Le baby gang: ragazzi "orfani" di educazione

Il fenomeno degli atti di violenza dei giovanissimi analizzato con Maura Manca, Presidente dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza

Baby gang

Un momento del corteo contro la violenza delle baby-gang a Napoli - 17 gennaio 2018 – Credits: ANSA/CESARE ABBATE

Francescapaola Iannaccone

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È allarme in Italia per il fenomeno delle violente baby gang napoletane che sta occupando le pagine di cronaca nera nelle ultime settimane.

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Maura Manca, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza.

Davanti a che tipo di fenomeno ci troviamo?
Stiamo assistendo a gruppi di adolescenti che si uniscono e si strutturano con dei comportamenti devianti, sistematici e ripetitivi con evidenti finalità violente: aggressioni, furti e spaccio di droga. Questo rientra in quello che propriamente viene definita microcriminalità organizzata. Oggi, però, erroneamente, viene spesso definita come “baby gang” paragonandola alle “gang” latine. Sono due fenomeni completamente diversi.

In cosa?
Quello a cui stiamo assistendo, sono atti di violenza brutale messa in atto da adolescenti che seppur agendo in branco, non hanno un leader e sono totalmente impulsivi, spesso in preda a quelle che sono le condizioni del momento.

Quali sono le motivazioni di questo disagio adolescenziale?
Parliamo di adolescenti estremamente problematici e alle volte "disturbati". Ciò vuol dire che stiamo parlando di ragazzi "orfani" da un punto di vista educativo, cresciuti senza limiti né regole e senza moralità, quella che ci permette di valutare se ciò che stiamo facendo nuoce a noi stessi o agli altri e che apprendiamo nel corso del nostro sviluppo attraverso l’educazione genitoriale e scolastica. Quando ciò non avviene, ci troviamo ad avere a che fare con dei ragazzi “problematici”.

Perché arrivano a comportarsi così?
Sono ragazzi estremamente problematici nella loro interiorità, che crescono troppo giustificati nella loro condotta, soprattutto dai genitori. Non hanno il concetto del "limite" e del "rispetto", privi dei quali siano le regole della convivenza e non hanno contezza della gravità degli atti che stanno compiendo.

Chi può aiutarli?
Genitori e scuola dovrebbero fare un comune atto d’incontro, scendere in campo e provare a rieducare anche perché non hanno più punti di riferimento autorevoli. Oggi la scuola è troppo lontana dal mondo dei ragazzi, troppo impostata in una modalità che non riesce ad accogliere i disagi e la devianza, anzi li emargina, li sospende. Il genitore dall’altro lato non li coinvolge. Ed anche l’ambiente circostante non offre quell’habitat tale da non farli sentire soli. È importante sottolineare come tutti quei ragazzi che hanno delle passioni, come lo sport, la musica, gli scout, quindi si identificano con dei punti di riferimento hanno meno probabilità di deviare.

In Italia quali sono le regioni più colpite da questo problema?
Tutte indistintamente. Anche se bisogna sottolineare che se parliamo di microcriminalità messa in atto da giovanissimi, le regioni che ospitano i grandi centri urbani dove il sistema criminale è più articolato, sono più vive ed agiscono maggiormente nel territorio.

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