Come uscire dalla crisi: 4 consigli per l'Italia
PAOLO CERRONI / Imagoeconomica
Come uscire dalla crisi: 4 consigli per l'Italia
Economia

Come uscire dalla crisi: 4 consigli per l'Italia

Abbiamo intervistato il vicesegretario generale dell'Ocse, Yves Leterme che dice: l'Italia lavori sul costo del lavoro e sulle tasse soprattutto per agevolare il ceto medio

da Atene

Yves Leterme era primo ministro del Belgio quando la crisi è scoppiata. Ha accettato l’austerità finché è stata necessaria, con riluttanza. Ora, da vicesegratio generale dell’Ocse, dove ha lavorato con Pier Carlo Padoan , usa la sua voce gentile per ribadire con fermezza un punto fermo: non usciremo dalla crisi se continueremo a dare risposte che aumentano la disuguaglianza.

Il nostro nuovo ministro dell’Economia viene dall’Ocse, come lei.
Lo conosco bene, personalmente. È una scelta eccellente, è l’uomo giusto al momento giusto.

Proviamo a dargli dei consigli.
No, guardi, non ne ha bisogno.

Proviamoci comunque: se l’Italia volesse aumentare la sua competitività senza uscire dell’Eurozona, dove dovrebbe investire?
Gli italiani, così come i francesi, devono riguadagnare fiducia nel loro futuro, nel fatto che il loro paese sia capace di crescere. L’economia italiana ha un potenziale economico enorme, ma ci sono comunque delle migliorie da fare. Pier Carlo ha degli elementi in più di me per dirlo, ma le darò comunque un esempio: altri paesi hanno affrontato il problema del costo del lavoro in modo più aggressivo dell’Italia e stanno già avendo dei risultati. Il governo italiano, su questo, deve fare di più.

Una tassa sui ricchi, la cosiddetta patrimoniale, sarebbe per lei una soluzione accettabile per l’Italia?
Se devi raccogliere di più attraverso le tasse è meglio che tu scelga un tipo di tassazione che comprometta il meno possibile la fiducia dei mercati e la capacità di investire di aziende e cittadini. Se poi consideriamo quanto sia aumentata la disuguaglianza tra ricchi e poveri durante la crisi, dovremmo convenire che è meglio evitare di chiedere altri sacrifici alla classe media. Tassare chi ha uno stipendio nella media, a questo punto della crisi, vorrebbe dire diminuire i consumi e la capacità di spesa delle famiglie, aumentando di fatto disuguaglianza e povertà.

A proposito di disuguaglianze: in questo momento un artigiano, in Italia, subisce un regime di tassazione incredibilmente superiore a quello di colossi come Apple o Google. Le sembra giusto?
È un problema enorme, è chiaro. Stiamo lavorando su due possibili risposte: lo scambio automatico di informazioni fiscali su società e cittadini (abbiamo il mandato del G-20 a lavorare a questo progetto, che però coinvolge molti altri paesi); un piano con misure specifiche per combattere la doppia imposizione fiscale e altre eccezioni che lasciano spazio ad escamotage per eludere il fisco (è il programma BEPS, “Base Erosion and Profit Shifting”). La concorrenza fiscale tra Paesi non è di per sé un male, anzi, aiuta ad avere una tassazione più equa e sistemi più efficienti. Ma ormai siamo a livelli di “doppia non imposizione”, con aziende che pagano poco o niente al fisco delle nazioni in cui operano.

Una grande causa di disuguaglianza è il fatto che le banche, nonostante gli aiuti ricevuti dalla Bce, non stiano ancora garantendo l’accesso al credito che sarebbe necessario, per cittadini e piccole e medie imprese. Come si può sbloccare questa situazione?
Dobbiamo affrontare i sintomi e non la causa, che è l’esposizione al rischio delle banche. Siamo ancora in un momento di transizione e non potremo dare una risposta efficace al problema finché la crisi non sarà del tutto assorbita dalle istituzioni finanziarie. Mi spiego: ci sono diversi paesi europei che hanno banche sistemiche che continuano a ignorare i propri squilibri, i propri debiti (a volte enormi). Prima di dare una risposta definitiva bisognerà fare chiarezza sulla situazione. Però si può già dire che, quando un governo decide la sua politica fiscale, non deve guardare solo ai numeri, ma anche agli strumenti che usa: oltre a investire nei giovani, lo stato dovrebbe essere molto attivo nel dare garanzie per conto di startup e piccole e medie imprese.

I segni di ripresa che vediamo in paesi come Irlanda e Spagna sono solidi o sono solo un’illusione contabile? Ad esempio: l’abbassamento del costo del lavoro, per gli spagnoli, è coinciso con pesanti tagli agli stipendi.
Non possiamo negare di vedere una ripresa, per quanto sia prudente, esitante e incostante. È inferiore al previsto, anche per via dei risultati inferiori alle aspettative dei mercati emergenti, ma c’è. Bisogna continuare però a dare le risposte giuste, per evitare che l’uscita dalla crisi di alcune categorie sia fatta a spesa delle altre. Il mercato del lavoro, in questo, è un esempio classico: non possiamo proteggere chi ha un lavoro alle spese di chi non c’è l’ha.

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