Cronaca

Scontri a Milano, perché i black bloc hanno perso

Riflessione, a mente fredda, sul perché il 1 Maggio gli incappucciati hanno riportato una disfatta. E la città e la polizia una vittoria

Expo: a Milano la prima conta dei danni, 10 auto in fiamme

Personale dell'Amsa e cittadini volontari ripuliscono i muri di Milano e riparano i danni dopo gli scontri avvenuti nel giorno dell'inaugurazione dell'Expo, 2 maggio 2015. ANSA/ PAOLO SALMOIRAGO

È stata una disfatta, su tutti i fronti. A Milano i black bloc si sono fatti del male, hanno perso, e c’è da scommettere che non ci rimetteranno più piede, almeno fino alla fine dell’Expo.

Gli uomini incappucciati avevano un obiettivo preciso: penetrare in centro, scorrazzare davanti al Duomo o nella galleria di corso Vittorio Emanuele, per arrivare alla Scala, il vero bersaglio. Provate a immaginare uno spruzzo di vernice sui muri del Teatro, o un “petardo” lanciato all’interno: avrebbe fatto il giro del mondo e sarebbe diventato il simbolo della vittoria e di un intero paese piegato sulle ginocchia al cospetto di quattro delinquenti mascherati.

 

Per realizzare i loro propositi non potevano che venire a contatto con le forze di polizia schierate a difesa degli obiettivi sensibili. Ma hanno sbattuto contro un muro e sono stati respinti da cinque secchiate d’acqua. A quel punto si sono fronteggiate due strategie precise di quella che va chiamata con il nome appropriato: una guerra di posizione in campo di battaglia.

I black bloc hanno cercato di spostare (e attirare) il nemico nel tentativo di incanalare alle loro spalle la parte più numerosa del corteo. Ma la polizia non è caduta nel tranello, ha tenuto la posizione e non si è fatta trascinare nepure dentro il trappolone, ovvero inseguire l’avversario ferito per finirlo sul campo e cantare vittoria.

L’uomo con il casco che fa lo spaccone sulla sedia a rotelle in mezzo alla guerriglia, e che si aggira perfino tra le prime file dei poliziotti, è l’emblema del pericolo evitato dalle forze dell’ordine. Altro sforzo di immaginazione: provate a pensare cosa sarebbe successo se il giorno dopo fosse stata mandata in rete l'immagine di un manganello sul corpo di un povero portatore di handicap. Apriti cielo, si sarebbe scatenato il can can e si sarebbe dovuto dimettere il capo della polizia o il ministro dell’interno.

Non è successo perché gli uomini comandati sul campo dal questore di Milano Luigi Savina, che ha coordinato le operazioni dalla sala operativa di via Fatebenefratelli, dotata di tecnologia all’avanguardia, si sono guardati bene dall’usare la forza e rispondere con violenza alla violenza. Una condotta che è stata oggetto di critiche ma che si è rivelata fondamentale.

Le critiche

A proposito di critiche: la manifestazione non andava autorizzata, hanno tuonato in tanti su Twitter mentre in rete scorrevano le immagini della devastazione. E soprattutto non andava concessa ai noti professionisti della protesta una così grande vetrina mediatica proprio nel giorno dell'inaugurazione dell’Expo.

Peccato che il diritto di manifestare il proprio pensiero e di riunirsi pacificamente sia un principio garantito e tutelato dalla nostra costituzione. E forse non sarebbe male dare una ripassata al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, perché da nessuna parte si parla di autorizzazione: gli organizzatori hanno il solo obbligo di comunicare al questore, almeno tre giorni prima, lo svolgimento della manifestazione. Punto.

Il quale questore può limitare, disciplinare e certo, anche vietare, ma soltanto in casi straordinari. Ovvero quando lo scopo dell’evento si pone dichiaratamente contro la legge. Facciamo un esempio: una marcia indetta da nostalgici del regime fascista non per commemorare i caduti ma per invocare il ritorno al fascismo.

Ecco, in questo caso potrebbe scattare il divieto. Non certo per la manifestazione di Milano, alla quale hanno partecipato ambientalisti e mille altre sigle e associazioni che nulla hanno a che vedere con i black bloc. E c’è da scommettere che la comunicazione al questore sia stata fatta da soggetti verso i quali non esistono motivi ostativi e ai quali non è possibile sopprimere un diritto costituzionale.

Immaginiamo che...

Ora poniamo l’ipotesi che il responsabile dell’ordine pubblico avesse posto il veto. A parte le urla contro la deriva autoritaria e il regime che sopprime le libertà degli individui, che altro sarebbe successo? Sarebbe partito subito il ricorso al Tar, che avrebbe avuto il tempo per sospendere il provvedimento. E si sarebbe così scesi in piazza.

Ma allora (ecco un'altra delle accuse piovute in rete) se non era possibile impedire la manifestazione, si poteva quantomeno evitare di concedere ai cattivi il palcoscenico delle vie belle del centro.

Premesso che ci sarebbe da dibattere del perché i cittadini di Quarto Oggiaro debbano essere considerati di serie B rispetto a quelli di corso Magenta, proviamo a restare sul terreno pratico dell’ordine pubblico. Ipotizziamo che nonostante il confino in una zona ben precisa della periferia, i manifestanti si fossero radunati ugualmente dove volevano loro. In fondo, non è difficile pensarlo. A quel punto l'uso della forza per impedire loro di partire sarebbe stato inevitabile, con il risultato di far passare quattro delinquenti dalla parte della ragione e soprattutto di mettere dalla loro parte la maggioranza pacifica della protesta.

Che ci piaccia o no, non c'era altra scelta che quella di concedere il percorso richiesto. Certo, si sarebbero potuti togliere i bidoni della spazzatura, quantomeno svuotarli, e portar via tutte le auto, come hanno tuonato in tanti. Evacuare quella parte della città, insomma. Come se di fronte a persone armate di traccianti nautici lanciati ad altezza d’uomo, il problema sia stato un sacchetto di immondizia. Quanto alle macchine, infine, quello è un provvedimento che spetta al sindaco della città, non certo alle forze dell’ordine.

A mente fredda

A mente fredda, rivisti i fatti e passate al vaglio tutte le ipotesi, rimane una certezza: i black bloc hanno perso. Sono stati sconfitti sul campo, si sono divisi tra loro e hanno perso pure l'appoggio dei fiancheggiatori locali. Quelli che a un certo punto del corteo guardano gli uccellini e fanno finta di non vedere che alle loro spalle c’è gente che si prepara alla distruzione.

Hanno pero. Se il giorno dopo ventimila persone sono scese in piazza per ripulire gli escrementi lasciati dai signori della protesta, è anche grazie al comportamento tenuto sul campo dalla forze dell’ordine. Niente violenza ma testa fredda, compattezza e forza superiore a difesa della città di Milano.

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