Esteri

Cosa manca per la pace tra Corea del Nord e del Sud

Alle Olimpiadi sfilano sotto una sola bandiera ma gli USA voltano le spalle. Perché una foto diventi storica bisogna guardare a Pechino e Washington

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Alessandro Turci

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Ammesso che Donald Trump non riesca a rovinarla, l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di PyeongChang è la tanto attesa breccia nel muro (contro muro) che il mondo, preoccupato, attendeva.

La volontà di pace tra la Corea del Nord e la Corea del Sud che si cerca appunto di celebrare in questi giorni e che il vice di Trump, Mike Pence, ha visto bene di disertare nella forma di una cena a suggello delle strette di mano, è al momento la principale notizia di politica estera dell’anno appena iniziato.

 

L’assenza di Pence non può infatti sminuire la forza di un’immagine, quella di Kim Yo-jong, la sorella del dittatore nord coreano, che saluta gli atleti di tutta la Penisola coreana mentre sfliano sotto un’unica bandiera in una foto di famiglia col Presidente sudcoreano Moon Jae-in. Lei in nero partito unico, lui in bianco glamour neve.

Le cerimonie inaugurali servono, nel mondo moderno, anche a questo. A dare ai leader quei pretesti per incontrarsi senza il consueto gioco di maschere e di protocolli diplomatici, lasciando così spazio a grandi sorrisi distensivi e offrendo al mondo qualche spiraglio di speranza.

Il ruolo di Russia e Cina

Il ricordo, tuttavia, va anche all’inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, l’8 agosto del 2008, quando Vladimir Putin seduto accanto al leader cinese salutava di ottimo umore i porta bandiera del mondo all’alba della globalizzazione, mentre i suoi carri armati si apprestavano a riportare l’ordine in Ossezia del Sud, invasa dalla Georgia.

In quel caso Putin ci mise una settimana a chiudere la partita, e il mondo imparò la geopolitica guardando gli atleti; capì insomma le intenzioni della Cina e la forza dello Zar, mentre giungevano notizie da sconosciute repubbliche del Caucaso.

Se oggi la Cina è vicina ancora più di allora, i giochi di potere si sono fatti invece più remoti e ancora più seri, perché la Corea del Nord, con le sue concrete aspirazioni nucleari, con tutta evidenza non è la piccola Ossezia del Sud. L’equazione rimane quindi intatta a dieci anni di distanza e apre alla similitudine.

Nel 2008 Hu Jintao, il leader cinese, aveva infatti enfatizzato nel suo discorso inaugurale il concetto di “società armoniosa”. Vista la possanza della Cina e il ruolo di Vassallo della Corea del Nord, è chiaro come il concetto di “armonioso” non valga solo per Pechino ma abbracci, come dire, la visione complessiva della Cina come potenza regionale e oltre.

Perché è importante ma non sufficiente

Sinora non è stato così. Di armonioso c’è stato poco e nonostante tutti i limiti diplomatici dell’Amministrazione Trump, con tanto di disputa con Kim-Jong-un sul bottone più grosso, è indubbio che sull’intemperanza nordcoreana Pechino e Mosca hanno spesso chiuso un occhio.

Eppure, guardando la foto, è ragionevole pensare come la diplomazia abbia lavorato lontano dai riflettori, per portare a questo storico risultato, al momento solo simbolico, ma si spera con ricadute pratiche nel breve periodo.

Certo perché le due Coree possano dare continuità a questa giornata e far sì che la fotografia dal palco di PyeongChang diventi storica, occorre guardare a Pechino e a Washington e anche, un poco, a Mosca. Le grandi potenze hanno tutto l’ascendente necessario per rafforzare la distensione sul 38esimo parallelo, ma prima devono chiarirsi le idee con le dinamiche interne che stanno portando ad una nuova, e prepotente, corsa al riarmo nucleare.

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