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Ansa
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Il terremoto in Turchia scuote anche la poltrona del Sultano Erdogan

Il presidente erapronto a spendere cifre esagerate per festeggiare i cento anni dalla fondazione della moderna Turchia e i vent’anni dalla sua personale ascesa al potere, e invece si ritrova a dover gestire la peggiore crisi umanitaria degli ultimi dieci anni

E pensare che per Recep Tayyip Erdogan questo doveva essere l’anno d’oro. Il presidente turco era già pronto a spendere cifre esagerate per festeggiare degnamente i cento anni dalla fondazione della moderna Turchia e i vent’anni dalla sua personale ascesa al potere, e invece adesso si ritrova a dover gestire la peggiore crisi umanitaria degli ultimi dieci anni.

Lo stesso dicasi per Bashar Al Assad il satrapo filorusso la cui minoranza alawita guida con piglio dittatoriale una Siria devastata dalla guerra civile: nel suo Paese le macerie sono ben antecedenti al terremoto e la popolazione stessa era già dispersa nella regione, il tessuto sociale disintegrato e molte città erano ancoraprofondamente ferite dai bombardamenti patiti sotto l’occupazione del Califfato.

Qui, in undici anni di guerra, almeno mezzo milione sono le persone uccise che si è riusciti a identificare, mentre altre centomila vittime della guerra giacciono su questa terra ancora senza nome (più di 160 mila sono civili, il resto combattenti). A quelle migliaia di famiglie che invece non erano state uccise dalla guerra, ci hanno pensato negli ultimi anni la malnutrizione e il colera. In tutto, dal 2011 a oggi la tragedia siriana ha portato non soltanto alla perdita dell’identità, ma anche alla dispersione delsuo stesso popolo: con 3,6 milioni di profughi siriani solo in Turchia, altri 5,5 milioni registrati negli Stati vicini (Libano, Giordania, Turchia e Iraq) e circa 6 milioni di sfollati all'interno del Paese, il numero di persone che vivono o hanno fatto ritorno in Siria è così ridotto che dei 22 milioni di abitanti registrati prima dello scoppio delle ostilità quasi la metà non vive o ha più una casa.

Aleppo, la seconda città della Siria per importanza, è da tempo un luogo spettrale e invivibile: assurta a simbolo della resistenza contro il clan degli Assad, la città martire ha visto sgretolarsi progressivamente il proprio futuro e ha pagato più di ogni altra la ribellione al potere centrale di Damasco e la connivenza con lo Stato Islamico: qui la furia delle milizie mercenarie della Russia, alleata storica degli Assad, insieme ai bombardamenti dal cielo hanno fatto tabula rasa di ogni ambizione alla rinascita per quella che nel 2006 era stata dichiarata «capitale culturale del mondo islamico». Quando nel dicembre del 2016 la «Stalingrado di Siria» fu evacuata dalle forze ribelli, che si spostarono nella provincia di Idlib per opporre un’ultima resistenza a Damasco, il progressivo rientro di decine di migliaia di cittadini, completato solo nel 2018, sembrò accendere una fiamma di speranza. Ma adesso il terremoto ha cancellato ogni residua possibilità per Aleppo e l’intera regione al confine turco di rialzarsi.

Né c’è da sperare che qualcuno corra in soccorso ai siriani per la ricostruzione. Non può farlo la Turchia, a sua volta impegnata a raccapezzarsi tra le rovine di Gaziantep e delle aree colpite - almeno 5.606 sono gli edifici crollati durante e dopo il terremoto -, che difatti ha già chiuso i confini meridionali per evitare un nuovo esodo di siriani che tentano di sconfinare per raggiungere l’assistenza di base quantomeno negli affollati campi profughi dove operano le ong internazionali.

Ma non può giungere in loro soccorso neanche la Russia. Il cinismo delle relazioni diplomatiche, infatti, impone al Cremlino di pensare anzitutto ai bisogni dell’alleato di maggior peso: ovvero la Turchia, il cui presidente Erdogan è cruciale nella partita geopolitica e diplomatica che si gioca in Ucraina, dove Mosca peraltro deve già impegnare tutte le proprie forze in soccorso dei suoi circa 100 mila morti e feriti che giacciono nelle trincee. In ogni caso, tre aerei da trasporto russi sono atterrati questa notte all’aeroporto di Adana con a bordo oltre 100 tra soccorritori e medici, oltre a veicoli specializzati e un aeromobile medico.Mentre non risultano ancora mezzi russi inviati in sostegno a Damasco, nonostante l’appello del presidente siriano alle Nazioni Unite.

E se Ankara ha annunciato 7 giorni di lutto nazionale e sta ricevendo la solidarietà di Europa e Russia, «il maledetto confine» turco-siriano - come lo chiamano spesso i curdi da sempre intrappolati e divisi tra questi due Paesi - resta fonte di grandi preoccupazioni per Erdogan, in ordine a più ragioni. Senz’altroenergetiche, considerato che da qui passa l’oleodotto che da Kirkuk collega i ricchi giacimenti del nord dell’Iraq e del Kurdistan iracheno fino al porto fluviale di Ceyhan, terminale per lo smistamento nel Mediterraneo degli idrocarburi: il sisma lo avrebbe danneggiato in più punti, così come ha causato danni anche al gasdotto che da Haifa in Israele penetra il sud della Turchia attraverso la provincia dell’Hatay.

Ma il governo turco ha ragione di temere anche dal punto di vista securitario: gli impianti di cui sopra sono stati più volte oggetto di attentati terroristici da parte delle milizie curde che combattono contro Ankara e che proprio in quest’area vorrebbero vedere sorgere uno Stato indipendente (la Rojava). Inoltre, Gaziantep e Adana - due delle città turche che hanno patito le conseguenze peggiori del terremoto - sono da anni snodi e punti di collegamento cruciali per jihadisti, miliziani dell’Isis e contrabbandieri di ogni sorta. Proprio in seguito al sisma, i detenuti di una prigione nella città di Rajo, vicino al confine turconel nord-ovest della Siria, hanno approfittato per inscenare un’insurrezione, in seguito alla quale almeno 20 di loro sono riusciti a fuggire, la maggior parte dei quali sarebbero dirigentidello Stato Islamico. Il timore, adesso, è che le forze jihadiste possano approfittare della situazione caotica per liberare altre centinaia di detenuti attualmente stivati nelle carceri turche e siriane, e riorganizzarsi in un secondo momento cogliendo l’occasione della debolezza tanto di Ankara quanto di Damasco. Non da ultimo, i fondamentalisti islamici nei canali social già parlano del terremoto come di una «punizione divina» per non aver accettato il Califfato Islamico.

Ecco dunque che il 2023 per la regione si apre con incognite gravi dal punto di vista socio economico, che si salda a una pregressa crisi finanziaria che attanaglia la Turchia di Erdogan non meno della Siria degli Assad. Ciò potrebbe condurre anche a una ridefinizione di alleanze e influenze, dopo il possibile venir meno di partner strategici come quello russo per i siriani e le incertezze turche in ordine alla sua appartenenza alla Nato e al ruolo dei curdi nella regione. Tutto questo in un momento in cui lo stesso concetto di confini appare sempre più incerto, considerati il pessimo esempio di Mosca (che non riconosce più quello ucraino)e l’irrequietezza atavica dei Paesi confinanti: Libano e Iraq su tutti, che a loro volta non godono di buona salute. Tali interrogativi promettono di riportare il Medio Oriente al centro delle dispute internazionali in un’area dove l’instabilità è da sempre sinonimo di quotidianità.

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Luciano Tirinnanzi