Immaginazione e mix di civiltà nella collezione di Etro
(Photo by Marco Mantovani/Getty Images)
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Immaginazione e mix di civiltà nella collezione di Etro

La sfilata appare come un omaggio alle civiltà che si perdono e si ritrovano, ma soprattutto si stratificano

Percussioni africane, archi arabi, chitarre elettriche armonizzati dalla band palermitana Santamarea fanno da colonna sonora allo show di Etro intitolato, non a caso, dal direttore creativo Marco De Vincenzo «Nowhere».

Per indicare un “ovunque”un non luogo, ovvero uno spazio non preciso, ma in un tempo esatto «ora qui, in questo momento».

Anche l’infilata di colonne istoriate, elementi portanti della scenografia, contribuisce a creare un luogo immaginario, una misteriosa Atlantide.

La sfilata di Etro appare come un omaggio alle civiltà che si perdono e si ritrovano, ma soprattutto si stratificano: le combinazioni diverse negli abiti dove la parte alta è, per esempio, in jersey devoré abbinata, a una parte bassa, in seta oppure a in popeline stampato, rimandano proprio alla commistione di culture differenti. A saperi che hanno radici nel tempo.

Le combinazioni molteplici dei singoli capi, i volumi esasperati, mini o maxi, la scelta dei materiali dalla spugna ai broccati, dai tessuti della cravatteria al denim, tutto contribuisce a sublimare il concetto di una libertà di espressione confortata dalla conoscenza.

Certo, la cacofonia di alcuni abbinamenti e l’esasperazione di alcune silhouette potrebbe disorientare la razionalità commerciale di qualche buyer. Ma per fortuna la moda è, o dovrebbe essere, il vero «Nowhere» , lo spazio neutro dell’espressività al potere.

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