Come la Corea del Sud vuole risolvere la crisi con Pyongyang

Russia e Stati Uniti hanno indirettamente favorito l'apertura di un canale di dialogo privilegiato tra le due Coree

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I pattinatori nordcoreani Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik – Credits: CHRISTOF STACHE/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Si è tenuto nella notte fra l'8 e il 9 gennaio (già martedì 9, in Asia orientale) a Panmunjom il più importante vertice intercoreano degli ultimi anni.
L'incontro nel piccolo villaggio nella zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, è stato fra due delegazioni, una guidata da Ri Son-gwon, presidente del Comitato per la riunificazione pacifica della Corea del Nord, e l'altra da Cho Myoung-gyon, il Ministro dell'Unificazione della Corea del Sud.

Un confronto che fino a un paio di settimane fa, quando la penisola coreana pareva essere sul punto di essere polverizzata da un attacco nucleare lanciato da Kim Jong-un, sarebbe sembrato pura follia, ma che l'insistenza di Seul sui vantaggi della diplomazia dello sport ha trasformato in realtà.

I rappresentanti dei due paesi, infatti, si sono incontrati ufficialmente per discutere la potenziale partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di febbraio organizzate proprio in Corea del Sud. Tuttavia è evidente che il punto più importate all'ordine del giorno è stato il confronto su come risolvere alcune delle questioni che hanno fatto scoppiare la crisi che da più di un anno tiene il mondo col fiato sospeso.

Kim Jong-un e le Olimpiadi

Tutto è cominciato la notte di Capodanno, quando nel discorso di fine anno Kim Jong-un ha ipotizzato la partecipazione della Corea del Nord alle prossime Olimpiadi. Seul non si è fatta scappare questa importantissima occasione per ristabilire un contatto e ha immediatamente organizzato il vertice di Panmunjom. Il livello delle due delegazioni partecipanti ha creato non poche aspettative sul vertice di questa notte.

Il ruolo della Russia

Per capire cosa possa aver spinto Kim Jong-un a cambiare improvvisamente registro è necessario contestualizzare la sua mossa. Poco prima del discorso di fine anno di Kim, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson e il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov si sono sentiti al telefono per confermare il "sostegno reciproco" per scongiurare un conflitto in Corea del Nord.

La Russia ha un forte legame con la Corea del Nord (il sospetto che sia stata Mosca a fornirle l'agente VX con cui è stato assassinato Kim Jong-nam non è mai stato confermato ma nemmeno smentito), ma ha anche un grande interesse a utilizzarla come "pedina di scambio" per ottenere il sostegno (americano? cinese?) su altri territori a lei più cari.

Con la Cina, però, Mosca ha perso gran parte del suo appeal, e ha iniziato a temerne l'eccessivo consolidamento in Asia Centrale, ormai inevitabile vista la priorità data da Xi Jinping al completamento della Nuova Via della Seta. Escludendo l'ipotesi cinese, l'unica alternativa resta l'America, e questo spiegherebbe l'improvvisa offerta di mediazione sul fronte coreano, che inevitabilmente avrà scombussolato anche i piani strategici di Pyongyang.

Il punto di vista di Trump

Donald Trump forse ha esagerato a prendersi il merito dei colloqui fra le due Coree sostenendo che "non vi si sarebbe arrivati se non fosse stato per la sua inflessibilità".

Gli equilibri in Oriente sono molto articolati e complessi. Una cosa è certa, da quando ha preso in mano le redini degli Stati Uniti Kim Jong-un pare essersi convinto di una cosa: meno si ha a che fare con Washington meglio è.

Ecco perché la scelta di inviare una delegazione nordcoreana alle Olimpiadi invernali del Sud potrebbe essere funzionale anche a convincere Seul che per trattare con Pyongyang è necessario staccarsi dagli Stati Uniti.

I meriti della Corea del Sud

A Kim avrà certamente fatto piacere sapere che Seul ha posticipato "a data da definirsi" le regolari esercitazioni militari congiunte organizzate con gli Stati Uniti. Anche questa, dal suo punto di vista, è una vittoria, così come lo è per il presidente sudcoreano Moon Jae-in, che ha inserito il nodo coreano tra le priorità del suo mandato.

Del resto, Moon Jae-in è il figlio di un profugo nordcoreano, dettaglio che chiarisce come mai la stabilità della Penisola gli stia a cuore sia da un punto di vista politico e strategico sia da uno culturale e sentimentale.

La Corea del Sud ha precisato ieri che tra i temi che sarebbero stati affrontati a Panmunjom vi era anche anche quello delle riunificazioni familiari, che la Corea del Nord ha ricongelato nel 2015. In Corea del Sud ci sono almeno 60.000 persone che sognano di poter riabbracciare i loro cari bloccati al Nord. 

Altro aspetto da non sottovalutare è l'impatto simbolico della "coreanità" dell'iniziativa. Un dettaglio su cui ha messo l'accento anche la stampa nordcoreana nel fine settimana, con un editoriale che ha evidenziato come "la riunificazione", e anche il fatto che sia stato usato questo termine è importante, "tra le Coree procederà in maniera indipendente, senza dover ricorrere al sostegno di potenze esterne come gli Stati Uniti".

La minaccia nucleare esiste ancora?

Se è vero che la progressiva emarginazione di Washington fa anche il gioco della Cina, continuiamo a brancolare nel buio quando si tratta di definire il vero obiettivo di Kim Jong-un.

È ambiguo e fuorviante sentire la persona che fino a ieri ha minacciato il mondo con una guerra nucleare sostenere che "in quanto fratelli di sangue, è naturale che i nordcoreani vogliano sostenere i sudcoreani in un evento così prestigioso come le Olimpiadi".

Tanta incertezza porta anche a leggere l'annuncio del "completamento del programma nucleare", altro punto chiave del discorso di fine anno di Kim, in modi molto diversi: così come c'è chi teme che questa dichiarazione segni l'inizio della produzione in massa di testate nucleari, c'è anche chi interpreta il messaggio di capodanno come un tentativo da parte del regime di giustificare al popolo coreano la chiusura dell'era degli esperimenti. Se così fosse, la crisi potrebbe essere considerata superata.

C'é però chi è convinto che questa improvvisa apertura sia temporanea e funzionale a raggiungere chissà quale altro obiettivo.

Nessuno può escluderlo, certo, ma il basso profilo che la Cina continua a mantenere in questi giorni sembra significare che ci siano tanti altri passaggi dietro questo negoziato che non conosciamo e, probaibilmente, non conosceremo mai.

Tuttavia, anche se il mistero su chi abbia lavorato per il raggiungimento di un compromesso che tutti speriamo risulti accettabile per tutti rimarrà un irrisolto per sempre, ciò che più conta è riportare sulla Penisola coreana un minimo di stabilità.

E speriamo che dopo il vertice di Panmunjom la strada per la pace continui in discesa.

(Questo articolo è stato pubblicato l'8 gennaio e rieditato il 9 gennaio 2018).

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