Scissione nel Pdl. Alfano fonda un nuovo gruppo
ANSA/ANGELO CARCONI
Scissione nel Pdl. Alfano fonda un nuovo gruppo
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Scissione nel Pdl. Alfano fonda un nuovo gruppo

Inutile l'appello all'unità di Berlusconi; i "governativi" creano il "Nuovo centrodestra" - l'appello di Berlusconi - le reazioni - il bivio di Alfano - La diretta del Consiglio Nazionale Pdl

"Siamo amici, ma no a Forza Italia"

Alla fine è Angelino Alfano a sbattere la porta della casa del "padre" che ha fatto di tutto per farlo restare. E' lui che se ne va, è lui che vuole il divorzio.
Sono quasi le nove della sera quando l'ex delfino di Silvio Berlusconi e vicepremier dice secco alle agenzie: "Non aderiamo a Forza Italia. Sono pronti i nostri nuovi gruppi autonomi che si chiameranno Nuovo centrodestra: una scelta che non avrei mai pensato di compiere".

In realtà già la pensava da settimane se non da mesi. E comunque è stata la prima cosa che ha messo sul tavolo quando alle 15 del pomeriggio del 15 novembre è andato da Silvio Berlusconi per l'ultima volta.

Così è andata l'ultima giornata di Berlusconi e il suo ex delfino insieme. Con un Cavaliere che ha fatto davvero di tutto per evitare un epilogo che lui soprattutto non avrebbe mai immaginato. Almeno fino a un mese fa.

Quando Angelino Alfano, accompagnato da Maurizio Lupi, arriva a Palazzo Grazioli, verso le tre del pomeriggio di venerdì 15 novembre, la nota di Silvio Berlusconi è già partita via facebook. Il Cav aveva già deciso nella notte di dare la zampata del leone. E che zampata.

Berlusconi, interviene da par suo. E’ l’ultima chiamata a tutti per l’unità della nuova Forza Italia che domani terrà a battesimo al Palazzo dei Congressi a Roma. E’ un appello da padre nobile, ma anche da leader in campo che parla chiaro e netto: “Chi non crede in Forza Italia è libero di andarsene”. Berlusconi non torna indietro rispetto al documento fondativo della nuova Fi, sottoscritto il 25 ottobre dai lealisti di Raffaele Fitto, dai falchi di Denis Verdini e Daniela Santanché, dal capogruppo alla Camera Renato Brunetta. Ma non da Alfano, dagli altri ministri e dai parlamentari filogovernativi che disertarono l’ufficio di presidenza.

Il Cav non concede nulla alle richieste del vicepremier, ministro dell’Interno e ormai ex delfino, che aveva chiesto una nuova riunione dell’ufficio di presidenza per stilare un nuovo documento in cui al primo punto ci dovevano essere le sorti del governo. La condizione numero uno da lui posta era quella che Berlusconi non staccasse la spina alle larghe intese neppure se decad da senatore.

Tutt’altro. Berlusconi del governo non parla affatto.  Anzi, rilancia e avverte: la libertà è il bene primario, basta con i “giudici che usano il loro potere per eliminare gli avversari politici”.

Invita tutti all’unità, lealisti compresi, e dice basta con le raccolte delle firme, perché a lui le uniche firme che interessano “sono quelle dei nostri elettori”. Ma il richiamo più forte va ai governativi quando sottolinea che nel suo movimento bisogna anteporre il bene comune e cioè quello di un paese libero a “meschini interessi personali”. Assicura che se Forza Italia diventasse un movimento estremista, sarebbe lui per primo ad andarsene. E questo è un passaggio che suona diretto ai falchi. Perché, lui Berlusconi, è e resta il leader “ moderati”. Che però si presenta al suo elettorato con toni e contenuti, non solo di centrodestra ma anche di sinistra moderna, che potrebbero ricordare il Psi di Bettino Craxi e il New Labour di Tony Blair: “Efficienza coniugata con l’equità. Meritocrazia e solidarietà, giustizia e libertà”. 

Questo è quello strano e difficile da estirpare fenomeno del berlusconismo, in un paese dove la sinistra moderna non c’è e quella che c’era è stata eliminata per via giudiziaria. Mentre Alfano, Lupi e poi tutti i ministri sono ancora riuniti a Palazzo Grazioli, la raccolta delle firme per fare nuovi gruppi a Montecitorio e a Palazzo Madama è in pieno svolgimento.

A sera erano 25 i deputati e 31 i senatori (ma le cifre cambiano di ora in ora) che avevano già aderito a gruppi autonomi. Tra i nomi più importanti alla Camera: Fabrizio Cicchitto, Sergio Pizzolante e molti dei ministri. A Palazzo Madama ci sono il ministro Gaetano Quagliariello, l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi. A sera tutto lasciava supporre che Alfano e i suoi non si presenteranno domani mattina, sabato 16 novembre al consiglio nazionale. Dice uno dei filogovernativi a Panorama.it, sotto anonimato: “No, davvero non mi sembra ci siano più le condizioni per restare in Forza Italia”.

A meno di sorprese dell’ultima ora e magari in nottata, quando potrebbe essere convocato un Ufficio di presidenza, come ha insistito Alfano con Berlusconi.  I lealisti come Renata Polverini e Annamaria Bernini hanno invitato fino all’ultimo, sulle note del Cav, all’unità del partito.  Ma il Cav è stato anche  chiaro: “Chi non si riconosce nei nostri valori è libero di andarsene”. Se Berlusconi staccherà la spina al governo lasciandolo in balia del sostegno della stampella degli scissionisti, Enrico Letta rischia un logoramento concentrico. Anche da parte del suo amico-nemico Matteo Renzi, al quale non dispiacerebbe affatto andare a votare a Marzo. E i governativi del Pdl, mormorava ieri un acuto osservatore nel Transatlantico di Montecitorio : “Rischiano un suicidio al centro, presi a tenaglia tra Pier Ferdinando Casini e Cl di Formigoni e Lupi”.

Alle sette di sera l'ufficio di presidenza resta un desiderio dei governativi. Berlusconi, dopo una riunione con i lealisti di Fitto, chiude la porta alle trattative. Tra l'ex premier e Alfano quindi finisce così? E' la domanda che tutti si fanno nei palazzi romani fino alle 21, alla scissione, all'addio.

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