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(Ansa)
Dal Mondo

La nostra incognita: meglio Putin o Prigozhin? Il golpe è un bene o un male?

Dalle conseguenze interne immediate a quelle legate alla guerra in Ucraina. Come dovremmo leggere quanto sta accadendo in Russia?


A quanto riportato dalle ultime agenzie stampa, il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko ha negoziato per conto di Vladimir Putin un accordo con il capo della Wagner Yevgeny Prigozhin che metterebbe fine alla marcia su Mosca dei paramilitari golpisti. Se confermata, la notizia ha del clamoroso. La situazione, dunque, è grave, ma non seria. La surrealtá di questo ennesimo colpo di scena, in una giornata già di per sé eccezionale, dà la dimensione di quanto la Russia sia sprofondata nel caos e di quanto il potere non sia più soltanto nelle mani del presidente russo. Cedere al ricatto di un golpista è non solo una dimostrazione di debolezza da parte di Putin, ma apre la strada a nuove forme di ricatto da parte di altre forze ostili alla leadership putiniana e alla sua guerra contro l’Ucraina. Sì è dunque creato un pericolosissimo precedente. Quanto a Prigozhin stesso, è pur sempre un mercenario e da lui è lecito aspettarsi di tutto, anche perché, come noto, i suoi interessi ruotano intorno al sangue e al denaro.


La scellerata invasione russa dell’Ucraina - che sin dall’inizio aveva le caratteristiche per trasformarsi in un potenziale boomerang contro il Cremlino - si è rivelata esattamente per come era nelle premesse, una follia. Eravamo così abituati a vedere Vladimir Putin come un leader vincente, un maestro di tattica, un «uomo forte» e un comandante infallibile, che abbiamo chiuso gli occhi anche di fronte alle iniziali sconfitte sul campo delle forze armate russe, alla disfatta intorno a Kiev e agli attacchi diretti del capo della Wagner. Il quale, pur nella sua primitiva ferocia, non ha mai detto altro che la verità: attaccando direttamente i vertici militari del Cremlino, ha smascherato ogni tentativo della propaganda e della disinformazione di Stato di dipingere la guerra migliore di ciò che era, un’operazione fallimentare, addirittura suicida. Che oggi assume le sembianze di una disfatta senza precedenti.


A lungo abbiamo creduto che le invettive di Prigozhin fossero soltanto una Maskirovka («mascheramento») ovvero una tattica volta a confondere il nemico. Le abbiamo valutate come un tentativo orchestrato dallo stesso Putin per tenere i suoi generali sulle spine attraverso un suo fedele scagnozzo. Ma nel momento in cui Vladimir Putin è costretto ad ammettere in mondovisione che Rostov-on-Don - il suo principale polo militare da cui gestisce la guerra - è fuori dal suo controllo, non possiamo che prendere sul serio le sue parole.


Specie quando parla di «ammutinamento» da parte del suo più fedele servitore. Il volto teso e la sbrigativa comunicazione del presidente della Federazione russa ci dicono molto più di quanto non serva sapere: la delusione per l’iniziativa golpista di Prigozhin e il timore per la tenuta dello Stato sono fin troppo evidenti. Mai la Russia contemporanea si era trovata a confrontarsi con una ribellione interna di tale portata, con una guerra civile strisciante dove milizie private fuori controllo si combattono le une contro le altre per interessi personali.


Senza contare la sconfitta bruciante nel «giardino di casa» ucraino: le forze russe, che pure stanno resistendo efficacemente alla controffensiva ucraina, sono demoralizzate, mal equipaggiate e ancor peggio comandate da generali sempre meno lucidi. Al contrario, il Gruppo Wagner è composto da un numero di uomini assai limitato (circa 25 mila) e non ben equipaggiato, ma quanto mai motivato. E in molti scommettono che Wagner potrebbe essere in grado di andare ancora più lontano di quanto non abbia già fatto.


«Putin ha evocato ancora e ancora il 1917» commenta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «sebbene non sia in grado di fare di più». Forse evocare quella data, ovvero la guerra civile che depose gli zar e portò alla rivoluzione bolscevica, è una sorta di nemesi per Putin. La marcia di Prigozhin su Mosca è lì a ricordargli proprio questo: potrebbe succedere ancora che la Russia venga sconvolta da milizie irregolari. «Questo è solo l’inizio» promette e preconizza Zelensky. Staremo a vedere.


Di certo, siamo a un tornante della Storia che lascia attoniti anzitutto i russi, presi dal panico e incerti sul da farsi, ma nondimeno coglie di sorpresa l’Europa politica. E a chi si domanda se tutto questo sia un bene per gli esiti della guerra in favore di Kiev, la risposta non è immediata né affermativa. Di certo, è un colpo alla credibilità di Putin e alla sua capacità di comando: quando è lo stesso leader a dire di essere stato «pugnalato alle spalle» e che è concreto il «rischio di una guerra civile», la faccenda diventa seria. Ma da qui a esser lieti per il colpo di Stato ce ne passa.


Certo, è necessario iniziare a ripensare l’architettura del potere russo: in 23 anni al potere, per la prima volta emergono tutte le fragilità di una leadership che si considerava invincibile ma che, alla luce del macroscopico errore di valutazione del febbraio 2022, emerge come obsoleta. La gerarchia piramidale, il cerchio magico putiniano e le altre sovrastrutture che compongono la linea di comando della Federazione scricchiolano e sembrano davvero sul punto di crollare. Se non si andrà verso una stabilizzazione rapida del potere, il rischio è di trovarsi davanti a uno sconvolgimento epocale.


«La debolezza della Russia è evidente. È una debolezza su vasta scala. E più a lungo la Russia mantiene le sue truppe e mercenari sulla nostra terra, più caos, strazio e problemi avrà per sé in seguito. È anche ovvio. L'Ucraina è in grado di proteggere l'Europa dalla diffusione del male e del caos russi. Manteniamo la nostra resilienza, unità e forza. Tutti i nostri comandanti, tutti i nostri soldati sanno cosa fare» infierisce il presidente ucraino, che sembra voler dire «c’è anche il nostro zampino in questo».


Che vi sia o meno, e che abbiano contribuito anche i servizi segreti occidentali a dar vita a questa sortita – è la teoria che già serpeggia nel mondo del complottismo internazionale –, di una cosa sola si può essere certi: la Russia di Putin ormai somiglia sempre meno a una superpotenza e si avvicina sempre più a uno Stato fallimentare come la Siria di Bashar Al Assad.


La rivolta interna è cresciuta d’intensità nel tempo a causa di una leadership corrotta e autoreferenziale, e a niente sono serviti il silenziamento delle opposizioni, gli arresti di massa e l’eliminazione fisica degli oppositori. Il che dimostra che il pugno di ferro e la dittatura non pagano nel lungo termine.


Tutto ciò, però, non può essere considerato un bene per l’Occidente: se di certo lo è (temporaneamente) per l’Ucraina per ragioni di per sé evidenti, non lo è altrettanto per l’Unione Europea né per gli Stati Uniti. Il mondo, specie quello capitalistico nel quale viviamo, prospera nella stabilità e negli equilibri politico-economici, mentre gli shock geopolitici sono deleteri per loro stessa definizione.


Sembrano considerazioni banali, ma l’impatto di una Russia depotenziata è foriero di guai a catena, le cui ricadute economiche sono imprevedibili e incerte le reazioni di alleati e amici della Russia – dalla Cina stessa alle Repubbliche post sovietiche.


Paradossalmente, questa situazione ha momentaneamente riportato alla realtà (e forse alla lucidità) il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Dmitry Medvedev, il quale ha commentato: «Se l'arsenale nucleare della Russia finisse sotto il controllo dei banditi, il mondo intero sarebbe sull'orlo della distruzione». È la prima dichiarazione sensata che l’ex presidente esprime da tempo, il che naturalmente non è comunque di conforto alcuno.


A ciò si aggiunge un suo ulteriore commento: «Ovviamente, questa è un'operazione ben ponderata e pianificata, il cui scopo è prendere il potere nel Paese», ha detto riferendosi all'ammutinamento della Wagner. E, per la seconda volta, sembra avere ragione.


Ma il vero interrogativo è: se Vladimir Putin cade, che succede dopo? Chi lo sostituirà alla guida della Russia? Quale fine faranno le alleanze geostrategiche se i nemici della Russia avranno successo? E, soprattutto, chi approfitterà per primo della situazione?


Già si teme che i falchi polacchi vogliano servirsi del caos russo come scusa per convincere le forze armate nazionali a gettarsi nella mischia. Simili speculazioni, indipendentemente dalla loro veridicità (poca, pochissima), alimentano la confusione e le convinzioni dei detrattori della Russia a scommettere sulla fine a stretto giro del regno putiniano.


Da qui nuovi possibili stravolgimenti in più quadranti e regioni del mondo, secondo la più classica regola del domino: basta che cada una sola tessera e si produrrà una reazione a catena che, a partire da un piccolo cambiamento dello schema, darà origine a un’inarrestabile sequenza di eventi. In questo caso, se la Russia putiniana «salta», la pace con l’Ucraina è ancor meno probabile.Ma l’onda d’urto potrebbe travolgere anche Africa e Medio Oriente (dove peraltro la Wagner ha una forza e una penetrazione non indifferenti): Libia, Mali, Siria, Iraq, solo per citare alcuni Paesi, potrebbero conoscere nuovi sconvolgimenti.


Per restare alla guerra in Ucraina, Kiev da oggi avrà ancor più la pretesa di dare il colpo ferale a Mosca, mentre gli Usa e l’Ue già hanno già dichiarato che resteranno al fianco dell’Ucraina sino alla fine. Chi potrà fermarli a quel punto? Prigozhin ha scommesso sulla debolezza di Putin e forse ha negoziato un suo assenso al cambio della leadership militare. In realtà neanche lui sa dove si potrà arrivare.


Dunque, le uniche certezze che abbiamo in questo momento sono soltanto due: che la guerra proseguirà, e che le prossime giornate saranno decisive per le sorti di Vladimir Putin.




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Da: lucio tirinnanzi <lucio.tirinnanzi@gmail.com>

Date: Sab 24 Giu 2023, 20:18

Subject: Re: IL GOLPE è UN BENE O UN MALE?

To: Andrea Soglio - Panorama <soglio@panorama.it>, Piazza Stefano <stepiazza@gmail.com>, lucio terzo <scrivoalucio@gmail.com>



A quanto riportato dalle ultime agenzie stampa, il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko ha negoziato per conto di Vladimir Putin un accordo con il capo della Wagner Yevgeny Prigozhin che metterebbe fine alla marcia su Mosca dei paramilitari golpisti. Se confermata, la notizia ha del clamoroso. La situazione, dunque, è grave, ma non seria. La surrealtá di questo ennesimo colpo di scena, in una giornata già di per sé eccezionale, dà la dimensione di quanto la Russia sia sprofondata nel caos e di quanto il potere non sia più soltanto nelle mani del presidente russo. Cedere al ricatto di un golpista è non solo una dimostrazione di debolezza da parte di Putin, ma apre la strada a nuove forme di ricatto da parte di altre forze ostili alla leadership putiniana e alla sua guerra contro l’Ucraina. Sì è dunque creato un pericolosissimo precedente. Quanto a Prigozhin stesso, è pur sempre un mercenario e da lui è lecito aspettarsi di tutto, anche perché, come noto, i suoi interessi ruotano intorno al sangue e al denaro.


La scellerata invasione russa dell’Ucraina - che sin dall’inizio aveva le caratteristiche per trasformarsi in un potenziale boomerang contro il Cremlino - si è rivelata esattamente per come era nelle premesse, una follia. Eravamo così abituati a vedere Vladimir Putin come un leader vincente, un maestro di tattica, un «uomo forte» e un comandante infallibile, che abbiamo chiuso gli occhi anche di fronte alle iniziali sconfitte sul campo delle forze armate russe, alla disfatta intorno a Kiev e agli attacchi diretti del capo della Wagner. Il quale, pur nella sua primitiva ferocia, non ha mai detto altro che la verità: attaccando direttamente i vertici militari del Cremlino, ha smascherato ogni tentativo della propaganda e della disinformazione di Stato di dipingere la guerra migliore di ciò che era, un’operazione fallimentare, addirittura suicida. Che oggi assume le sembianze di una disfatta senza precedenti.


A lungo abbiamo creduto che le invettive di Prigozhin fossero soltanto una Maskirovka («mascheramento») ovvero una tattica volta a confondere il nemico. Le abbiamo valutate come un tentativo orchestrato dallo stesso Putin per tenere i suoi generali sulle spine attraverso un suo fedele scagnozzo. Ma nel momento in cui Vladimir Putin è costretto ad ammettere in mondovisione che Rostov-on-Don - il suo principale polo militare da cui gestisce la guerra - è fuori dal suo controllo, non possiamo che prendere sul serio le sue parole.


Specie quando parla di «ammutinamento» da parte del suo più fedele servitore. Il volto teso e la sbrigativa comunicazione del presidente della Federazione russa ci dicono molto più di quanto non serva sapere: la delusione per l’iniziativa golpista di Prigozhin e il timore per la tenuta dello Stato sono fin troppo evidenti. Mai la Russia contemporanea si era trovata a confrontarsi con una ribellione interna di tale portata, con una guerra civile strisciante dove milizie private fuori controllo si combattono le une contro le altre per interessi personali.


Senza contare la sconfitta bruciante nel «giardino di casa» ucraino: le forze russe, che pure stanno resistendo efficacemente alla controffensiva ucraina, sono demoralizzate, mal equipaggiate e ancor peggio comandate da generali sempre meno lucidi. Al contrario, il Gruppo Wagner è composto da un numero di uomini assai limitato (circa 25 mila) e non ben equipaggiato, ma quanto mai motivato. E in molti scommettono che Wagner potrebbe essere in grado di andare ancora più lontano di quanto non abbia già fatto.


«Putin ha evocato ancora e ancora il 1917» commenta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky «sebbene non sia in grado di fare di più». Forse evocare quella data, ovvero la guerra civile che depose gli zar e portò alla rivoluzione bolscevica, è una sorta di nemesi per Putin. La marcia di Prigozhin su Mosca è lì a ricordargli proprio questo: potrebbe succedere ancora che la Russia venga sconvolta da milizie irregolari. «Questo è solo l’inizio» promette e preconizza Zelensky. Staremo a vedere.


Di certo, siamo a un tornante della Storia che lascia attoniti anzitutto i russi, presi dal panico e incerti sul da farsi, ma nondimeno coglie di sorpresa l’Europa politica. E a chi si domanda se tutto questo sia un bene per gli esiti della guerra in favore di Kiev, la risposta non è immediata né affermativa. Di certo, è un colpo alla credibilità di Putin e alla sua capacità di comando: quando è lo stesso leader a dire di essere stato «pugnalato alle spalle» e che è concreto il «rischio di una guerra civile», la faccenda diventa seria. Ma da qui a esser lieti per il colpo di Stato ce ne passa.


Certo, è necessario iniziare a ripensare l’architettura del potere russo: in 23 anni al potere, per la prima volta emergono tutte le fragilità di una leadership che si considerava invincibile ma che, alla luce del macroscopico errore di valutazione del febbraio 2022, emerge come obsoleta. La gerarchia piramidale, il cerchio magico putiniano e le altre sovrastrutture che compongono la linea di comando della Federazione scricchiolano e sembrano davvero sul punto di crollare. Se non si andrà verso una stabilizzazione rapida del potere, il rischio è di trovarsi davanti a uno sconvolgimento epocale.


«La debolezza della Russia è evidente. È una debolezza su vasta scala. E più a lungo la Russia mantiene le sue truppe e mercenari sulla nostra terra, più caos, strazio e problemi avrà per sé in seguito. È anche ovvio. L'Ucraina è in grado di proteggere l'Europa dalla diffusione del male e del caos russi. Manteniamo la nostra resilienza, unità e forza. Tutti i nostri comandanti, tutti i nostri soldati sanno cosa fare» infierisce il presidente ucraino, che sembra voler dire «c’è anche il nostro zampino in questo».


Che vi sia o meno, e che abbiano contribuito anche i servizi segreti occidentali a dar vita a questa sortita – è la teoria che già serpeggia nel mondo del complottismo internazionale –, di una cosa sola si può essere certi: la Russia di Putin ormai somiglia sempre meno a una superpotenza e si avvicina sempre più a uno Stato fallimentare come la Siria di Bashar Al Assad.


La rivolta interna è cresciuta d’intensità nel tempo a causa di una leadership corrotta e autoreferenziale, e a niente sono serviti il silenziamento delle opposizioni, gli arresti di massa e l’eliminazione fisica degli oppositori. Il che dimostra che il pugno di ferro e la dittatura non pagano nel lungo termine.


Tutto ciò, però, non può essere considerato un bene per l’Occidente: se di certo lo è (temporaneamente) per l’Ucraina per ragioni di per sé evidenti, non lo è altrettanto per l’Unione Europea né per gli Stati Uniti. Il mondo, specie quello capitalistico nel quale viviamo, prospera nella stabilità e negli equilibri politico-economici, mentre gli shock geopolitici sono deleteri per loro stessa definizione.


Sembrano considerazioni banali, ma l’impatto di una Russia depotenziata è foriero di guai a catena, le cui ricadute economiche sono imprevedibili e incerte le reazioni di alleati e amici della Russia – dalla Cina stessa alle Repubbliche post sovietiche.


Paradossalmente, questa situazione ha momentaneamente riportato alla realtà (e forse alla lucidità) il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Dmitry Medvedev, il quale ha commentato: «Se l'arsenale nucleare della Russia finisse sotto il controllo dei banditi, il mondo intero sarebbe sull'orlo della distruzione». È la prima dichiarazione sensata che l’ex presidente esprime da tempo, il che naturalmente non è comunque di conforto alcuno.


A ciò si aggiunge un suo ulteriore commento: «Ovviamente, questa è un'operazione ben ponderata e pianificata, il cui scopo è prendere il potere nel Paese», ha detto riferendosi all'ammutinamento della Wagner. E, per la seconda volta, sembra avere ragione.


Ma il vero interrogativo è: se Vladimir Putin cade, che succede dopo? Chi lo sostituirà alla guida della Russia? Quale fine faranno le alleanze geostrategiche se i nemici della Russia avranno successo? E, soprattutto, chi approfitterà per primo della situazione?


Già si teme che i falchi polacchi vogliano servirsi del caos russo come scusa per convincere le forze armate nazionali a gettarsi nella mischia. Simili speculazioni, indipendentemente dalla loro veridicità (poca, pochissima), alimentano la confusione e le convinzioni dei detrattori della Russia a scommettere sulla fine a stretto giro del regno putiniano.


Da qui nuovi possibili stravolgimenti in più quadranti e regioni del mondo, secondo la più classica regola del domino: basta che cada una sola tessera e si produrrà una reazione a catena che, a partire da un piccolo cambiamento dello schema, darà origine a un’inarrestabile sequenza di eventi. In questo caso, se la Russia putiniana «salta», la pace con l’Ucraina è ancor meno probabile.Ma l’onda d’urto potrebbe travolgere anche Africa e Medio Oriente (dove peraltro la Wagner ha una forza e una penetrazione non indifferenti): Libia, Mali, Siria, Iraq, solo per citare alcuni Paesi, potrebbero conoscere nuovi sconvolgimenti.


Per restare alla guerra in Ucraina, Kiev da oggi avrà ancor più la pretesa di dare il colpo ferale a Mosca, mentre gli Usa e l’Ue già hanno già dichiarato che resteranno al fianco dell’Ucraina sino alla fine. Chi potrà fermarli a quel punto? Prigozhin ha scommesso sulla debolezza di Putin e forse ha negoziato un suo assenso al cambio della leadership militare. In realtà neanche lui sa dove si potrà arrivare.


Dunque, le uniche certezze che abbiamo in questo momento sono soltanto due: che la guerra proseguirà, e che le prossime giornate saranno decisive per le sorti di Putin

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Luciano Tirinnanzi