Gabriele Antonucci

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“Quando non sai cos’è , allora è jazz” è una delle citazioni più famose di Novecento di Alessandro Barricco, che ha ispirato l'emozionante film La leggenda del pianista sull'oceano, diretto da Giuseppe Tornatore.

Il jazz, per la sua natura, è una musica mutante e in continua evoluzione, in grado di inglobare e di rielaborare le influenze più disparate, fino a trasformarle in una nuova sintesi.

Influenze che sono state rappresentate in tutte le loro molteplici sfumature nella sesta edizione del Torino Jazz Festival, una delle più importanti manifestazioni italiane dedicate a questo genere così affascinante, che ha richiamato 22.000 spettatori in otto giorni, trasformando il capoluogo piemontese nella capitale italiana della musica improvvisata di matrice afroamericana.

I numeri e la filosofia del festival 

Dal 23 aprile al primo maggio si sono esibiti 250 musicisti in 110 concerti main (di cui 40 gratuiti) dislocati in 19 location, tra cui le monumentali OGR (Officine Grandi Riparazioni), il Piccolo Regio, Piazza dei Mestieri, il Conservatorio Verdi di piazza Bodoni e la Mole Antonelliana, ma anche i "jazz blitz" nelle case di cura e nelle residenze dedicate all’assistenza.

Il claim «In Sostanza, Jazz» esemplifica lo spirito di questa nuova edizione, con la direzione artistica congiunta dei musicisti Giorgio Li Calzi e Diego Borotti, che hanno realizzato un programma variegato e di alto profilo, attento alle nuove tendenze ma, al tempo stesso, accessibile anche dai "novizi" del jazz, che mal avrebbero digerito sonorità eccessivamente avanguardistiche e radicali.

I prezzi calmierati dei biglietti

Anticipato il 21 e il 22 aprile dalle esibizioni della marching band Bandakadabra, accompagnata dalle danze scatenate dei ballerini delle associazioni Lindy Bros e Dusty Jazz, nei mercati principali e nel centro storico della città, il festival è uscito dalle grandi piazze (e non poteva essere altrimenti, visti i tragici incidenti di piazza San Carlo) per diffondersi in tutta la città.

Una scelta apprezzata non solo dai puristi del suono, ma che è stata premiata grazie alla politica dei prezzi calmierati, con biglietti dai 5 ai 12 euro  che ha comportato il sold out di tutti gli eventi a pagamento, a partire dall’inaugurazione del 23 aprile con I Radian, ospiti al Museo Nazionale del Cinema.

Una cifra quasi simbolica, per vedere dal vivo, tra gli altri, artisti del calibro di Archie Shepp, Marc Ribot, Carla Bleytre giganti del jazz, che si sono esibiti in serate sold out alle OGR, splendido esempio di archeologia industriale, dotate di un'acustica sorprendente per uno spazio di tali proporzioni, assai migliore di alcune blasonate sale da concerto.

Le performance dei big

Shepp, che mancava da alcuni anni dall'Italia, ha confermato, con una perfomance maiuscola di quasi due ore, perchè è unanimemente considerato uno dei maestri del sax tenore. 

Accompagnato da Carl Henri Morisset al pianoforte, Matyas Szandai al contrabbasso, Stephen McCraven alla batteria e Marion Rampal alla voce, il sassofonista americano, a 81 anni, è ancora in grado di regalare un vibrato inconfondibile e un suono ricco di calore e di sfumature, con evidenti influenze blues e funk.

Il fuore radicale dei primi due brani, che hanno ricordato il rumorismo organizzato di Bitches Brew, si è stemperato nelle languide ballad magnificamente interpretate dalla cantante Marion Rampal, dotata di un timbro cristallino e di una grande comunicativa, alternando sapientemente brani originali a standard del great american songbook (tra cui Duke Ellington e Sidney Bechet).

Il concerto è stato introdotto da un'applauditissima esibizione del quartetto del contrabbassista e compositore torinese Federico Marchesano Atalante con ospite uno dei più autorevoli musicisti d’oltralpe, il clarinettista Louis Sclavis.

La serata di venerdì 27 aprile si è aperta nel segno delle commistioni tra il conscious rap di Frankie Hi Nrg Mc, autentico virtuoso della parola, con le svisate jazz-rock del trio AljazZeera, che ha riletto in una nuova chiave i successi del rapper torinese, tra cui le iconiche Fight da faida, Quelli che bensano, Libri di sangue e Potere alla parola, brani ancora oggi freschi e attuali, soprattutto in un periodo dominato dal nichilismo della trap.

L'adenalina è rimasta in circolo anche nella folgorante esibizione del trio Ceramic Dog del chitarrista Marc Ribot (tra le sue collaborazioni spiccano quelle con Tom Waits, John Zorn ed Elvis Costello) all'insegna di un tiratissimo interplay, spaziando con naturalezza tra jazz-rock, punk, cantautorato, elettronica sghemba e funk psichedelico. Davvero impressionante, per precisione e potenza, il drumming di Ches Smith.

Sabato 29 aprile la pianista Carla Bley ha portato a termine, salutata da un lungo e calorosissimo applauso, il concerto insieme alla Torino Jazz Orchestra e al bassista Steve Swallow (suo partner musicale e nella vita) che era stata costretta a interrompere, suo malgrado, il 30 aprile del 2012 a Piazza Castello, a causa di un violento temporale.

La sua esibizione è stata dedicata alla memoria di Maurizio Braccialarghe, ex assessore alla Cultura di Torino recentemente scomparso, che è stato il primo a credere fortemente in un grande festival jazz di piazza e che oggi sarebbe stato felice di vedere come la manifestazione è entrata nel cuore dei torinesi e degli appassionati della musica improvvisata.

Al chiuso delle OGR, la pianista americana, Swallow e la TJO si sono riuniti per una performance “aggiornata”, che ha incluso anche le più recenti composizioni dell’artista, una delle migliori arrangiatrici al mondo, nonché figura di primo piano del movimento free jazz.

Archie Shepp, 81 anni, e Carla Bley, 82 anni, hanno regalato agli spettatori del TJF non solo una preziosa lezione di autentico jazz, ma anche di vita: se fai quello che ami, non invecchi mai.

Sold out anche i concerti di Ivo Papasov e his wedding band e di Melanie De Biasio (prima assoluta italiana) al Piccolo Regio, di Franco D’Andrea e di Terje Rypdal al Conservatorio Giuseppe Verdi, di Fabrizio Bosso e Banda Osiris, Nils-Petter Molvær, Magic Malik, Riccardo Ruggieri con Gary Bartz e Fred Hersch alle OGR.

Le attività parallele del TJF

Parallelamente ai big, il TJF ha dato modo alle persone di conoscere e apprezzare numerosi giovani talenti che si candidano a raccogliere l'eredità dei grandi. 

Affollatissime anche le sale di Laboratori di Barriera e del Jazz Club che hanno ospitato i balli lindy hop, la danza swing più scatenata e trendy del momento.

Non solo concerti, ma anche convegni, mostre, incontri, masterclass ed eventi a tema hanno permesso agli appassionati e ai semplici curiosi di intraprendere a un vero e proprio viaggio musicale alla scoperta del jazz.

Un festival inclusivo

Il successo di pubblico del Torino Jazz Festival 2018 premia la scelta di aver selezionato artisti trasversali capaci di interpretare il jazz in tutte le sue forme, privilegiando le contaminazioni – sottolinea Francesca Leon, assessore alla Cultura della Città -. È stato un Festival in cui hanno trovato spazio tutti, dai musicisti che hanno superato i confini del jazz, al pubblico sempre più diversificato che ha apprezzato la varietà musicale sia nei concerti principali, sia nei club. Il tutto esaurito e l’entusiasmo registrati in ogni sede evidenziano che è stata percorsa la strada giusta. Ringrazio i torinesi e tutti coloro che hanno partecipato a questa kermesse decretandone l’ottima riuscita e non nascondo la felicità che provo per il calore di un pubblico entusiasta, curioso, competente e attento”.

Il dialogo tra big internazionali e territorio locale

“Un programma ‘differente’ e in dialogo con il territorio: una scommessa vinta insieme a un pubblico straordinariamente curioso e creativo, proprio come il jazz – dichiara Giorgio Li Calzi, il direttore del TJF -. Grazie a tutti i sold out, abbiamo capito che si può fare un Festival Jazz completamente diverso da qualsiasi altro, bilanciando il programma con varietà e creatività, accompagnandolo con molte produzioni originali. Un modo innovativo di intendere il jazz, che resta per me sinonimo di libertà, di dialogo tra le culture e di linguaggio. Il successo di questa edizione è anche merito di un gruppo di lavoro eccezionalmente coeso che ha discusso e affrontato ogni minimo dettaglio per dare il massimo agli spettatori. Lavoreremo da subito per programmare nuovi progetti del TJF in sinergia con altri festival”. 

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