Ma dove vuoi andare, Angelino?
ANSA /Guido Montani
Ma dove vuoi andare, Angelino?
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Ma dove vuoi andare, Angelino?

Cresciuto all'ombra di Berlusconi, Alfano non ha quella cosa che si chiama carisma. E non parla alla pancia del centrodestra

"Morto un Papa se ne fa un altro, non è che chiude la Chiesa”. Carlo Giovanardi, con la stessa franchezza con la quale straparla di droga e omosessualità, dà voce alla fazione estrema dei cosiddetti “innovatori”, gli “alfaniani” (strano Paese, questo, con neologismi improbabili che hanno la durata di una mezza stagione). Quindi morto Berlusconi, cioè decaduto da senatore e reso incandidabile dalla legge Severino-Alfano, se ne dovrebbe fare un altro: un Berluschino che non è la figlia Marina. O Barbara. O chiunque altro porti il suo cognome. Ma Angelino Alfano, entrato alla corte di Palazzo Grazioli quando aveva i pantaloni corti, assistente del Capo e poi da Berlusconi catapultato al vertice del Pdl per investitura diretta e successiva acclamazione. La faccia pulita e i modi democristiani, l’abilità nell’apparire integrato e innocuo, l’atout dell’età quasi imberbe, hanno miracolato Angelino (lo chiamano tutti così, Angelino, come i ragazzi di bottega). Il classico outsider, accettabile perché non fa paura a nessuno. Scelta più azzeccata, all’inizio, il Cavaliere non poteva fare, salvo scoprire che nel ragazzo di bottega può albergare l’istinto del parricida. Casini si era già ucciso da solo. Fini lo aveva seguito a ruota. Tutti quelli che erano emersi nel Pdl (e nella Cdl) si erano montati la testa, oppure semplicemente avevano esaurito la pazienza di attendere, eterni secondi destinati dalla longevità personale e politica di Berlusconi a perdere il treno del Potere.

E adesso Angelino, che pian piano ha tessuto la sua rete politico-istituzionale sfruttando una chance che solo Berlusconi poteva dargli. Avrà pensato, Angelino, di approfittare della vicinanza e protezione di Berlusconi che da parte sua lo considera(va) un figlio, uno che non lo avrebbe mai tradito. Le cose sono andate diversamente. Chiunque assaggi il Potere, triplo nel caso di Angelino (segretario del Pdl, vicepresidente del Consiglio, ministro dell’Interno), finisce col pensare che la fonte di quel potere sia lui e che possa quindi gestirlo a suo piacimento. Purtroppo per Angelino non è così. Il fondamento del potere politico, in democrazia, è pur sempre il consenso. E Angelino non ce l’ha, non ha quel “quid” come ha detto Berlusconi in uno dei momenti di attrito col suo (ex) delfino. Non ha carisma. Non sa parlare al popolo di centrodestra. Non ha una storia personale, era solo l’ombra di un uomo che ha fatto, nel bene e nel male, vent’anni di storia repubblicana. Angelino non è Berlusconi. E non è vero, come dice Giovanardi, che morto un Papa se ne fa un altro. Perché il Pdl non è una chiesa e non è neppure la Chiesa e l’unica ragion d’essere, oggi, di quell’accozzaglia di anime smarrite che è il centrodestra ai tempi del governo Letta, è ancora Berlusconi. Per quanto politicamente morto. Per quanto condannato e destinato ai servizi sociali o agli arresti domiciliari o al carcere. Per quanto tarpato anche nella possibilità legale di candidarsi a guidare il governo.

Ma l’ultimo che può o poteva sottolineare l’incapacità di Berlusconi a rappresentare legalmente l’elettorato “berlusconiano” è la sua (ingrata?) creatura, Angelino. Aleggia su Alfano il fantasma di Fini. Molti neppure ricorderanno il capostipite di tutti coloro che hanno aspirato al trono e sono (politicamente) morti: Mario Segni, proiettato con la sua forte proposta riformista verso la rappresentanza dei moderati e stracciato dalla nascita di Forza Italia. Berlusconi sarà pure finito o starà per finire (ma anche no), però non sarà Alfano a prenderne l’eredità. E non sarà Alfano a incarnare una moderna visione riformista e liberale, semmai il riflesso condizionato del vecchio potere democristiano. Senza l’investitura del Monarca, in democrazia occorre almeno un po’ di consenso popolare. Berlusconi è pop. Angelino non lo sarà mai.

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