Caso Yara: quell'imperdonabile gaffeur di Alfano
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Caso Yara: quell'imperdonabile gaffeur di Alfano
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Caso Yara: quell'imperdonabile gaffeur di Alfano

L'ansia di annunciare su twitter mirabolanti catture, senza coordinarsi con la magistratura, per un ministro che cerca la prima pagina - Il dilemma di Bossetti - Il ruolo chiave di due investigatori - Il segreto della madre del presunto killer - L'inchiesta mai raccontata - Il ruolo decisivo del Dna - Foto

Angelino Alfano, già ministro della Giustizia e ora ministro dell’Interno, uno che dovrebbe sapere bene come funzionano le istituzioni e avere un rapporto di collaborazione ideale con la magistratura e le forze dell’ordine, sembra invece avere qualche problema con gli annunci. Forse nell’ansia di apparire e mettere il cappello sulla cattura dei criminali più famosi, ovvero (nel suo linguaggio) di rassicurare la pubblica opinione desiderosa di farsi rassicurare, il titolare del Viminale non riesce a azzeccarne una.

Tempo fa, in diretta a Sky, fece il viso duro e la voce grossa promettendo che non avrebbe dato tregua all’omicida di tre sorelline a Lecco. Parole dense di propositi battaglieri. “Mi sento di dire da cittadino e da ministro dell’Interno che noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato e ignobile, inseguiremo l’assassino fino a quando non lo avremo preso, e quando lo avremo preso lo faremo stare in carcere fino alla fine dei suoi giorni, perché la morte di questi tre bambini non può restare impunita”. Da ministro di polizia sul pezzo, disse che “subito dopo la fine di questa trasmissione” avrebbe convocato i vertici delle forze dell’ordine. “L’Italia non può limitarsi a piangere, deve urgentemente dare la caccia e trovare chi è stato. Noi ci riusciremo”. Peccato (per Alfano) che in realtà ci erano già riusciti. Le agenzie di stampa avevano già battuto la notizia che l’assassino era la madre. Un dramma familiare, come spesso avviene in questi casi. Ne risultava che il bellicoso capo del Viminale non solo era all’oscuro di quanto stava facendo la magistratura insieme alla polizia, ma che qualsiasi cosa lui avesse fatto, non avrebbe avuto alcuna utilità visto che chi doveva, si era già mosso (come dev’essere).

Ma la passione per gli annunci (giornalistica?) non lo ha più abbandonato, anzi. L’infortunio lo ha reso ancor più sensibile (e tempestivo). È stato lui a dar notizia dell’arresto di Marcello Dell’Utri. E su Yara Gambirasio ha superato se stesso. Anni e anni di attesa e indagini prima di arrivare a un punto fermo, per quanto ancora da verificare, sull’omicida della danzatrice tredicenne. Poi arriva Alfano. Che non ce la fa a star zitto e dice: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara”. L’uomo, aggiunge, è uno del posto, di Bergamo. E il commento: “L’Italia è un paese dove chi uccide e chi delinque viene arrestato e finisce in galera”. E dedica la cattura alla famiglia Gambirasio che invece è molto più prudente di lui e attende speranzosa una conclusione certa.

Peccato (ancora una volta per Alfano) che il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori, dichiari, il giorno dopo, che l’intenzione della Procura era quella di mantenere il massimo riserbo, “anche a tutela dell’indagato per il quale vale la presunzione di innocenza”. Alfano, sulla difensiva, dice di non aver divulgato dettagli e sostiene che l’opinione pubblica “aveva il diritto di sapere”. Dettori controreplica morbido: “Nessuna polemica, ma la situazione non ci è piaciuta”. Anche perché la gente comprensibilmente sarebbe passata al linciaggio dell’operaio quarantaquattrenne agli arresti, Massimo Giuseppe Bossetti, già al suo primo interrogatorio. E la difesa non aveva ancora visionato il decreto di fermo.

La rivelazione di Alfano tra le polemiche dimostra che prima di divulgare la notizia (quali altri dettagli avrebbe dovuto riferire?), il ministro non si era raccordato con la magistratura. E già è grave. Poi, che ha dato in pasto alla folla bergamasca un uomo che potrebbe essere l’assassino ma che non essendo stato colto in flagrante sarà un processo a condannare o assolvere (tanto più che lui si proclama innocente). E non si capisce quale impellente motivo avesse l’opinione pubblica di essere rassicurata sul filo dei secondi, col ministro che scippa il grande annuncio al magistrato, visto che Yara è stata uccisa il 26 novembre 2010, cioè non ieri ma più di tre anni e mezzo fa (c’è poco da essere rassicurati).

Piuttosto, che sicurezza può darci un ministro degli Interni la cui grande preoccupazione sembra essere quella di arrivare primo nel dare notizia di indagini concluse e arresti, senza neanche parlarne coi magistrati. E che sicurezza può dare un ministro talmente scollegato dalla realtà, da non considerare come proprio compito fondamentale quello di rispettare i ruoli istituzionali e invece di fare concorrenza ai giornalisti lavorare in silenzio per garantire la nostra quotidiana sicurezza? Siamo di fronte a qualcosa più di una gaffe, della quale ci sarebbe solo da sorridere. Qui siamo di fronte a una inadeguatezza (senza neanche dover scomodare il caso Shalabayeva e le acrobazie di Genny ‘a Carogna).

 
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