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(Ansa)
Lifestyle

L'ultima follia? Trasformarci in «brand» di noi stessi

La Rubrica - Stili Umani

In principio era quella cosa utilizzata, ricercata e studiata dalle aziende per finalità precise: differenziarsi dalla concorrenza, imporsi sul mercato con una determinata immagine, puntare sul mondo delle percezioni, cercare di includere la vision, la mission, la reputazione aziendale...

Poi, soprattutto con l’avvento del digitale, le persone hanno iniziato a creare il proprio brand, così senza indugio nasce “il personal brand”. Si tratta del brand della persona, i cui principi non si discostano molto dal concetto di brand aziendale, con l’unica piccola, quasi superflua differenza che in questo caso si tratta di un vero e proprio essere umano in carne e ossa. Ma vogliamo soffermarci su questi dettagli?

Proprio senza soffermarsi sul particolare che si tratta di persone, il mondo impazza di corsi di “personal brand”, “come migliorare la tua immagine”, “come creare la tua reputazione sul web”, “quale archetipo sei?”.

Corsi on line, corsi in streaming, corsi dal vivo, corsi brevi. E poi libri, manuali, saggi sul “tuo” brand personale anzi, personalissimo. Quello che ti farà percepire più capace, più bravo, più bello, più tutto rispetto agli altri personal brand di altre centinaia di migliaia di esseri umani come te presenti nel maremagnum del brand di sé stessi.

Già, tu diventi il brand di te stesso, per il tramite di te stesso, convincendo prima di tutto te stesso che sei quel brand. E -cascasse il mondo- dovrai essere quella cosa lì. Solo e sempre quella cosa lì, o sarai incoerente e allora decade tutto il principio del brand. Non sia mai che un’emozione o uno stato umorale prenda il sopravvento, sarebbe umano ma non sufficiente per avere un buon personal brand.

Così impari che se decidi la palette di colori da abbinare alla tua immagine, se sceglierai l’archetipo giusto, ad esempio “l’eroe” o il “giullare” (già, esiste l’archetipo del giullare) e se ti comporterai da brand, sbaraglierai la concorrenza, anche se non hai chiaro di che concorrenza si tratta, ma l’importante è battere tutti i personal brand altrui, e alla fine ne resterà solo uno. E quell’uno sarai tu, anche se hai aderito all’archetipo del giullare. D’altra parte, nessuno è perfetto.

Inizi allora a essere ceo, cfo, responsabile marketing, responsabile hr di te stesso, anche se forse non ne hai le competenze, perché forse non è nemmeno il tuo lavoro fare il cfo, e anche se forse diventi un prodotto in vetrina, in mezzo a tanti altri prodotti. Dimenticando che quella cosa lì, in vetrina, non è un gelato prodotto da un’azienda ma è una persona.

Piano piano alcuni esperti di brand stanno iniziando a sostenere che forse si è esagerato con questa storia del personal brand. “Ma davvero?” verrebbe da rispondere, tutti stupiti mentre indossiamo i colori della nostra palette. Solo perché c’è gente che ha smesso di lavorare per dedicarsi ai video da postare mentre i clienti, sentendosi trascurati, se ne vanno, avremmo esagerato? O magari se ne vanno gli amici, stanchi di vedere arrivare i tuoi messaggi con il tuo personale, anzi, personalissimo logo.

E intanto che scegli il font giusto per la tua firma, sfugge l’idea che il gelato prodotto dall’azienda può rimanere lì fermo, in attesa di essere scelto, mentre tu, ormai il prodotto di te stesso, resti fermo senza scegliere da chi vuoi essere a tua volta scelto. Resti lì con il tuo slogan, con la tua narrazione perfetta, almeno secondo chi ti ha insegnato come costruire il tuo personal brand, e resta fermo anche il fatto che sei una persona, non un prodotto.

Qualcuno magari ricorda che il personal brand, quello di artisti come la cantante Madonna, ha creato un personaggio, e tu stai creando un prodotto che coincide con te stesso. La differenza è molta ma se la vetrina ti piace tanto allora c’è spazio. C’è spazio per i gelati e, a quanto pare, anche per le persone.

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Elisa Rovesta