La fine ingrata del Pdl
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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La fine ingrata del Pdl

Il centrodestra è allo sfascio, come il centro, il Pd ed il Governo. E adesso? - l'appello di Berlusconi - le reazioni - il bivio di Alfano - La diretta del Consiglio Nazionale Pdl

Alla fine è successo. È rottura tra Berlusconi e Alfano. Tra lealisti e colombe. Gruppi autonomi, nomi diversi. E storie che si separano. Sì, davvero una fine ingrata.

Ingrato (dal punto di vista di Berlusconi) Angelino, che al Cavaliere deve tutto, che non ha una base di consenso neppure nella sua città, nella sua regione (la Sicilia), che ha preferito restare aggrappato alla poltrona di vice-premier e ministro dell’Interno piuttosto che affrontare le incertezze di una traversata del deserto con il leader del Pdl costretto ai servizi sociali o ai domiciliari e la prospettiva dell’irresistibile (o resistibile?) ascesa di Matteo Renzi a sinistra.

Che ne sarà adesso del Pdl che si trasforma in Forza Italia, cioè torna alle origini? Le colombe governano ma senza un partito.

Che ne sarà del “nuovo centrodestra”, di quei vecchi volponi della politica che sono i vari Cicchitto, Formigoni, Giovanardi, Schifani, lo stesso giovane-vecchio Alfano? I falchi e i lealisti troveranno in Forza Italia e nel Parlamento molti spazi lasciati vuoti da occupare. Ma il centrodestra è a pezzi. La Lega era già all’opposizione, sventrata all’interno tra maroniani e bossiani e tra capi e capetti dei diversi territori. Al Carroccio si unirà adesso Forza Italia nel contrasto a un governo considerato come minimo inutile.

L’altro spezzone del Pdl, il “nuovo centrodestra” degli “innovatori” (ma di nuovo non ha niente) continuerà a governare col Pd finché resisteranno Enrico Letta e il suo mentore-protettore Giorgio Napolitano. Lo scenario complessivo è di sfascio totale. L’Italia ha poche speranze di venirne fuori in modo pacifico.

C’è un governo senza potere e senza consenso certificato, che si regge solo sulle spalle di un presidente della Repubblica quasi novantenne che regna invece di limitarsi a fare il garante. I leader oggi con maggior consenso in Italia sono tutti esterni al Parlamento: Matteo Renzi che non riesce ancora a cimentarsi in una competizione per la guida del paese, Beppe Grillo che insiste nelle sue invettive di piazza e fa solo rare scorribande mediatiche a Palazzo, presto anche Silvio Berlusconi che se non decadrà si dimetterà da senatore un attimo prima del voto sulla decadenza.

Alfano godrà tutti i vantaggi di stare al governo, Berlusconi tutti quelli di stare all’opposizione. Renzi continuerà a pungolare e stuzzicare Letta e l’esecutivo, a caccia di un pretesto per far crollare la baracca.

C’è un capo dello Stato scelto per disperazione dopo il siluramento dei candidati ufficiali dei partiti, uno dopo l’altro. C’è un capo del governo che non è il leader del partito vittorioso alle elezioni e che si è trovato a fare il premier per caso, più estemporaneo di Monti. C’è una proliferazione di gruppi e gruppetti nel centro dopo la deflagrazione di Scelta Civica (che vale poco al botteghino elettorale ma ciò non toglie che sia attraversata da faide e accoltellamenti).

Ecco i “popolari per l’Italia” di Mauro e Casini. Ecco i nuovi arrivati transfughi del Pdl con il “nuovo centrodestra” e i superstiti montiani di Scelta Civica. Ecco i Gal anch’essi ex Pdl, oggi con Alfano. A sinistra, poi, Niki Vendola sta perdendo tutta la residua forza “narrativa” di Sel dopo la diffusione della risata telefonica con “l’uomo dei Riva” che aveva con scatto felino strappato il microfono a un giornalista scomodo.

Intanto la Commissione europea boccia di fatto, checché ne dica il premier Letta assistito dal ministro dell’Economia Saccomanni, la legge di stabilità che non è né carne né pesce, né austerità né crescita, solo contabilità per fare cassa. E l’Inps a sua volta lancia l’allarme sulla tenuta dei conti. Il paese è avvitato nella spirale di una recessione morale prima che materiale.
A Palazzo la responsabilità accampata da chi sta al potere è attaccamento allo scranno parlamentare o alla poltrona istituzionale ben pagata, altro che senso di responsabilità verso gli italiani. Le caste dell’alta burocrazia dello Stato, da quella diplomatica a quella giudiziaria, si arroccano nella difesa dei privilegi nei loro compartimenti stagni. L’interesse personale prevale su quello generale.
E i 5 Stelle proseguiranno nell’opera di divulgazione comica della loro perfetta ignoranza. Quella che li ha spinti a commemorare il kamikaze di Nassiriya insieme ai nostri morti. E a citare Pino Chet come se il nome del dittatore cileno fosse Pino e il cognome Chet.       

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