Enrico Vanzina
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Enrico Vanzina
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Vanzina: «Invecchiare non è poi così male»

Per l'uscita del suo nuovo romanzo, un giallo ambientato a Milano, il re della commedia all'Italiana si racconta a Panorama. Dal rapporto difficile con la madre a quello felice con il padre Steno, dalla nonna che giocava intere fortune al casinò al suo sfaccettato rapporto con il tempo che passa.

Secondo Enrico Vanzina, alla fine tutti diventiamo il sosia di qualcuno: «Da ragazzo ero la copia di John Lennon, oggi mi dicono che assomiglio a Napoleone. È un destino comune. Anni fa ricordo un pensionato seduto su una panchina a Piazza Vittorio: era il clone di Berlinguer. Poi conoscevo un droghiere che era spiccicato lo scrittore Ercole Patti». Capelli lunghi grigi, il Diario Notturno di Ennio Flaiano appoggiato sulla scrivania del suo nuovo studio nel quartiere più borghese della capitale, accanto alla foto dell'amato fratello Carlo. Il regista, sceneggiatore, scrittore non si è mai fermato durante il Covid: è stato campione su Netflix per Sotto il sole di Riccione. Ed è l'unico che è riuscito a girare un film durante la pandemia anche se aspramente criticato: «Lockdown all'italiana fatto in poche settimane, costato quasi niente, è delizioso, rispettoso del momento drammatico, tutto il contrario di quello che è stato detto». Ora sta per uscire il suo ultimo romanzo Una giornata di nebbia a Milano (HarperCollins). Un giallo ambientato tra improvvise foschie e inquietanti segreti di famiglia. Costruito come un film, dove un racconto contiene al suo interno un altro racconto, in un mirabile gioco di prestigio.

Perché ha scelto Milano?

Mi sento per metà romano e per metà milanese. Mio padre è nato dalla contessa Boggio, una nobile romana sciagurata che giocava ai casinò, mentre suo padre era del Lago Maggiore, di Arona. Fu un importante giornalista del Corriere della Sera. Fondò in Argentina il primo giornale italiano e sul transatlantico incontrò mia nonna, che stava andando al casinò di Mar del Plata.

Che rapporto ha con la città del Duomo?

Carlo e io siamo i registi che le abbiamo dedicato più film in assoluto. Diciotto pellicole, da Sotto il vestito niente a Yuppies. Ci ho vissuto e ora la racconto, ma con gli occhi di un romano.

Che anima ha?

Una città dove la nebbia, che oggi non c'è più, è un simbolo, un modo per non fare vedere come stanno esattamente le cose. Non modifica nulla, nasconde e basta, tutto procede identico, solo attutito. È una città misteriosa, molto più di Roma, segreta come i suoi meravigliosi cortili che si celano dietro i portoni austeri. Ma aveva ragione Eugenio Montale quando la descrisse come: «Un enorme conglomerato di eremiti». Capitale degli eventi, dei pr, delle feste, vive invece una solitudine fortissima, dura, nordica.

Nel libro a tratti è critico, cosa non le piace?

Ha l'ubriacatura da Bosco Verticale. Mentre la forza di Roma è che non è mai arrivato nessuno a costruirlo. Eppure abbiamo mantenuto tutto, come quegli stagni della savana dove gli animali stanno tutti insieme. Milano ha puntato sull'innovazione da Expo e si è dimenticata che c'è anche la vecchia città: il Derby, la Pelota.

Il giovane protagonista chiede aiuto per risolvere il mistero a uno scrittore, Giorgio Finnekens. È un omaggio allo scomparso Andrea Pinketts?

Sì, c'eravamo conosciuti sul set di Via Montenapoleone, dove fece una parte. Mi piaceva, era un po' il mio alter ego: amava le donne, i bar, la letteratura. Aveva uno sguardo coltissimo sulla società. Avrei voluto essere più suo amico.

È un raro giallo senza la figura di un investigatore, un commissario, un pm, chi svela tutto è la letteratura.

In Italia si scrivono tanti gialli, tutti un po' in fotocopia. Gli scrittori pensano che il loro pubblico sia stupidotto. Invece i lettori sono più colti di quelli che scrivono, soprattutto in provincia. E poi volevo prendermi una piccola rivincita su un mondo bacchettone di acculturati per professione, spiegando che anche chi ha fatto per anni il cinema popolare può essere colto.

Ai giornalisti dedica una frase al cianuro: «Sono dei coglionacci», perché?

Faccio il giornalista da trent'anni e mi accorgo che nelle redazioni regna un senso di abbandono, scoramento, rassegnazione. C'è omologazione sia ideologica che estetica. Si nutrono di serie, sono diventati globali, parlano tutti delle stesse cose. Il mondo del giornalismo è ormai in disfacimento.

Oltre alla letteratura la chiave del romanzo sembra essere l'orrore per la vecchiaia.

In Sapore di mare facevo dire a Virna Lisi che invecchiare fa schifo. Ma oggi non lo penso più. In fondo è bellissimo, io faccio le cose di quando avevo 45 anni. Finalmente ti togli tanti pesi di dosso, ammetti che hai sbagliato, che liberazione, cambi idea. Tutto quello che hai fatto di corsa e non hai capito ora finalmente lo capisci e puoi rifarlo con calma. Anche innamorarti. È formidabile. E poi solo i più anziani hanno vissuto il lockdown e questa pandemia con grande dignità.

Mentre i giovani?

Devono ancora riflettere su cosa è successo. Arriveranno conseguenze diverse, inaspettate. Sulla generazione dei più piccoli lascerà un solco enorme. Per questo la scuola è così importante e divisiva. Lo vedo nei miei nipotini di 12, 11 e 10 anni: in apparenza non soffrono, ma nei loro fantasmi notturni è rientrata prepotentemente la morte. C'è stata tutta una generazione che non ha più pensato alla morte, era sparita dalle nostre vite.

È sparita anche la felicità?

Sì, ma già prima del Covid e ne avevamo tutti i segnali.

La famiglia nel suo libro sembra essere il luogo di ogni infelicità.

In famiglia non si parla, non conviene, altera gli equilibri, fa fallire gli psicanalisti. Quando uno è costretto a guardarci dentro, come il protagonista, allora viene fuori l'inferno.

Anche la sua famiglia fu così complessa?

Mio padre parlando del suo matrimonio citava Jean-Paul Sartre: «Les mots e les choses». Diceva che lui era le parole e mia madre, che era il contrario di un'intellettuale, era le cose. Papà ci ha «sfranti» di cultura. Poi mio fratello e io siamo finiti a fare il cinema leggero. Se capiti con dei genitori che ti spiegano che la verità sta nei libri, nei film, nei quadri, nella musica alla fine diventi prigioniero di questa cosa.

Loro almeno si sono amati?

Si sono molto amati, anche se hanno sempre litigato.

E lei ha amato i suoi genitori?

I figli ci uccidono nei sogni. Ricordo questi versi di un poeta tedesco. Il loro unico modo di difendersi è ucciderli virtualmente. Il mistero della famiglia è stato l'asse portante del romanzo classico. E anche nel cinema ha avuto un ruolo centrale. L'umorismo ebraico a partire da Woody Allen si fonda sul rapporto con la madre.

Che rapporto ha avuto con la sua?

Molto difficile. Quando lei stette male già non ci parlavamo più. Mentre era in coma per un mese le sono stato accanto e le ho detto tutto quello che mi tenevo dentro da sempre. Penso che abbia capito. Altro che psicanalisi.

Non si è mai sdraiato sul lettino?

Mai.

Nel libro il protagonista si chiudeva in bagno con Le avventure di Giacomo Casanova, un ricordo autobiografico?

Era un mio compagno di scuola dello Chateubriand che mi raccontava le sue prodezze chiuso in bagno leggendo in francese quel libro. E confesso che la cosa mi eccitava. Storia della mia vita di Casanova è il più bel libro della letteratura italiana.

C'è poco da stare allegri in questo Paese, scriveva Ennio Flaiano nel suo Diario Notturno. Che ne pensa?

Nell'ultimo mese è come se qualcuno avesse detto che il re è nudo. Abbiamo mantenuto troppo a lungo l'illusione che tutti fossero diversi da quello che in effetti erano.Vivevamo nella nebbia. Mattarella ha finalmente strappato il sipario.

Si rialzerà mai l'industria cinematografica?

Si risolleva se qualcuno capisce la sua importanza e quanto sia stata centrale in questi tempi. L'abbuffata di immagini dal divano ci ha fatto sicuramente rimpiangere le sale. Il cinema ha preso una botta terribile, ma si rialzerà: è un bisogno collettivo.

Coraggio, che il meglio è passato, come diceva il baffuto di Pescara.

Io la penso come Flaiano quasi su tutto. Tranne che sull'estate, detesto l'estate. Per questo amo Milano. E quel senso di grigio.

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