A chi giovano gli scontri negli Usa
(Ansa, Elijah Nouvelage/Getty Images/AFP)
A chi giovano gli scontri negli Usa
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A chi giovano gli scontri negli Usa

L'uccisione di George Floyd ha fatto esplodere la protesta in tutto il paese. Molti colpevolizzano Trump ama sicuri che le proteste non saranno un vantaggio alle presidenziali?

L'uccisione di George Floyd, l'afroamericano morto a Minneapolis la scorsa settimana nel corso di un controllo di polizia, ha scatenato dure proteste nella città: proteste, sfociate in veri e propri episodi di guerriglia urbana. Cortei e focolai di rivolta si sono inoltre estesi a macchia di leopardo al di fuori dello Stato del Minnesota, coinvolgendo per esempio città come Oakland, Los Angeles, New York e Detroit. Nelle scorse ore, gli scontri hanno tra l'altro portato a nuove vittime (dal Michigan alla Florida). Tutto questo, mentre scene di guerriglia si sono verificate anche a Washington, nei pressi della Casa Bianca.

La tensione resta tutt'ora particolarmente elevata e ad infiammarsi è stato lo stesso dibattito politico. Svariati esponenti del Partito Democratico (Joe Biden, Hillary Clinton ed Elizabeth Warren) hanno attaccato Donald Trump, accusandolo di avere in qualche modo creato un clima incendiario e attribuendogli in tal senso la responsabilità del caos esploso. In particolare, hanno puntato il dito contro una serie di post del presidente: uno dei quali è stato bollato dallo stesso Twitter come "incitante alla violenza". Più in generale del resto, all'attuale inquilino della Casa Bianca viene spesso rimproverato di creare un clima d'odio, in cui prospererebbero atteggiamenti di natura violentemente razzista. Ciononostante la situazione risulta ben più complicata di così.



Innanzitutto cominciamo con il sottolineare che il fenomeno degli afroamericani uccisi dalla polizia sia ben precedente all'ascesa politica di Trump (entrato in carica nel gennaio del 2017). D'altronde, episodi come quello di Floyd hanno spesso avuto luogo già ai tempi della presidenza di Barack Obama. Per fermarci ad alcuni esempi, ricordiamo, il caso di Freddie Gray nell'aprile del 2015 a Baltimora o quello di Eric Garner, avvenuto a New York nel luglio del 2014. Era invece il febbraio del 2016, quando venne ucciso Greg Gunn in Alabama. Nello stesso anno si verificò poi, a luglio, la morte di Alton Sterling in Louisiana e, a settembre, quella di Terence Crutcher in Oklahoma. E attenzione: perché non si è mai trattato soltanto di singoli casi isolati ma di una questione sistemica. Nel dicembre del 2016, l'American Journal of Public Health pubblicò uno studio, secondo cui i neri adulti avrebbero una maggiore probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto agli adulti bianchi (quasi tre volte in più). Come si vede, il problema della violenza delle forze dell'ordine negli Stati Uniti non è una questione recente. E, in particolare, non è un fenomeno che affligge esclusivamente gli afroamericani. Come nota Statista.com, il maggior numero di vittime – in termini assoluti – per intervento di forze dell'ordine riguarda i bianchi. E, in tal senso, lo stesso Obama – nel luglio del 2016 – disse a Varsavia: "Questo non è solo un problema nero, non solo un problema ispanico. Questo è un problema americano. Tutte le persone di buon senso dovrebbero essere preoccupate".



Il nodo risale quindi a ben prima dell'avvento di Trump alla Casa Bianca. E comunque, se si vuole individuare una responsabilità politico-amministrativa nella vicenda di Minneapolis, non bisogna guardare né al presidente né ai repubblicani. Sono decenni che il corpo di polizia di questa città è caratterizzato da controversie e denunce, oltre ad accuse di essere responsabile di un tasso di detenzione che vede colpire i neri molto più dei bianchi. Ciononostante non dobbiamo dimenticare che, negli Stati Uniti, siano i sindaci a nominare i vertici della polizia cittadina. Ebbene, è dal 1978 che Minneapolis ha sindaci esclusivamente appartenenti dal Partito Democratico, così come democratici sono i governatori che guidano lo Stato del Minnesota dal 2011. Lo stesso procuratore generale dello Stato, Keith Ellison, ha parlato domenica di un "problema endemico" nella polizia di Minneapolis. Questo per dire che, un conto sono le ripetute accuse di razzismo contro Trump e la difesa astratta dei diritti civili, un altro conto è poi essere in grado di mettere in pratica quella stessa difesa nel concreto dell'amministrazione statale e cittadina.

I democratici, soprattutto alle presidenziali del prossimo novembre, rischiano pertanto di ritrovarsi a dover affrontare uno spinoso problema in riferimento al voto afroamericano. E questo è un tema che va oltre il caso Floyd. Un sondaggio di Democracy Fund + UCLA Nationscape, pubblicato a fine maggio, sostiene che – nel consenso tra i giovani neri – il (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, abbia per ora perso svariati punti percentuali rispetto a Hillary Clinton nel 2016. Tutto questo, mentre – secondo una rilevazione di Rasmussen pubblicata sempre a fine maggio – il 73% degli elettori afroamericani si è detto in disaccordo con la recente affermazione di Biden, secondo cui un afroamericano che vota Trump non sarebbe da considerarsi nero. Insomma, la comunità afroamericana sta avvertendo un crescente disagio per la strumentalizzazione politica di cui è stata oggetto negli anni. E – dato forse ancora più importante – svariati afroamericani stanno mettendo in discussione il loro storico sostegno al Partito Democratico. Un sostegno che, assai spesso, le alte sfere dell'asinello hanno sbrigativamente considerato automatico e scontato.

Resta poi il problema delle durissime proteste che si stanno registrando. Trump, che mercoledì scorso ha ordinato al Dipartimento di Giustizia e all'Fbi di fare luce sulla morte di Floyd, ha frattanto fatto proprio su Twitter lo slogan nixoniano del "law and order". Il presidente è infatti convinto che dietro la guerriglia di Washington e delle altre città, anziché manifestanti, si celino dei facinorosi con obiettivi di destabilizzazione politica. E' anche in questo senso che ha annunciato ieri di voler designare gli Antifa come un'organizzazione terroristica: una proposta che aveva già avanzato lo scorso luglio. Del resto, lo stesso Ellison, parlando della degenerazione delle manifestazioni in Minnesota, ha dichiarato: "Abbiamo prove della presenza di estranei e, in alcuni casi, hanno avuto un ruolo molto negativo". Tutto questo, mentre il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, Susan Rice, ha lasciato intendere che, dietro i disordini, ci sarebbe una manovra dei russi. "Non sarei sorpresa", ha detto domenica scorsa, "di apprendere che hanno fomentato alcuni di questi estremisti da entrambe le parti, usando i social media". Non è chiaro se la Rice abbia prove per suffragare una simile tesi. La Cnn ha tuttavia consigliato ieri di essere molto cauti prima di tirare in ballo il Cremlino sulla vicenda degli attuali scontri. Il punto è che, per alcuni democratici, la fonte di ogni male – sia che si tratti della vittoria elettorale di Trump nel 2016 sia che si parli di proteste violente negli Stati Uniti – resta sempre una sola: Mosca. E l'ipotesi che si voglia scaricare le colpe sugli altri per evitare di fare autocritica, non è forse poi così infondata.

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