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(Ansa)
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Economia

Smart working e Covid: quali norme per il settore privato

Se nel pubblico esiste l'obbligo del 75%, nel settore privato è tutto lasciato alla coscienza del datore di lavoro

Niente di più un bonario consiglio. Se in tema di smart working nel settore pubblico il Decreto Ottobre (DL 129/2020), in attuazione del precedente Decreto Rilancio, ha stabilito di prorogare le norme in fatto di smart working imponendo la soglia del 50% dei dipendenti che debbono operare in modalità agile ove possibile, il settore privato è stato lasciato al buon cuore del datore di lavoro.

Cosa prevede il DPCM

Il DPCM appena firmato, infatti, "consiglia" ai datori di lavoro del settore privato di favorire la modalità di lavoro agile per almeno il 75% dei dipendenti. Si tratta solo di un suggerimento, ma non esiste alcun obbligo a mettere in pratica lo smart working per le aziende del settore privato.

Questo significa che un dipendente del settore privato, anche in caso di peggioramento della situazione pandemica e a suo rischio e pericolo dovrà recarsi in ufficio per non risultare assente ingiustificato. L'unico motivo che un impiegato del privato potrebbe addurre al fine di poter lavorare da casa è quello della mancata osservanza delle norme igienico sanitarie stabilite dal Comitato Tecnico Scientifico in tema di Covid.

Due pesi e due misure

Nel settore pubblico, invece, la soglia del 50% è imposta per legge a seconda dell'evoluzione della crisi epidemiologica. Esistono, inoltre, delle griglie d'accesso allo smart working per i lavoratori subordinati dando priorità a chi ha figli piccoli, vive distante dalla sede di lavoro o ha una situazione famigliare fragile.

Al contrario, il privato è lasciato alla libera coscienza del titolare d'impresa. In un Paese dove risulta difficile rispettare le più elementari regole di igiene e sicurezza a partire dall'utilizzo corretto delle mascherine tutto ciò appare molto rischioso.

Inoltre dal prossimo gennaio decadrà la modalità di smart working semplificato attualmente in vigore e cioè quella che non prevede un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, ma semplicemente una comunicazione unilaterale della necessità di operare in smart.

Con l'inizio del 2021, infatti, le nuove attivazioni nel settore privato, così come nel pubblico, dovranno seguire le regole ordinarie, ovvero prevedere un accordo firmato dai singoli lavoratori che fissi le modalità di esecuzione della prestazione fuori dai locali aziendali e di esercizio del potere direttivo del datore, gli strumenti da usare, i tempi di riposo e le misure per assicurare il diritto alla disconnessione.

Un Paese poco "smart"

Il ricorso al lavoro agile è diventato essenziale nei mesi del lockdown, e la nuova ondata di contagi non fa che confermare che meno ci si muove da casa meglio è. L'assenza di disciplina nel settore privato rischia di essere una pericolosa arma in mano alle singole coscienze. Altro aspetto scivoloso nel privato è quello inerente alle responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio che risulta perseguibile penalmente unicamente nel caso di accertata violazione delle norme igienico sanitarie, in ogni altra circostanza, invece, non gli succederebbe nulla neppure nel caso in cui, pur potendo, non abbia adottato le modalità di lavoro agile "consigliate" dal Governo.

Durante i mesi di maggiore diffusione dei contagi da Covid-19 sono stati raggiunti picchi di 6-8 milioni di lavoratori "da remoto", mentre per fine anno si stimano 4 milioni di occupati che rimarranno in smart working.

Se nel pubblico la soglia c'è, nel settore privato è tutto lasciato alla coscienza del datore di lavoro

Niente di più un bonario consiglio. Se in tema di smart working nel settore pubblico il Decreto Ottobre (DL 129/2020), in attuazione del precedente Decreto Rilancio, ha stabilito di prorogare le norme in fatto di smart working imponendo la soglia del 50% dei dipendenti che debbono operare in modalità agile ove possibile, il settore privato è stato lasciato al buon cuore del datore di lavoro.

Cosa prevede il DPCM

Il DPCM appena firmato, infatti, "consiglia" ai datori di lavoro del settore privato di favorire la modalità di lavoro agile per almeno il 75% dei dipendenti. Si tratta solo di un suggerimento, ma non esiste alcun obbligo a mettere in pratica lo smart working per le aziende del settore privato.

Questo significa che un dipendente del settore privato, anche in caso di peggioramento della situazione pandemica e a suo rischio e pericolo dovrà recarsi in ufficio per non risultare assente ingiustificato. L'unico motivo che un impiegato del privato potrebbe addurre al fine di poter lavorare da casa è quello della mancata osservanza delle norme igienico sanitarie stabilite dal Comitato Tecnico Scientifico in tema di Covid.

Due pesi e due misure

Nel settore pubblico, invece, la soglia del 50% è imposta per legge a seconda dell'evoluzione della crisi epidemiologica. Esistono, inoltre, delle griglie d'accesso allo smart working per i lavoratori subordinati dando priorità a chi ha figli piccoli, vive distante dalla sede di lavoro o ha una situazione famigliare fragile.

Al contrario, il privato è lasciato alla libera coscienza del titolare d'impresa. In un Paese dove risulta difficile rispettare le più elementari regole di igiene e sicurezza a partire dall'utilizzo corretto delle mascherine tutto ciò appare molto rischioso.

Inoltre dal prossimo gennaio decadrà la modalità di smart working semplificato attualmente in vigore e cioè quella che non prevede un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, ma semplicemente una comunicazione unilaterale della necessità di operare in smart.

Con l'inizio del 2021, infatti, le nuove attivazioni nel settore privato, così come nel pubblico, dovranno seguire le regole ordinarie, ovvero prevedere un accordo firmato dai singoli lavoratori che fissi le modalità di esecuzione della prestazione fuori dai locali aziendali e di esercizio del potere direttivo del datore, gli strumenti da usare, i tempi di riposo e le misure per assicurare il diritto alla disconnessione.

Un Paese poco "smart"

Il ricorso al lavoro agile è diventato essenziale nei mesi del lockdown, e la nuova ondata di contagi non fa che confermare che meno ci si muove da casa meglio è. L'assenza di disciplina nel settore privato rischia di essere una pericolosa arma in mano alle singole coscienze. Altro aspetto scivoloso nel privato è quello inerente alle responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio che risulta perseguibile penalmente unicamente nel caso di accertata violazione delle norme igienico sanitarie, in ogni altra circostanza, invece, non gli succederebbe nulla neppure nel caso in cui, pur potendo, non abbia adottato le modalità di lavoro agile "consigliate" dal Governo.

Durante i mesi di maggiore diffusione dei contagi da Covid-19 sono stati raggiunti picchi di 6-8 milioni di lavoratori "da remoto", mentre per fine anno si stimano 4 milioni di occupati che rimarranno in smart working.

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