Medio Oriente, a causa della situazione esplosiva nella Striscia di Gaza

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Eleonora Lorusso

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Le speranze che le tensioni al confine tra la Striscia di Gaza e Israele si plachino sono sempre più risicate, tanto da aver spinto il premier Benjamin Netanyahu a parlare apertamente di guerra. “Siamo pronti allo scontro” ha dichiarato il leader israeliano, davanti ai ministri del suo governo. Parole che hanno ripreso e confermato quelle minacciose del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman: “Siamo al massimo livello di preparazione dalla Guerra dei Sei Giorni”, con rifeirmento allo scontro del 1967.

Sembrano, dunque, cadute nel vuoto le parole pronunciate a inizio ottobre dal leader dell’ala politica di Hamas, Yahya Sinwar, secondo cui nonostante “un’esplosione sia inevitabile, una nuova guerra non è nell’interesse di nessuno”.

Sull’orlo della guerra

I tempi per una campagna militare nella Striscia di Gaza sono ormai maturi. Se la situazione nell’enclave palestinese controllata da Hamas dovesse peggiorare ulteriormente, Tel Aviv è pronta a reagire. Come riferito dalla tv israeliana Hadashot news, Netanyahu ha fotografato così la fase di tensione che si sta vivendo: “Sarebbe auspicabile che la realtà del disagio civile a Gaza diventasse obsoleta, ma certamente non è realistico, per questo Israele si sta preparando militarmente” ha detto il Primo Ministro facendo ricorso a un linguaggio volutamente duro.

Con il riferimento al civil distress, il disagio civile che si vive a Gaza, Netanyahu ha lanciato un avvertimento chiaro ad Hamas, reo di non contenere (e forse persino di alimentare) la tensione tra la popolazione e le proteste al confine con Israele.

Le proteste al confine

E’ dal 30 marzo scorso, in concomitanza con l’avvio della cosiddetta Marcia del Ritorno, che tutte le settimane lungo la frontiera con Israele vanno in scena manifestazioni di protesta da parte della popolazione palestinese. La situazione avrebbe dovuto migliorare dopo il 15 maggio, data che i palestinesi ricordano col nome di Nakba (“Catastrofe”), perché coincide con la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Proprio nel 70esimo anniversario della confisca delle terre ai palestinesi, invece, i vecchi rancori sono riemersi con ancora maggiore forza.

Ogni venerdì migliaia di persone scendono in strada, incendiando pneumatici e lanciando ordigni esplosivi contro le forze israeliane. La situazione è arrivata a un livello di tensione tale che l’esercito con la stella di David ha chiuso le strade adiacenti alle zone costiere.

Perché Gaza sta per esplodere

Alla Marcia del Ritorno erano seguiti scontri sanguinosi con l’esercito israeliano, con un bilancio pesante: oltre 180 vittime accertate tra i manifestanti, tra le quali oltre 20 minori. Da allora le provocazioni si sono moltiplicate e ogni volta ne è seguita una dura reazione delle forze di Tel Aviv: si calcola che negli ultimi sette mesi ci siano stati oltre 17mila feriti.

A gettare benzina sul fuoco sono stati, sempre quest’anno, il trasferimento dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e la recente approvazione della legge sullo Stato ebraico.

Non ultimo, gli aiuti umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza non sarebbero sufficienti per i circa 2 milioni di persone che ci vivono. L’80% sopravvive proprio grazie al sostegno che giunge dall’estero, perché Israele ha messo in atto da giugno del 2007 (insieme all’Egitto) un blocco terrestre, aereo e marittimo, per impedire l’ingresso di armi e munizioni, che però finisce col limitare anche i rifornimenti di cibo, farmaci e altri generi di prima necessità. Sei dei sette valichi di frontiera che permettono all’accesso alla Striscia sono controllati da Tel Aviv.

A scarseggiare è anche il carburante, indispensabile per garantire la corrente elettrica in strutture come gli ospedali, oltre che nelle abitazioni civili, che dunque subiscono frequenti black out.

Israele aumenta la presenza militare

Hamas, tramite i suoi rappresentanti politici, ha chiesto la fine dell’assedio a Gaza, finora inutilmente. Per tutta risposta il governo di Tel Aviv ha annunciato il rinforzo “su larga scala” del proprio schieramento attorno a Gaza in modo “da contrastare il terrorismo e prevenire infiltrazioni in Israele lungo il confine con la Striscia”. 

Hamas contro l’ANP

Se Israele è visto come il nemico numero uno, anche all’interno della stessa galassia palestinese prosegue lo scontro intestino tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che non sembra più in grado di controllare la situazione. Il suo leader, Abu Mazen, sembra aver perso l’appoggio internazionale, oltre a quello di buona parte della popolazione. Hamas non lo considera un interlocutore affidabile per un’alleanza palestinese, l’Egitto preme per un suo avvicendamento e anche da Washigton i segnali di sfiducia si moltiplicano. Gli Usa hanno annunciato la riduzione dei fondi a sostegno dell’ ANP, mentre lo stesso Netanyahu, in un incontro a Berlino con la cancelliera tedesca Merkel ha dichiarato: “Hamas attacca Israele perché Abbas (Abu Mazen, NdR) soffoca Gaza”.

Ciò che viene contestato ad Abu Mazen è la costante riduzione di trasferimenti in denaro dal proprio quartier generale, a Ramallah, verso Gaza: solo nell’ultimo anno sono scesi da 108 milioni di dollari ad appena 83 milioni. Il suo appello in occasione dell’ultima assemblea delle Nazioni Unite è caduto nel vuoto: dopo aver puntato il dito contro “gli incessanti regolamenti di conti tra fazioni a Gaza” l’83enne leader dell’ANP ha esortato a unirsi sotto “una sola autorità palestinese legittima, una sola legge, un solo esercito” che però dovrebbero essere sotto la sua guida, escludendo quindi Hamas.

Come se non bastasse le Nazioni Unite hanno dichiarato di aver esaurito i finanziamenti per l’acquisto di carburante, destinato proprio all’alimentazione di servizi pubblici, come impianti idrici, ospedali e scuole.

Appelli per un cessate il fuoco

Finora sono rimasti inascoltati gli appelli per una tregua, lanciati anche da Hamas. Il leader del movimento, Yahya Sinwar, in una recente intervista si è detto pronto a siglare un cessate il fuoco, a condizione però che termini l’assedio israeliano a Gaza: “Se un cessate il fuoco significa che smettiamo di essere bombardati, ma continuiamo a non avere acqua, elettricità, niente di niente, e siamo ancora sotto assedio, non ha senso (…). L'assedio è una forma di guerra con altri mezzi. Ma se finisce, e Gaza pian piano torna ad essere normale, se iniziamo a ottenere investimenti e sviluppo - e non solo aiuti umanitari, perché non siamo mendicanti - vogliamo lavorare, studiare, viaggiare, come tutti gli altri. Se ciò accade, il cessate il fuoco può essere esteso ed esteso ancora e ancora” ha affermato Sinwar.

Al momento la risposta di Tel Aviv è stata negativa.

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