Yara Gambirasio
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Caso Yara: Vodafone smonta un indizio contro Bossetti

L'azienda dichiara che il 26 novembre 2010 il muratore non spense il telefono, ma smise di usarlo. E l'ultima cella non fu la stessa della vittima

Nel processo per l’assassinio di Yara Gambirasio, finora, è esistito un "sospetto indiziante" numero 1, da tutti ripetuto senza l’ombra di un dubbio. Eccolo: perché mai la sera dell’omicidio, quel maledetto 26 novembre 2010, Massimo Giuseppe Bossetti (il muratore bergamasco arrestato lo scorso 16 giugno con l'accusa di essere l'omicida) ha spento il cellulare alle 17.45, e proprio nel momento in cui agganciava la stessa cella telefonica di Mapello cui si collegava il cellulare di Yara?

È un elemento di presunta colpevolezza che da mesi ripetono tutti i giornali, ma che non è vero. Secondo Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti, gli avvocati di Bossetti, lo avrebbe certificato la stessa Vodafone in un documento indirizzato alla Procura di Bergamo il 25 gennaio 2011, quando ancora le indagini a tappeto su 18 mila utenti telefonici transitati nell’area la sera del delitto non portavano a nulla, ma evidentemente in qualche modo i sospetti degli inquirenti già s’indirizzavano su Bossetti.

Quella sera, dichiara la Vodafone, Bossetti non spense il telefonino: smise semplicemente di usarlo fino alle 7.34 del mattino dopo. E poiché il muratore a Mapello ci abita, insomma, non sarebbe accaduto nulla di anomalo: capita a tutti di arrivare a casa e di non usare il telefono fino all’indomani.

Inoltre, l’ultima cella alla quale si collegò il telefonino di Bossetti non era la stessa di Yara, perché (a certificarlo è sempre la Vodafone) la vittima, con l’ultimo sms spedito alle 18.49 e poi con lo spegnimento alle 18.55, si collega non con il ripetitore di Mapello ma con quello di Brembate.

 

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