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Calcio

Il pianto di Dybala e i diritti di Agnelli

La disperazione dell'argentino nel giorno del saluto alla Juventus e la contestazione dei tifosi alla dirigenza: torti e ragioni di una storia che ha spaccato in due il mondo bianconero

Il pianto senza freni di Paulo Dybala nella notte dell'addio alla Juventus e al pubblico dello Stadium si è preso tutta la scena, superando per impatto emotivo anche la cerimonia di saluto a Giorgio Chiellini dopo 17 anni di onorata carriera in maglia bianconero. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. Non poteva essere diversamente. A differenza di quanto accaduto intorno all'ex capitano, per Dybala si è trattato di un dramma senza copione, nato e sviluppatosi sotto gli occhi di decine di migliaia di persone malgrado la ribalta, anche per volere del club, dovesse essere tutta per Chiellini senza nemmeno una citazione formale per l'ormai ex Joya.

L'impatto emotivo di quel pianto quasi fanciullesco ha travolto tutti e tutto e ha innescato anche l'altra conseguenza: Andrea Agnelli e la dirigenza della Juventus sono stati fischiati, a tratti insultati, dalla gente dello Stadium e poi da quella tribuna allargata in servizio permanente ed effettivo che sono i social. Processati e condannati in diretta, senza appello, per aver strappato la tela che univa Dybala ai suoi tifosi e al futuro della squadra. Una serata che si presta ad alcune considerazioni. Eccole:

1 - La mancata conferma rappresenta per la Juventus l'assunzione di un rischio e solo il campo dirà se è stato ben calcolato o se si rivelerà un errore madornale. In ogni caso una società è nel pieno diritto di fare scelte tecniche ed economiche e di sopportarne il peso. Soprattutto in coda a due stagioni in cui un giocatore non ha dato garanzie fisiche e non è stato presente con continuità;

2 - Dybala piange, ma se non si è arrivati al prolungamento del contratto è in buona parte anche per responsabilità sua e del suo staff. La trattativa è durata anni ed è stata estenuante. Tante volte l'argentino ha avuto la possibilità di chiuderla con una stretta di mano, altrettante ha continuato a ragionare come se il tempo non esistesse, tra richieste via via sempre più fuori mercato, bonus, clausole e argomentazioni di un football che la crisi pandemica, si spera, costringe a seppellire nel passato;

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3 - Agnelli e Arrivabene, con loro la proprietà che per sostenere la Juventus nella tempesta ha messo 700 milioni di euro in due anni, avevano il diritto di considerare la questione Dybala secondo parametri non di cuore. E quindi di rendersi conto che gli svantaggi erano maggiori dei vantaggi, almeno sulla carta. Poi il campo dirà...;

4 - Il popolo juventino ragiona con le emozioni e non ha l'obbligo di percorrere gli stessi sentieri della società; i fischi per un legame che si spezza, all'apparenza come fosse una violenza, sono comprensibili a patto di ricordare che Agnelli rimane pur sempre il presidente dei 9 scudetti in 11 anni (per quanto il buco sia arrivato proprio negli ultimi due);

5 - Si racconta che anche Donnarumma, quando Maldini gli ha comunicato che il tempo del corteggiamento era finito e Maignan sarebbe sbarcato a breve a Milanello, non l'abbia presa bene. Eppure il Milan è esistito anche dopo Donnarumma, così come ci sarà una Juventus senza Dybala. E questo Milan è cresciuto come forza societaria anche passando attraverso quella e altre scelte (Calhanoglu, Kessié e a seguire) e rappresenta ora un modello virtuoso;

6 (ULTIMA) - Lo strappo con Dybala è spiegabile utilizzando tutti i parametri della programmazione tecnica ed economica di un club alla ricerca di vittorie ed equilibrio finanziario. Se poi nei prossimi mesi la voglia di tornare ad essere in primissima fila subito portasse a cambiare strategie, dentro gli ultratrentenni dallo stipendio a sette zeri e i giovani di nuovo marginalizzati, qualche dubbio in più potrebbe venire. Perché nella Juventus che ha avuto in testa Arrivabene quest'inverno Dybala non aveva posto. In una Juventus senza freni sul mercato, invece, ci sarebbe stato benissimo.

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