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Il dialetto reggino, una lingua antica da proteggere

A Reggio Calabria e nella parte meridionale della regione si parla un idioma che si è arricchito dal contatto con greci e latini

Il dialetto reggino, "u rriggitànu" come si dice a Reggio Calabria, è un idioma parlato nella città capoluogo e in buona parte della Calabria meridionale. "Un dialetto deve essere considerato un patrimonio culturale degno di essere protetto e conservato alla stessa stregua di opere artistiche e monumenti. In particolare quello reggino è una lingua primitiva risultato di secoli di vita difficile, parlato dalla povera gente che fino alla metà del secolo scorso non portava nemmeno le scarpe". Così Giuseppe La Face, che ha dedicato la sua vita alla valorizzazione del dialetto reggino e autore de Il dialetto reggino. Tradizione e nuovo vocabolario (Iiriti Editore, 2009), ci introduce nel mondo dell’idioma di Reggio Calabria nato probabilmente dalla cultura meticcia tra le popolazioni autoctone ed il greco dei primi coloni calcidesi parlato fino all’età bizantina e arricchito dal latino, non tanto sotto l’impero, ma più probabilmente in età medioevale con l’arrivo dei normanni.

Termini e frasi che ne caratterizzano la parlata"

Il sistema verbale reggino è molto complesso e differente da quello italiano, dice La Face. Esso si basa su costrutti di tipica origine latina e greca e conosce solo due coniugazioni, che sono: -ári ed -íri. Essere (non come ausiliare) si declina in reggino: sugnu, sì, jéu (o éu), símu, síti, sù(nnu). Avere (anche in luogo di Dovere): haju, hái, hávi, aímu, aíti, hannu.

Ci sono dei modi di dire unici a Reggio Calabria. Per esempio: A matinata faci a jornata (la mattinata fa la giornata). Alzandosi presto, la mattina ci si sbriga tante cose quante in una giornata intera se ci si alza tardi. Oppure: Ch'i terremoti, c'a gguèrra e cà pàci, sta festa si fìci, sta festa si faci! (Con i terremoti, in tempo di guerra e in tempo di pace, la festa si è fatta e sempre si farà). Il riferimento è al fatto che, in qualunque condizione, la festa della Madonna della Consolazione, patrona di Reggio, ha sempre avuto luogo e sempre avrà luogo.

Tipiche le imprecazioni (come in buona parte dei dialetti meridionali), per esempio: chi mm’havi (mi havi) focu! Imprecazioni, queste ed altre simili, dette come sfogo di protesta, impazienza; raramente per grave risentimento, malaugurio. Espressioni provenienti da paure antiche: del fuoco, di cattiva notizia o disgrazia, della distruzione della casa. Non è facile racchiudere un dialetto in pochi vocaboli, ci abbiamo provato dopo aver letto il libro di La Face e con l’aiuto dell’editore.

Quasi 5 mila termini ricchi di storia e significato che proviamo a rappresentare, rimandando alla lettura.

an trídici: loc. avv., ‘in tredici’/ da antica tradizione rimane il timore, o superstizione, che essere o restare in tredici, rristari an trírici: porti sventura

bbandïari, v. tr. e intr.: 1 "annunziare, in pubblico e a voce alta, un 'bando', avviso pubblico o di interesse privato"; 2 "offrire merci o servizi, da venditore o artigiano ambulante"; 3 "parlare a voce alta", detto come rimprovero o richiamo

bbúmbulu, s. m.: 1 "vaso di terracotta a collo stretto, usato per tenere provvista d’acqua"; menti ‘u bbúmbulu ô friscu "metti il – al fresco"; la terracotta è moderatamente permeabile e l’acqua inumidisce la superficie esterna ed evapora all’aria, raffrescando il recipiente; 2 "bernoccolo, ematoma", "rigonfiamento che si forma sotto pelle a seguito di una contusione"; 3 ‘ntô bbúmbulu "al chiuso, che si ode poco"; parrari ‘ntô bbúmbulu "parlare a bassa voce, tanto da farsi capire poco".

ciaurrina, s. f.: "dolciume popolare, di solito preparato all’aperto durante una festa religiosa, da un miscuglio di miele o zucchero, melassa, in acqua da far bollire a lungo (con aggiunta di vino cotto, o di sciroppi ed aromi) per addensarla come una pasta, da raffreddare e dividere in pezzetti, come grosse caramelle, dette bomboloni". In metafora, nel linguaggio comune: esti moddu com’a ciaurrina "è molle come la –" / é llongu com’a – "è lungo, prende molto tempo, come la (preparazione della) ciaurrina".

crïanza, s. f.: "creanza, comportamento secondo buona educazione", (aviri, non aviri crïanza; essiri ‘i mala crïanza "essere di modi scortesi, screanzato") / lassari (dassari) ‘a – "lasciare un residuo, non mangiare completamente una pietanza, un dolce (altri tempi) per creanza, riguardo; dare prova di moderazione".

gabbu, s. m.: "gabbo, burla, scherzo, scherno", "inganno, beffa"; fari no’ ggabbu e nno’ mmaravigghja "non mostrare scherno, né meraviglia (non avere aspetto o modi sconvenienti rispetto a persone o fatti loro)" / non ti pigghjari – ‘i chiddu "non ti prendere gioco di quello".

paccarella, s. f.: famil. e pop., "ristrettezza, inedia, fame, miseria". Un tempo si diceva un po’ sorridendo e a bassa voce, con comprensione e solidarietà per chi ne pativa. E alla parola si univa un gesto di una mano: con pollice e indice aperti a squadra, chiuse le altre tre dita, e la mano oscillante nell’aria, come a non ricavarne nulla (paccarïari, v. intr., "vivere tra fame e miseria"/ v. rifl. "soffrire la fame"; s’a paccaría "se la patisce").

panaru, s. m.: "paniere, cesto formato da asticelle di canna intessute e rinforzate da vimini in fasci o cordoni intrecciati, a fondo piano e forma tronco conica, con manico superiore ad arco o senza; di differenti grandezze, ma nei limiti di peso del contenuto da trasportare".

rrúmbula, s. f.: "trottola, era di legno, a forma di pera, con un peduncolo fatto da un chiodo senza testa e arrotondato: si avvolgeva strettamente con uno spago, a giri da sotto in su, per lanciarla trattenendo in mano l’altro capo dello spago. Nel gioco tra due o più ragazzi, ciascuno con la sua rrúmbula, la lanciava a turno contro una delle altre ferme a terra, in modo da colpirla col perno di ferro: il colpo era detto cuzzu "cozzo" (pl. cuzza) e jucari a ccuzza era il gioco".

talornu, s. m., "piagnisteo, pianto prolungato che non sollecita solidarietà ma provoca fastidio, noia, motivo di protesta", se di bambini o anche di adulti che insistono; chi si trova a subirlo, anziché zittire, dice: talornu e mmúsica, come ad approvare un accompagnamento musicale, bene! bravi!

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