Economia

Tobin tax, la tassa che divide Barack Obama e Manuel Barroso

Barack: “Tobin? Per carità. Non ci penso nemmeno”. Manuel: “Non scherzare. L’idea è buona e potrebbe fruttarci un sacco di quattrini”. Barack: “Io dico di no. Ci perderemmo tutti. Fidati”. È un dialogo immaginario, per carità. Ma i contenuti sono  …Leggi tutto

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Barack: “Tobin? Per carità. Non ci penso nemmeno”. Manuel: “Non scherzare. L’idea è buona e potrebbe fruttarci un sacco di quattrini”. Barack: “Io dico di no. Ci perderemmo tutti. Fidati”. È un dialogo immaginario, per carità. Ma i contenuti sono  realistici. Barack è Obama. E Manuel è Barroso, ossia il numero uno della Commissione Ue. I due si incontreranno al vertice Usa-Ue il 3 dicembre a Washington e c’è da scommetterci che di Tobin, o meglio della Tobin Tax, parleranno. Eccome.

È la tassa sulle transazioni finanziarie immaginata per la prima volta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin che propose di applicarla alle transazioni valutarie. Obiettivo: stabilizzare i cambi. Nella versione riveduta e corretta dai vertici europei a finire nel mirino del fisco sarebbero tutte le operazioni dei mercati regolamentari e non.

Nello specifico: si introdurrebbe una aliquota dello 0,1% sugli scambi di azioni e di obbligazioni e dello 0,01% su quelli dei prodotti derivati. Almeno su base Ue. Peccato che perché venga introdotta ci vorrebbe il “sì” incondizionato dell’intero “club dei 27”. E i dubbi non mancano.

Motivo: il rischio che ci sia un fuggi fuggi verso altre piazze finanziarie extra-Ue è concreto. Per il cancelliere inglese George Osborne sarebbe “una pistola puntata alla tempia della City”. Addirittura! E il premier David Cameron rilancia: “Avrebbe senso solo se applicata in tutto il mondo”. Ma Barack (Obama, appunto) fa orecchie da mercante. E i suoi colleghi asiatici pure.

Risultato? Probabilmente non se ne farà mai nulla. Con buona pace dei cittadini di mezzo mondo che la invocano a grande voce. A cominciare dai ragazzi di Occupy Wall Street che vorrebbero mettere mano su qualcosa come 1.300 miliardi di dollari di “soldi facili” che ogni giorno fanno il giro dei mercati globali. Uno schiaffo alla miseria, dunque. Tanto da diventare il leit motiv di parecchie canzoni “arrabbiate” dei ghetti d’America (e non solo). Come quella che trovate qui.

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