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Daniele Lago, l'eccellenza della sostenibilità

«Non è questione di singoli, ma di tutto e tutti» dice il visionario designer che (da tempo) ha fatto suo lo slogan principale del Salone del Mobile

Driver of change: uno slogan di quelli potenti. Una speranza di quelle ben riposte. Parliamo del bisogno di impegnarsi per un cambiamento sostenibile, a 360°. Che non escluda nessuno, compreso chi produce una lampada, una sedia, un letto e chi organizza un’Olimpiade, una fiera o eventi come il Salone del Milano, dove l’economia si muove, e con essa la creatività frutto delle menti migliori che il nostro Paese ha a disposizione.

Il Salone del Mobile, fin dal lontano 1961, anno della sua nascita, ha avuto una vocazione e una valenza culturale, ecco perché tematiche come la rigenerazione, il riuso, la circolarità, il risparmio energetico, l’attenzione alle persone e alla comunità sono state al centro di una visione strategica che si è dimostrata quanto mai lungimirante. Temi, diventati oggi di assoluta urgenza sia su scala globale, sia su scala locale. Percorsi che si sceglie di fare, per necessità e alle volte obbligo (morale o legislativo che sia, ndr).

Passata la pandemia, troppo in fretta siamo tornati alla vita di sempre nonostante il nostro vivere sia oramai insostenibile. Aric Chen, Direttore Generale e Artistico del Het Nieuwe Instutuut di Rotterdam è perentorio: “Aggiungere qua e là qualche componente riciclata ha un valore discutibile quando in realtà abbiamo bisogno di creare economie circolari completamente nuove”.

Fare innovazione oggi nel mondo del design vuol dire ricercare il perfetto equilibrio tra il rispetto dell’ambiente, l’etica e il benessere degli individui. Perché oggi si cercano dei modelli di business che siano il più possibile etici. Si parla di una nuova coscienza progettuale come strumento per favorire il dialogo tra la natura e lo spazio che viviamo tutti i giorni.

Under the Surface

In questo humus si inserisce l’installazione Under the Surface, all’interno del Salone Internazionale del Bagno, dove oltre 200 brand saranno chiamati a raccontare l’evoluzione di una stanza che è al centro delle tendenze di interior design più sostenibili.

L’opera è stata ideata da Design Group Italia, studio multidisciplinare parte del Gruppo Alkemy, in collaborazione con lo studio di data visualization Accurat e il visual artist Emiliano Ponzi, per sensibilizzare sull’importanza dell’acqua nella vita delle persone, sottolineando la responsabilità dell’industria dell’arredo bagno nel contribuire a un futuro più sostenibile. L’installazione (immersiva) ha la forma di un’isola sommersa e vuole mostrare come i nuovi progetti presentati al Salone del Mobile 2024 siano pensati in un’ottica di riduzione del consumo di acqua, sia nella produzione che nell’uso quotidiano.

Daniele Lago, visionario classe ‘72, Ceo & Head of Design di LAGO Spa è tra i protagonisti della Design Week 2024. Nell’ultimo triennio ha investito tre milioni di euro in progetti legati alla sostenibilità e oggi più che mai sta rafforzando il suo percorso strategico verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals dell’agenda Onu 2030, coinvolgendo attivamente il suo personale aziendale.

Come si progetta un oggetto che sia rispettoso dell’ambiente? Cosa è cambiato? Ma soprattutto perché ci siamo accorti solo ora che andava cambiato qualcosa?

«L’essere umano è così, deve sbattere contro le cose. La cosa verso la quale dovremmo prestare maggiore attenzione è la durabilità di un oggetto, intesa non solo come qualità del manufatto ma anche come durabilità del design. Non dobbiamo generare emozioni che siano figlie delle tendenze del momento, ma oggetti che abbiano una vocazione più timeless e siano in grado di attraversare le epoche. Cito sempre il nostro letto Fluttua su una sola gamba, ha compiuto 20 anni ma continua a rimanere in cima alla lista della classifica dei letti più venduti».

Sarebbe riduttivo pensare che il tema ambientale riguardi solo i prodotti finiti.

«Il tema ambientale non riguarda solo i prodotti ma le aziende nella loro interezza. È evidente che la sostenibilità non può essere affrontata come singoli. Non a caso, stiamo facendo formazione a tutti i nostri fornitori affinché il cambiamento sia una cosa che possa avvenire… anche, per osmosi culturale. A inizio anno abbiamo aperto il desk psicologico per tutti i dipendenti e i famigliari dei dipendenti Lago. Possono chiamare uno psicologo quando vogliono, parlarci, vedersi. È un impegno dell’azienda ed è un’iniziativa partita sentendo le loro esigenze, non è qualcosa di calato dall’alto. Ha avuto un successo, nonostante sia un segnale di insuccesso della nostra società».

Alle volte la “sostenibilità” la si guarda in cagnesco.

«Perché è qualcosa di simile alla rivoluzione digitale che sembrava essere solo un sito fatto bene e invece era una questione culturale, un approccio alla vita che cambiava radicalmente le carte in tavola. Spesso i cambiamenti fanno paura, anche quando sono messi in atto per il bene comune. Deve diventare l’aria che si respira. Sostenibile deve essere la nostra cultura di sviluppo e di visione del progresso non più solo un materiale».

La vostra al Salone sarà ancora una Good House. Di cosa si tratta?

«Di qualcosa di fantastico! Lo stand inaugurato al Salone del Mobile 2022 definisce un percorso culturale consapevole che vuole concretizzare un nuovo equilibrio tra persone, natura e tecnologia. Studiato in un'ottica di circolarità, la struttura totalmente riciclabile prevede un utilizzo pluriennale e garantisce di evitare fino all'87% delle emissioni di Gas Serra (e.g. CO2) in atmosfera rispetto ai tradizionali stand sviluppati per eventi fieristici, grazie all’azzeramento dei rifiuti e al quasi totale abbattimento di peso e volumi dei materiali. Un modello di utilizzo scalabile, nato grazie a una ricerca avviata nel 2014 e sviluppata nel 2020 da Spinlife, spin off dell’Università di Padova, condotta dal Professor Alessandro Manzardo, applicando la metodologia della Life Cycle Assessment (LCA). IL mio rammarico è che siamo stati seguiti da pochi brand nonostante gli stand fieristici ti mettano di fronte ad un dramma: quando finiscono le fiere passano con le ruspe e buttano via tutto».

La ricerca dell’Università di Padova come è nata?

«Gli anglosassoni la chiamano Open Innovation. Se vuoi fare innovazione devi avere dei tavoli di lavoro intorno ai quali partecipano anche enti terzi. I soldi che l’Europa mette sull’innovazione poggiano su un criterio preciso: intorno al tavolo non puoi esserci solo tu. Questa visione è corretta, parte dalla volontà di avere più intelligenze intorno ad un tavolo. Siamo una nazione che ha sempre fatto della creatività un asset importante, come del design, del fashion e per fortuna continuerà ad essere così».

Il cartongesso non è più autorizzato nel quartiere di Fiera Milano a partire dal 2024. Sembrava impossibile solo una manciata di anni fa.

«È una follia costruire cose che dopo sei giorni butti via. Sono il decimo di 10 figli, ho avuto un’infanzia non agiata ma neppure disperata però mi è stata data la cultura del consumare bene e credo che vada rimessa al centro delle cose. Alle Olimpiadi di Torino, nel 2006, hanno costruito quella famosa pista da bob che non è mai più stata usata. È una follia. A Monaco di Baviera esiste un villaggio olimpico, risale al 1972. È come un parco, puoi accedere alla piscina olimpica con poche decine di euro. Anche quando facciamo eventi speciali, come può essere una Olimpiade, dovremmo avere una gettata più lunga dell’evento stesso altrimenti si perde il senso delle cose. Un tavolo che dura decenni sarà sempre più sostenibile di qualsiasi oggetto generato dall’estemporaneità».

Valori e azioni “responsabili”. Chi li definisce? La morale? Le leggi che ci vengono imposte? Il desiderio di lasciare un mondo migliore ai nostri figli?

«Le azioni sono sempre generate da pensieri. Il tema di produrre pensieri rilevanti è molto importante. Qui entrano in gioco i nostri sistemi di valori. Se tu sei portato a credere che il problema del cambiamento climatico non esista, sarai poco incline a mettere in atto azioni di riduzione dell’impatto che si ha sull’ambiente. È un tema culturale, riguarda l’animo delle persone ma anche gli enti governativi. Sono stanco di sentire gente che ancora si chiede se il cambiamento climatico sia qualcosa di reale. Lo stiamo vivendo sotto gli occhi tutti giorni, dovremmo solo chiederci cosa fare per invertire la rotta. Che sarà in salita è evidente, siamo partiti tardi».

Quando parla di “percorso culturale consapevole” di cosa sta parlando?

«Vuol dire che siamo un’azienda che pensa, e se pensa fa innovazione e bilanci migliori: lo dicono i numeri. Lo scorso anno abbiamo intrapreso un percorso per definire gli intenti di medio-lungo termine in relazione a sei ambiti strategici: People, Planet, Prosperity, Product, Customer e Governance. Il progetto ci ha permesso di avviare sei tavoli di lavoro permanenti, che hanno coinvolto in maniera attiva il 25% del personale aziendale e che hanno previsto il confronto con Key Opinion Leader esterni per individuare, insieme, margini di ulteriore miglioramento in diversi ambiti dell'azienda. Temi rivoluzionari, che sono un costo, ma che abbiamo deciso di affrontare perché ci crediamo. Un ragazzo che lavora in Lago ha bisogno di sentirsi appartenente ad una visione del progresso non solo alle prese con la produzione di un tavolo. Di questo percorso fa parte anche il legame che abbiamo con le cucine popolari di Padova, organizzazione pazzesca che eroga centinaia di pasti al giorno a gente fragile o in difficoltà. Due anni fa i soci Lago, me compreso, siamo stati da loro e abbiamo capito che potevamo imparare qualcosa da loro: la gestione dei conflitti. Hanno maturato un bagaglio di conoscenze che li ha fatti diventare ai nostri occhi un modello di Academy. La mensa popolare è così diventata per noi un ente formativo. Cosa c’entra un tavolo Lago con una mensa popolare? È tutto connesso, compreso il nostro desiderio di cercare un approccio che sia altro, rispetto a quello del mero capitalismo».

Come si integrare la sostenibilità nella strategia e nella gestione aziendale?

«Avere una corretta apertura verso le cose è la via maestra da percorrere. Capiterà di scontrarsi con modelli culturali legati a generazioni diverse, serve uno sforzo multigenerazionale, capace di vedere le differenze come valore aggiunto e non come minaccia. Una mia amica psicologa mi ha insegnato che si impara solo dalla diversità: se frequenti solo gente che la pensa come te non impari nulla. Integro in questa risposta un altro concetto a me caro, quello del Reverse Mentoring, un'interessante inversione di ruoli, in cui i dipendenti più giovani o meno esperti assumono il ruolo di mentori nei confronti dei loro colleghi più anziani o più esperti. Ti diranno cose che non sai e che neppure condividi. La nostra è una scelta di vita, i valori che condivido in azienda sono quelli che insegno ai miei figli, farei fatica a fare il contrario. Abbiamo bisogno di una aderenza valoriale. Non siamo perfetti, commetteremo un sacco di errori ma il fuoco sacro della volontà c’è».

Chiunque oggi parla di sostenibilità.

«Certo, perché, come detto prima, dovrebbe far parte delle nostre vite come l’aria che respiriamo. C’è gente terrorizzata dagli immigrati, nonostante ci siano ricerche che dicono che dove c’è immigrazione c’è un’economia forte, perché implica una società più tollerante e aperta al cambiamento. Le cose vanno sempre dimensionate con la visione che hai del mondo e della vita. Viviamo in un periodo storico dove abbiamo perso un po’ la voglia di avventura e ci siamo caricati di regole. Ti puoi permettere di creare se hai un humus culturale che ti accoglie».

Il Ministero dell’ambiente della tutela del territorio e del mare ha pubblicato i Criteri Ambientali Minimi. Sono efficaci?

«L’Unione Europea che tutti criticano sta portando avanti una politica illuminata rispetto al resto del mondo. È l’unico ente rilevante dei quattro, cinque mondiali che sta attuando una politica di sostenibilità. Alcune categorie si sentiranno massacrate dalle riforme ma se non inizi non genererai mai un cambiamento. È ovvio che, se non ti sei mai posto il problema è un dramma, e andrai incontro ad uno shock difficile da superare. Diciamo che anche solo rispettare le leggi in Italia sarebbe rivoluzionario!»

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Nadia Afragola