Crimea: Obama non riesce a fermare Putin
Barack Obama  (Getty Imagines / Mandel Ngan)
Crimea: Obama non riesce a fermare Putin
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Crimea: Obama non riesce a fermare Putin

Lungo colloquio telefonico tra i due, ma il presidente russo non fa marcia indietro sulla Crimea. Sulle sanzioni, Washington e Bruxelles marciano separati

Nell'ora di colloquio telefonico, Barack Obama e Vladimir Putin non si sono riavvicinati. Anzi. Sono rimasti ben lontani e ora la distanza tra i due appare maggiore. Le loro posizioni sono cristallizzate. Il presidente russo ha ribadito che è suo dovere rispondere alle richieste d'aiuto del popolo della Crimea. Obama gli ha detto chiaro e tondo che tutte le mosse compiute dalle nuove autorità della repubblica autonoma, il referendum sulla secessione, la richiesta di adesione a Mosca, sono "assolutamente illegittime".

La più grave crisi tra Est e Ovest dalla fine della Guerra Fredda rischia di andare incontro a una nuova escalation. O, forse più facilmente, a uno status quo imposto dall'evoluzione dei fatti dell'ultima settimana: la Crimea sotto il controllo russo; nuove tensioni nelle altre regioni dell'Ucraina con una forte componente russofona; freddezza tra l'Europa e la Russia, ma senza mettere in pericolo i proficui scambi commerciali tra le due parti; un'America che fa la voce grossa, ma che, in sostanza, rimane isolata nel chiedere dure, vere sanzioni nei confronti di Mosca.

Gli europei minacciano sanzioni

Questo scenario potrebbe mutare (in negativo) solo se Putin dovesse muovere le sue truppe (in massa) per invadere l'Ucraina, o peggio, farle entrare nelle regioni occidentali dell'Ucraina. Allo stato attuale, però, il leader del Cremlino non sembra essere intenzionato a seguire la seconda opzione. Potrebbe essere indotto a scegliere la prima, ma solo in caso di forti tensioni all'interno della penisola: la Crimea, di fatto, è già sotto il controllo russo.

Le pressioni che Obama ha esercitato su Putin nel colloquio telefonico sembrano destinate quindi a non produrre gli effetti desiderati. Mosca sa di poter contare (in prospettiva) sulle divisioni tra Washington e Bruxelles e sulla (conseguente) debolezza americana.

L'Unione Europea ha discusso di un piano in tre fasi. L'ultima prevede sanzioni economiche contro Mosca.. Ma verrebbe applicata solo in caso di scenario peggiore, con le truppe russe che invadono l'Ucraina. Per ora, Bruxelles si limita alle minacce. Anche di fronte all'occupazione (de facto) della Crimea e alla sua prossima annessione alla Russia. Tanta prudenza è spiegata dalla real politik energetica europea: Putin può aprire e chiudere a suo piacimento i rubinetti delle forniture del gas. Un'arma formidabile. 

In questa situazione, gli Stati Uniti non possono che tirare, sperando di essere seguiti sulla via delle sanzioni, oppure fermarsi per stare al passo degli europei ed evitare così di rimanere isolati. le armi di Obama sembrano spuntate.

Prima della telefonata con Putin, il presidente americano aveva annunciato pubblicamente le prime sanzioni contro la Russia: divieto di ingresso negli Stati Uniti e congelamento di eventuali interessi economici per non identificati e singoli funzionari del governo russo implicati nella catena di comando nella crisi ucraina. Provvedimenti che si aggiungono alla stop alla collaborazione militare e al congelamento delle trattative commerciali.

Esportare shale gas in Europa

Niente di più. Le sanzioni economiche, che potrebbero incidere, sono ancora lontane dall'essere varate. E se lo sono per Washington, lo sono ancora di più per l'Europa. Basta ricordare quale è il volume di scambi commerciali e di interessi economici in campo: quelli tra Usa e Russia ammontano a 40 miliardi di dollari all'anno; la cifra che riguarda i rapporti tra  Bruxelles e Mosca è dieci volte superiore. Per questo Putin pensa di non rischiare l'isolamento internazionale. E, per parodosso, crede che a rischiare sia Obama. Non una previsione impossibile: gli europei difficilmente seguiranno il presidente americano se il gioco si farà molto duro.

Negli Stati Uniti è nato un dibattito: rendiamo gli europei meno dipendenti dal gas russo, esportiamo il nostro. Con lo sviluppo della tecnologia per il Shale Gas (il gas ottenuto dalle argille), gli Usa hanno scoperto di avere in casa un vero e proprio tesoro. La loro dipendenza dalle fonti energetiche che arrivano dall'estero è molto dimunita ed entro poco tempo diventeranno il maggior esportato di gas al mondo, superando proprio la Russia.

La proposta di alcuni parlamentari e opinion maker è quella di varare leggi che permettano libere esportazioni del shale gas verso l'Europa, commercio che non è ancora permesso dalle norme in vigore. La Germania (e la stessa Ucraina) - che dipendono per il 60% delle loro necessità energetiche dalla Russia - ne beneficierebbero.

Non tutti sono d'accordo. i lobbysti studiano il rapporto costi-benefici per le grandi compagnie; i parlamentari sono dubbiosi sul fatto che ci possa essere un aumento dei prezzi per i consumatori e per l'industria manifatturiera americana; alcuni analisti scommettono su di un aumento dei prezzi in Asia, un fattore che si rivelerebbe negativo.

Una decisione sul shale gas sembra essere lontana. Per ora Vladimir Putin rimane il King Maker dell'energia in Europa, soprattutto in Germania. Per questo il gelo con Obama andrà avanti. E non ci saranno telefonate notturne del presidente americano in grado di convincerlo a lasciare la Crimea.

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