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Attentato a Barcellona, ancora per quanto l'Italia è al sicuro?

Fattori storici, strategici, geografici e anche "d'immagine" ci hanno tenuto finora al riparo dal terrorismo

La Rambla. La Promenade. Westminster. Il mercatino di Natale a Berlino. Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania. Un cerchio della paura che ci fa temere il peggio. Sono anni che ci chiediamo: quando succederà da noi? L’Italia non è stata ancora veramente toccata dagli attacchi dell’Isis. C’è un motivo? Sì. Ce ne sono diversi.


Una storia pluri-decennale



In Italia l’anti-terrorismo funziona meglio che altrove: abbiamo una lunga storia che dagli anni ’70 ci ha costretti ad attrezzarci contro le minacce del terrorismo interno di varie matrici (di sinistra, anarchico, di destra), ma anche internazionale (libico, palestinese…).

Da noi c’è uno stretto coordinamento tra forze di polizia sul territorio e servizi d’intelligence centrali. E esistono le cosiddette “cabine di regia”, dai comitati per l’ordine pubblico ai gabinetti di crisi insediati presso la presidenza del Consiglio.

"Eserciti" diversi

Il numero di foreign fighters in Italia non è paragonabile a quello di paesi come la Francia o in proporzione il Belgio, dove le comunità islamiche si sono radicate nel tempo producendo non solo seconde ma terze generazioni di immigrati in crisi di identità, prede facili per la propaganda islamista in rete.

Il numero più limitato di combattenti stranieri di ritorno dalla Siria, e l’esperienza dei nostri “agenti” dei servizi nel controllo dei sospetti, fanno sì che il pericolo sia ridotto (mai però azzerato).

Immagine rispettabile

La proiezione dell’Italia all’estero la espone fino a un certo punto. Noi ci siamo rifiutati di partecipare coi nostri aerei da combattimento ad azioni belliche dirette. Abbiamo offerto piuttosto l’addestramento dei nostri eccellenti carabinieri, e in Libia un ospedale da campo con un presidio di unità speciali. Anche il rapporto che hanno i nostri militari con le popolazioni locali è improntato a un rispetto e a una umanità che ci contraddistinguono rispetto a tutti gli altri contingenti. Questa umanità non ci preserva del tutto, come dimostra Nassiriya, ma ci aiuta a mantenere aperto un dialogo che serve per prevenire i rischi. In Italia e fuori dall’Italia.

Terra di passaggio

C’è infine un motivo che rimanda al ruolo che l’Italia storicamente ha svolto rispetto ai grandi conflitti mediorientali che attraversano di volta in volta anche l’Europa. Noi siamo essenzialmente un territorio di transito. Una piattaforma per gli aerei americani, francesi e inglesi nella guerra a Gheddafi, per esempio. Un luogo di passaggio e forse di preparazione logistica per foreign fighters che vogliono compiere attentati nel resto d’Europa.

Lo siamo sempre stati, una terra che ha visto transitare eserciti con le bandiere più disparate. E adesso anche manipoli di jihadisti. Non siamo ancora un terreno di battaglia. Ma siamo un passaggio per migranti da Nordafrica e paesi subsahariani, in un’epoca di forte instabilità del Mediterraneo. Un paese da usare, più che da colpire.

La domanda è: fino a quando questi diversi motivi saranno sufficienti ad allontanare da noi un pericolo che nei commenti dei principali osservatori è giudicato inevitabile? a scongiurare una minaccia che potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo?

Quanto ancora possiamo considerarci immuni, impermeabili all’odio islamista? Ce la stiamo mettendo tutta per non fare la fine di Londra, Parigi, Nizza, Berlino, Mosca, Bruxelles… Ma che il terrore dell’Isis sia arrivato a Barcellona, è un pessimo segnale anche per noi.

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