Gabriele Antonucci

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Dal 25 giugno del 2009, data tristemente nota per la tragica morte di Michael Jackson, i critici musicali hanno iniziato a cercare un suo possibile erede.

Posto che non ci sarà mai un artista completo, influente, innovativo e geniale come lui nel mondo del pop, l’unico che potrebbe raccogliere, anche se solo parzialmente, il suo scettro è Justin Timberlake.

L'ex cantante degli N'Sync, nel confronto con il recente trionfatore dei Grammy Bruno Mars, ha dimostrato di non accontentarsi di scimmiottare il Re del Pop e di rifare (in modo eccellente) il funk degli anni Settanta o l'r&b degli anni Novanta, ma nei suoi quattro precedenti album ha sempre rischiato qualcosa, spostando sempre più in alto l'asticella, grazie anche alle produzioni barocche e avanguardistiche di Timbaland.

L'ultimo album Man of the woods, da oggi nei negozi per la RCA Records (Sony), è probabilmente il più coraggioso della sua carriera, anche se non è innovativo nei suoni come i due volumi del precedente 20/20 del 2013.

L'obiettivo dell'album è chiaro, soprattutto nella seconda parte: coniugare l'Americana, quel genere tanto in voga nelle radio degli Usa che mescola southern rock, country e blues, con l'electrofunk e le batteria elettronica.

Timberlake è nato il 31 gennaio 1981 a Memphis, Tennessee, la città dove Elvis Presley era morto quattro anni prima, e quei suoni hanno fatto parte della sua vita già a partire dalla culla.

Il tentativo è riuscito solo in parte, perchè, a conti fatti, i brani migliori del disco sono quelli più squisitamente electrofunk (come lo strepitoso primo singolo Filthy) di cui Justin, dall'alto dei suoi 10 Grammy Awards vinti e 32 milioni di album venduti nel mondo, è un maestro assoluto.

Qualche settimana fa Timberlake ha condiviso sul suo profilo Instagram un teaser dell'album personale e romantico, dove compaiono anche la moglie Jessica Biel e il piccolo Silas (2 anni), scrivendo: “Questo album si ispira molto a mio figlio, a mia moglie e alla mia famiglia. Ma più di ogni altro album che abbia mai scritto è ispirato specialmente al luogo da cui vengo, è molto personale”.

Tanto personale che ogni due per tre si sente Jessica Biel declamare il suo amore per Giustino, e nell'ultimo brano Young man possiamo anche ascoltare qualche parola del piccolo Silas, in un trionfo di buoni sentimenti e di rassicurante apologia della vita rurale.

Detto che i testi non sono certo la parte migliore di Man of the woods, l'album ha dei brani davvero eccellenti, che in una futura raccolta di JT non potranno mancare: pensiamo alla febbrile Midnight summer jam, un funk accattivante e coinvolgente che strizza l'occhio agli Earth, Wind & Fire, alle "daftpunkiane" Montana con l'irresistibile falsetto alla Bee Gees del refrain e Breeze off the pond col suo perfetto mix tra acustica ed elettronica, fino al funk-noir di Higher higher, in cui JT dimostra di aver assorbito bene la lezione di Michael Jackson in Billie Jean e di Stevie Wonder nei suoi album-capolavoro degli anni Settanta.

Filthy, accompagnato da un video da antologia di Mark Romanek, è stato scritto e prodotto dallo stesso Timberlake insieme a Timbaland e Danja, con il contributo per i testi di James Fauntleroy e Larrance Dopson.

Un electrofunk, debitore dei primi album di Afrika Bambaataa, Kraftwerk e Giorgio Moroder, che guarda decisamente al futuro e che è impossibile ascoltare a un volume adeguato senza muovere nessuna parte del corpo.

Supplies, pur non essendo tecnicamente un brano trap, ha quell'andamento "moscio" e cantilenante che tanto piace agli adolescenti di oggi: sarà sicuramente un grande successo, ma a noi quei mandolini sinistri e Pharrell Williams che campiona "brrr!" mettono ansia e ci inducono allo skip dopo pochi secondi.

Un altro episodio che lascia a dir poco perplessi è la bizzarra Wave: sembra un brano scartato da Jack Johnson durante una registrazione a forte tasso alcoolemico, con l'aggiunta di suoni elettronici eseguiti da una tastiera Casio da 100 euro.

Morning Light, con la mai troppo lodata Alicia Keys, è invece un gioiellino retrò, che coniuga perfettamente il pop del terzo millennio con il soul-gospel di Al Green.

Say something, duetto all'odore di cuoio e di legna appena tagliata con la star del country Chris Stapleton, è forse il brano che meglio rappresenta il progetto di Man of the woods, il punto d'equilibrio tra il vecchio e il nuovo Justin, in bilico tra Americana e batteria elettronica.

Sullo stesso mood la morbida Flannel (che sembra quasi una b-side degli Abba più esterofili), la georgica The hard stuff, la gioiosa title track Man of the woods e la conclusiva Young Man, con i consigli di un padre saggio al suo piccolo figlio.

Man of the woods è, in conclusione, un album che merita l'acquisto (se potete in vinile), che ha tante luci e qualche ombra, con una produzione scintillante, opera dello stesso Timberlake, The Neptunes e Timbaland,  una grandissima cura nei suoni, alcune trovate decisamente originali e soprattutto un coraggio che, vista l'omologazione del pop fast-food di oggi, va certamente premiato.

Con qualche minuto e con qualche brano in meno sarebbe stato un album più compatto e più fruibile dall'inizio alla fine, ma sappiamo quant'è difficile convincere una pop star del suo calibro a tagliare dalla setlist alcune canzoni.

Justin presenterà alcuni brani del nuovo album domenica 4 gennaio all'Halftime Show del Pepsi Super Bowl: conoscendo le sue notevoli doti di cantante, ballerino ed entertainer completo, ci sarà da divertirsi.

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