Esteri

Un anno di Trump: cosa è successo (e cosa ancora no)

Dall'Obamacare al Muslim ban, dai rapporti con Iran, Corea del Nord, Israele alla ripresa economica fino all'uso (e abuso) di Twitter e delle "fake news"

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Alessandro Turci

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Un anno di Trump. Già. Che piaccia o no il primo giro di boa è compiuto e nulla sarà più come prima. L’America di Trump ha spostato l’asticella (se più in alto o in basso ciascuno lo giudichi come crede) del linguaggio e del confronto politico. Ecco come.

Le riforme (anzi controriforme)

Le grandi riforme di Trump rischiano di passare per controriforme. Nell’anno di Lutero questa potrebbe anche essere una notizia, ma il fantasma di Obama continua ad agitare le notti della Casa Bianca. Obamacare, Muslim ban, ma anche l’abbandono degli accordi sul clima di Parigi e il trattato TPP in Asia e il bando contro i trasgender nell’esercito, sono tutte politiche rimaste nelle secche parlamentari di Capitol Hill, dove i membri del Partito Repubblicano danno l’impressione di alzarsi al mattino con la volontà di collaborare con Trump per ritrovarsi al pomeriggio impegnati ad arginarne le sue iniziative estemporanee. La riforma fiscale – che Trump vorrebbe annunciare a breve e che manca all’America dal 1986 - sarà il vero termometro dei rapporti Trump-Congresso.

Razzismo e violenza

Forse Trump capirà meglio, nel secondo anno di presidenza, come l’America profonda (con l’aiuto dei troll russi) possa sì innalzarti alla guida della nazione, ma non per questo poi se ne starà buona e cheta. I fatti razziali di Charlottesville, come i recenti massacri di Las Vegas e in Texas sono il fuoco sotto la brace di una nazione in perenne conflitto coi propri demoni. Un anno di Trump ha dimostrato come la sua figura e le sue parole siano benzina sul fuoco di entrambi i fronti.

Il tema nucleare

Ma se una coerenza esiste, Trump ha versato barili di benzina sul fuoco anche per quel che riguarda la disfida nucleare. L’escalation con la Corea del Nord – a suon di roboanti dichiarazioni e di esercitazioni militari da ambo le parti – potrebbe ancora venir derubricata a guerra psicologica, se non fosse per l’Iran.

Voler tornare indietro sull’accordo nucleare con Teheran è forse la mossa peggiore di Trump, perché offre a Pyongyang un assist insperato: la prova provata che il dialogo non premia. Quindi Kim Kong-un potrà continuare con le sue provocazioni fino a quando qualcuno diverso da Trump – verosimilmente la Cina – non deciderà diversamente.

Il conflitto israelo-palestinese

Visitando Gerusalemme e Betlemme solo pochi mesi Trump fa ha dichiarato solennemente, come già fatto in campagna elettorale, di aver la soluzione per la storica pace in Terra Santa. Come? Ritirare gli USA dall’UNESCO per ora è stata l’unica decisione concreta sul dossier israelo-palestinese, e per quanto ci si sforzi, non si capisce come sbattere la porta possa favorire il dialogo tra le parti invece di esasperarlo. Le parole di Trump, ora lo sappiamo, sono piombo ma a volte sono esili piume.

La ripresa economica

È andata molto forte l’economia USA in questo primo anno di Trump. Segno più su ogni voce, a partire dall’occupazione cresciuta nell’ordine del milione di posti di lavoro. Merito suo? Dovremmo arguire che il voto dei redneck abbia galvanizzato i colletti inamidati di Wall Street facendone volare i profitti e gli investimenti? Può darsi, ma non basta.

Certo è il colmo per Trump: essere il presidente della crescita (il sogno esplicito di ogni politico) e ugualmente calare nei sondaggi e subire l’ostracismo dei media. E questo ci dice una cosa sorprendente: anche nell’America venale del dio denaro le idee e i principi vengono prima della trimestrale di cassa. Non è poco.

L'abuso di twitter

Usando twitter senza alcun ritegno, di forma e di misura, Trump ha divelto le regole del bon ton presidenziale anche sui social media. La sua totale mancanza di stile nei tweet (contro le donne, contro gli avversari, contro le istituzioni, contro la stampa) autorizza d’ora in avanti la politica a non far caso all’etichetta. Ma un minimo di netiquette, lo sanno tutti, è cosa saggia e prudente a qualsiasi latitudine: #ciaone.

Fake news

È tutto merito di Trump invece se la parola “Fake News” è stata eletta parola dell’anno 2017 dal dizionario Collins. Nessuno più del tycoon si è scagliato contro le false notizie che a suo modo di vedere i colossi dei media (CNN, NY Times e WaPo) gli sparano addosso quotidianamente.

Eppure sembra proprio che una clamorosa strategia di fake news orchestrate dal Cremlino e diffuse tramite i social media abbia determinato il suo trionfo elettorale. Insomma, il bene e il male si confondono, con un dubbio persistente: la pole-dance ammessa alle Olimpiadi è una fake news o la nuova frontiera di Olimpia 3.0?

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