Storia delle province italiane
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Storia delle province italiane

Con 74 mila dipendenti e un costo annuo di 2,3 miliardi, le province - il cui decreto che ne prevede la parziale cancellazione è stato approvato in Senato con 166 sì - hanno prodotto in Italia una spesa crescente a fronte di funzioni sempre meno rilevanti - Cosa prevede il decreto Delrio

La questione della soppressione delle Province italiane - che oggi il Senato ha votato per decretarne la progressiva cancellazione con 166 sì e 133 no - è l’ennesimo caso che si aggiunge a tutti gli innumerevoli e spesso vani tentativi di modificare l'architettura dello Stato e della macchina burocratica. Come sempre ci sono i favorevoli e i contrari, i costituzionalisti che sostengono la teoria della cancellazione e coloro che, invece, affermano l’importanza dell’ente. Il presidente del Censis a novembre dello scorso anno, quando il ministro Del Rio del governo Letta incoraggiava una simile riforma, dichiarava che "la dimensione territoriale provinciale rimarrà centrale nei destini del nostro Paese. E questo vale a maggior ragione oggi, nell'attuale fase di crisi economica e finanziaria e di grande difficoltà della società civile".

La storia delle Province affonda le sue origini negli anni immediatamente precedenti all’Unità d’Italia. Infatti, la loro istituzione risale al Regno Sabaudo quando correva l’anno 1859 e Urbano Rattazzi propose il nuovo ordinamento amministrativo con i comuni e le province. Nel 1947, con il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, i Padri Costituenti le confermarono inserendole nella Carta Costituzionale e per un’altra ventina di anni nessuno ha più messo in discussione la loro ragione di esistere fino a quando nel 1970 il parlamento italiano ha deciso di dare alla luce una nuova istituzione e cioè le Regioni a statuto ordinario.

Improvvisamente si cominciò a parlare della possibilità di sopprimerle e il primo a farlo fu Ugo La Malfa, sostenendo in un editoriale sul quotidiano di partito La Voce Repubblicana che il loro costo “diventa sempre più alto, mentre le funzioni sempre più prive di contenuto”.
In effetti, nel corso degli anni, il loro ruolo burocratico si è ridotto drasticamente (scuole, strade e poco altro), mentre in maniera inversamente proporzionale è aumentato a dismisura il loro costo. Nel 1950 gravavano sullo Stato per 86 miliardi di lire; oggi, secondo l’ultimo dato fornito da Enrico Bondi, il manager chiamato dal premier Monti per cercare di tagliare il più possibile gli sprechi, le Province costerebbero allo Stato ben 2,3 miliardi di euro l’anno. Alla stessa maniera è aumentato anche il numero dei dipendenti pubblici: nel 1971 erano quasi 54mila, nel 1988 erano aumentati di ventimila unità arrivando a 74 mila persone e oggi superano i cento mila.

La seconda volta che si parlò di una probabile loro abolizione fu tra il 1989 e il 1990 quando in Parlamento si discuteva del disegno di legge sul nuovo Ordinamento delle autonomie locali. Il risultato finale fu l’abolizione del limite minimo di 200 mila abitanti e la costituzione di nuove province e, addirittura, alcune anche a tre teste (Barletta – Andria – Trani) proprio per non scontentare nessuno. Ma quelli erano gli anni della Prima Repubblica.

Tuttavia, oggi questa elefantiaca macchina, è costituita da ben 107 enti e, particolare non di poco conto, è che di queste, 24 fanno parte delle cinque Regioni a statuto speciale (17 si trovano in Sardegna e Sicilia) e che guarda caso non possono essere colpite dalla scure della spending review.

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