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Politica

Ha un futuro minerario l’Italia?

Il governo mira a rilanciare l'industria mineraria, affrontando sfide tecniche, ambientali e sociali

Recentemente il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha nuovamente ribadito la volontà del Governo Italiano di rilanciare l’industria mineraria nazionale introducendo una legislazione nazionale specifica sulla scia della Legge sulle materie prime critiche (CRMA) approvata a marzo dalla Commissione europea. In arrivo un decreto-legge che consentirà di riaprire le miniere per estrarre “metalli critici” come litio, cobalto, rame, argento, nichel, terre rare e manganese.

Il Ministro sottolinea come il controllo dominante della Cina sui metalli sia un potente strumento di negoziato nelle mani di Pechino mentre le tensioni si intensificano tra il Dragone e l’Occidente. Se la Cina tagliasse o limitasse severamente le esportazioni di metalli durante un conflitto, come con il Giappone nel 2010, i risultati sarebbero potenzialmente catastrofici.

In considerazione del fatto che oggi il settore dell’industria mineraria con maggior sviluppo nel nostro Paese è quello museale.

Istituita nel 2009, la “Giornata Nazionale delle Miniere”, dedicata alla memoria mineraria, dopo decenni di oblio, ha rivalutato il grande patrimonio minerario dismesso per promuovere lo sviluppo del turismo minerario in Italia.

Ma l’abbandono delle miniere ha comportato la perdita delle necessarie competenze scientifiche, tecnologiche e gestionali, a cui ha contribuito la scelta di sopprimere, quasi trent’anni fa, dagli ordinamenti universitari statali il corso di laurea in Ingegneria mineraria. Analoga sorte è toccata alla figura professionale del Perito Minerario, specializzata nelle discipline tecniche e di laboratorio connesse all'industria mineraria.

Rilanciare l’industria estrattiva italiana significa ricostruire un bacino di competenze minerarie per la programmazione dello sviluppo del settore estrattivo e la progettazione e gestione dei siti minerari, competenze da estendere anche alla Pubblica amministrazione. Questo processo richiederà non meno di un decennio.

Inoltre attualmente nel dibattito pubblico, pur concentrato su energia e metalli, le miniere e le fonderie su cui è stata fondata l’Italia del ventesimo secolo ricevono scarsa attenzione e quando vengono riconosciute, di solito, è dal punto di vista della narrazione eroica o del disprezzo.

Oggi sempre meno giovani vogliono intraprendere una carriera nell’industria estrattiva: secondo una recente ricerca l'industria mineraria non è attualmente aspirazionale per i giovani talenti tecnici. Nella ricerca il 70% degli intervistati di età compresa tra 15 e 30 anni ha dichiarato che sicuramente o probabilmente non lavorerebbe nel settore minerario.

Altro aspetto critico per un rilancio dell’industria mineraria sono le attività di prospezione dal cui successo dipende la disponibilità dei depositi di minerali, che sono il primo passo nello sviluppo di una catena di approvvigionamento: nel nostro Paese le attività di prospezione si sono fermate intorno agli anni ’80 del secolo scorso.

Manca un database di geoscienze completo e accessibile supportato da un sistema di licenze minerarie moderno, trasparente ed efficiente. La nuova Carta Mineraria Italiana, una ricerca di base finalizzata a identificare potenziali aree su cui rilasciare permessi di prospezione, potrebbe, ottimisticamente, vedere la luce in una prima versione, tra tempi burocratici e realizzativi, non prima del 2026.

Le società minerarie concentrano il loro budget per l'esplorazione su un'area ben definita, delimitata da un permesso di esplorazione, negli ultimi due anni gli investimenti nella prospezione di depositi di piombo e zinco, nichel, cobalto ed argento nel nostro Paese sono stati di circa due milioni di euro. Dovessimo fare un confronto, basandoci semplicemente sull’estensione superficiale, con un paese con un’industria mineraria attiva come il Canada, questa cifra andrebbe moltiplicata di almeno cinquanta volte.

Ma prima di fare nuovi investimenti per la ricerca di depositi è opportuno porsi un’altra domanda: siamo sicuri di voler trovare qualcosa?

Perché la decisione di riaprire le attività estrattive è destinata a scontrarsi, in primis, proprio con i cittadini italiani che, spalleggiati da quelle stesse associazioni ambientaliste che pretendono una transizione verde accelerata, si oppongono fermamente a qualsiasi ipotesi che preveda l’apertura di una miniera "nel proprio giardino" scordandosi delle connessioni che legano il nostro attuale benessere all’estrazione delle risorse dal sottosuolo.

E’ bastato che qualche anno fa la Regione Liguria concedesse alla CET, Compagnia Europea per il Titanio, un permesso di ricerca, ai margini del confine del Parco del Beigua, dov’è nota la presenza di un deposito di titanio, perché immediatamente le associazioni ambientaliste si ergessero a tutori dei cittadini che lì vivono e operano fermando, di fatto, ogni iniziativa.

I depositi minerali sono fenomeni geologici unici: meno dello 0,01% della crosta continentale terrestre, contiene depositi sfruttabili, pertanto, le miniere possono essere localizzate solo in quei pochi luoghi in cui si sono formati depositi economicamente sostenibili.

A conferma di una tendenza, a livello globale, di come venga percepito eccessivo il rischio imprenditoriale aprire nuove miniere anche nel nostro Paese non sono note prospezioni greenfield da parte delle compagnie minerarie che vi operano che paiono piuttosto concentrate sulla riapertura e lo sviluppo dei siti dismessi.

Si privilegiano sviluppi di risorse note come il deposito di Gorno, in Lombardia, che potrebbe fornire concentrati di zinco e piombo ai poli metallurgici italiani. Resta da chiedersi chi avvierà impianti energivori in un Paese in cui il costo dell’energia è tra i più alti al mondo.

O come l’area estrattiva di Punta Corna Comuni nei comuni di Usseglio e Balme a circa 50 km a NE di Torino, su cui sono presenti una serie di miniere storiche di cobalto e nichel, risalenti al diciottesimo secolo.

Certo con l’avvento della tecnologia ISAMILL, nei primi anni 2000, si realizzò la possibilità di macinare il minerale a dimensioni inferiori a 10 micrometri pertanto questi vecchi giacimenti, il cui tenore del minerale presente era sceso sotto i livelli economici, potrebbero diventare nuovamente interessanti anche in considerazione degli attuali prezzi dei metalli.

Incontrerà una maggiore accettazione pubblica, vista anche la finalità ambientale, la coltivazione delle discariche di rifiuti estrattivi di miniere abbandonate: solo in Sardegna ci sono oltre due milioni di metri cubi di sterili che potrebbero presentare significativi tenori di piombo e zinco oltre a metalli, oggi estratti come sottoprodotto, come l’indio.

Negli sterili possono essere presenti anche elementi delle terre rare come nelle cave di granito di Buddusò dove tra gli scarti di lavorazione sono stati individuati alcuni elementi di interesse economico. Non tanto il lantanio o il cerio: chi conosce un minimo il settore sa perfettamente che questi minerali non sono economicamente interessanti, quanto piuttosto alcune terre rare magnetiche come praseodimio, samario e neodimio necessarie per produrre i magneti permanenti.

Ma c’è da porsi l’interrogativo se l’obbiettivo che si vuole perseguire sia quello di produrre del minerale arricchito da spedire altrove per la raffinazione, poiché in Italia e per larga parte anche in Europa non disponiamo di strutture industriali in grado di separare gli ossidi di terre rare e completare il processo con la produzione di polveri metalliche, metalli o leghe come quelle necessarie appunto per la costruzione di magneti permanenti.

Quello che accadrebbe, come già avviene in altri paesi, è che la società mineraria dovrebbe vendere il minerale arricchito a qualche società cinese del settore, visto che oggi solo la Cina dispone della tecnologia necessaria.

Per quanto ci si affanni a decantare le nuove miniere sostenibili, a declamare che l'estrazione mineraria e la protezione dell'ambiente non sono antitetici, che possiamo essere a favore dell'estrazione mineraria e allo stesso tempo dell'ambiente, gli attuali requisiti di protezione ambientale per salvaguardare tutti gli aspetti dell'ambiente, comprese le risorse idriche, la fauna selvatica, la qualità dell'aria, le risorse culturali, il suolo, la vegetazione e le risorse visive rendono in molti casi, di fatto, irrealizzabili questi progetti.

E’ preventivamente necessario accettare un concetto di bonifica ambientale che presume che pulito non significhi sempre bello e che bello non è sempre attraente, ed accettare che una buona parte dei rifiuti non sarà bonificata, ma solo resa inoffensiva.

E’ questa la vera sfida.

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Giovanni Brussato