Soldi

Così il governo vuole finanziare le imprese con i risparmi

L'esecutivo sta per varare una misura che introduce sgravi fiscali per chi investe nelle piccole e medie imprese

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Il Ministro dell'Economia Piercarlo Padoan – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Convogliare i risparmi degli italiani verso le piccole e medie imprese, che hanno bisogno di aumentare la loro dotazione di capitale per fare ricerca e investimenti, tagliando le tasse a coloro che decidono di investire in strumenti di risparmio di lungo termine (fondi comuni o bond) specializzati nel finanziare l’economia reale.

Si concretizza, insomma, l'idea annunciata più di una volta nel 2015 dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che in un'intervista al Corriere della Sera ha anticipato l'ipotesi di un "decreto legge" per favorire la crescita e la competitività delle Pmi.

L'enorme patrimonio finanziario degli italiani (circa 4.000 miliardi di euro) è il "fondo sovrano" da cui attingere risorse private da trasferire fino a 10 miliardi l'anno direttamente alle imprese del made in Italy.

E chi deciderà di dirottare parte dei propri risparmi, ora investiti in conti correnti, deposito, titoli di Stato, obbligazioni, azioni e portafogli gestiti, verso l'economia reale potrà godere di uno sgravio: si ipotizza una tassazione agevolata sulle rendite al 12,5% al livello applicato sui titoli di Stato.

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Il legame tra banche e made in Italy
La questione è fondamentale: attivare per le pmi nuovi canali di finanziamento alternativi al credito bancario accessibili per ora solo alle grandi imprese e multinazionali.

Una delle incognite che grava sulla ripresa del sistema economico italiano è costituita dall’elevato stock di crediti deteriorati e di sofferenze accumulato dalle banche italiane durante la crisi (inferiore solo a quello di Cipro, Grecia e Irlanda) che ha spinto gli istituti a chiudere i rubinetti.

I tassi di interesse al tappeto, inoltre, non aiutano, perché prestare denaro per gli istituti è sempre meno conveniente. Così sempre più imprese sono alla canna del gas.

Quando si parla di canali alternativi per sostenere l'economia reale, infatti, c’è una percentuale che la dice lunga sul banco-centrismo del sistema economico italiano, dove circa il 70% dei finanziamenti alle imprese è di origine bancaria. In Europa, stando ai dati raccolti in un recente studio di Ambrosetti, questa percentuale in media scende al 54%.

Negli Stati Uniti d'America e nel Regno Unito le banche addirittura coprono solo il 30% dei prestiti alle imprese, che in alternativa possono rivolgersi a un mercato delle obbligazioni societarie e del private equity assai più sviluppato.

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I debiti delle Pmi

Una dipendenza particolarmente sentita, quella tra banche ed economia reale, soprattutto dalle 137 mila piccole e medie imprese che costituiscono però la spina dorsale del made in Italy, 24 mila medie e 113 mila piccole, con un giro d'affari di circa 838 miliardi di euro (36% del fatturato di tutte le imprese italiane) e circa 4 milioni di posti di lavoro, stando agli ultimi dati disponibili del Cerved aggiornati nel 2015 e riferiti alla situazione di due anni prima.

C'è anche un'altra percentuale da tenere a mente: le piccole e medie imprese pesano per il 30% dei debiti finanziari, una cifra che si aggira attorno ai 255 miliardi di euro. Le piccole, sempre secondo lo studio Ambrosetti, sono quelle più vulnerabili: oltre il 75% dei debiti sono verso istituti bancari, contro il 68% delle imprese di medie dimensioni e il 43% delle imprese di grandi dimensioni.

È in questo legame che bisogna rintracciare l’origine della crisi del sistema produttivo italiano: sono le criticità degli ultimi cinque anni del settore creditizio, che ha dovuto sopportare una forte ristrutturazione e riduzione delle esposizioni, ad aver posto un freno al motore dell’economia italiana.

In quest'ottica, i 10 miliardi l'anno previsti da Padoan sono una boccata d'ossigeno; ma restano comunque pochi.

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