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(Ansa)
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Israele e Russia consolidano i rapporti

Putin e Bennett hanno avuto in incontro molto cordiale la settimana scorsa. Mosca punta a diventare sempre più centrale in Medio Oriente, approfittando delle crescenti difficoltà di Biden

È stato un incontro particolarmente cordiale quello tenutosi a Sochi la settimana scorsa tra il presidente russo, Vladimir Putin, e il premier israeliano, Naftali Bennett. "Abbiamo avuto un incontro molto significativo e produttivo", ha dichiarato il capo del Cremlino al termine dei colloqui. "I legami tra Russia e Israele sono un elemento significativo nella politica estera dello Stato di Israele sia per lo status speciale della Russia nella regione e il suo ruolo internazionale, sia per il milione di russofoni in Israele, che costituiscono un ponte tra i due Paesi", ha affermato, dal canto suo, Bennett. "In generale, la politica estera e lo status internazionale di Israele si stanno notevolmente rafforzando. C'è molta energia e la direzione è molto buona", ha aggiunto il premier israeliano. Ricordiamo che Putin intrattenesse solide relazioni già con il predecessore di Bennett, Benjamin Netanyahu: segno di come il recente incontro con l'attuale premier debba essere inserito nel più ampio quadro del progressivo avvicinamento tra Israele e la Russia.

Al centro del meeting, i due leader hanno parlato di collaborazione sullo spinoso dossier della Siria: come riferito dal Jerusalem Post, la grande preoccupazione degli israeliani risiede nel fatto che forze iraniane si siano posizionate in territorio siriano, per condurre attacchi contro lo Stato ebraico. In secondo luogo, è stata anche affrontata la delicata questione del nucleare iraniano. È chiaro, sotto questo punto di vista, un duplice elemento. Il primo è che Israele stia cercando di fronteggiare la minaccia di Teheran facendo diplomaticamente e politicamente leva sugli storici legami che uniscono Mosca alla Repubblica islamica. Il secondo è che la Russia voglia consolidare le proprie relazioni con lo Stato ebraico, per rendere sempre più centrale il proprio ruolo nello scacchiere mediorientale. Una strategia, questa, che Putin sta portando avanti in una fase piuttosto difficile per gli Stati Uniti. Washington ha visto incagliarsi le trattative sul nucleare iraniano, mentre il Times of Israel ha recentemente riferito che l'amministrazione Biden abbia inoltrato delle proteste a Bennett "contro i piani israeliani di costruire nuove abitazioni negli insediamenti in Cisgiordania". In tutto questo, Biden ha raffreddato anche i rapporti con l'Arabia Saudita, mentre il caotico ritiro dall'Afghanistan ha sensibilmente minato la credibilità della Casa Bianca in varie aree del Medio Oriente.

Certo: non è da oggi che gli Stati Uniti stanno cercando di diminuire il proprio coinvolgimento nell'area. Già Donald Trump era di quest'avviso. Il punto è che l'allora presidente repubblicano aveva assunto una strategia differente da quella di Biden. Trump aveva infatti tentato una distensione nei confronti di Mosca per cooperare con la Russa in Medio Oriente. Il concetto stesso di cooperazione escludeva quindi quello di isolazionismo. Trump non solo coltivava stretti rapporti con l'allora premier israeliano Netanyahu, ma anche con il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Sempre Trump negoziò inoltre i cosiddetti "accordi di Abramo" e propose un piano per porre fine al conflitto israeliano-palestinese. Insomma, l'obiettivo del presidente americano era quello di ridurre la presenza militare americana nell'area, stabilizzare il Medio Oriente con l'aiuto dei russi, ma – al contempo – salvaguardare l'influenza politico-diplomatica di Washington su questo scacchiere.

Biden, al contrario, ha fatto una serie di scelte che lo hanno condotto in un vicolo cieco. In primis, la fortissima pressione a cui ha sottoposto Mosca durante i primi mesi di presidenza ha spinto la Russia sempre più tra le braccia della Cina, rendendo quindi il Cremlino un partner più problematico in Medio Oriente. In secondo luogo, la sua repentina distensione con l'Iran ha prodotto una serie di conseguenze problematiche: ha raffreddato i rapporti con Riad e rinvigorito Hamas, contribuendo a creare le condizioni per la crisi di Gaza dello scorso maggio. Tutto questo, per ottenere poi ben poco, visto che –come abbiamo detto– i colloqui sul nucleare iraniano sembrano attualmente in stallo. Infine, la rocambolesca evacuazione afghana ha spinto svariati Paesi mediorientali a ritenere che Washington si disinteresserà sempre più di loro: il che sta aprendo ampi margini di manovra a una Russia oggi - lo abbiamo visto - sempre più legata alla Cina. Lo scenario per Biden si sta quindi facendo sempre più preoccupante.

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Stefano Graziosi