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Economia

Pil e inflazione: il prezzo che il mondo paga alla guerra russa in Ucraina

Le stime al ribasso della crescita mondiale vanno di pari passo con aumento di inflazione e costo della vita con conseguenze ancora non del tutto quantificabili

Gli effetti a medio termine della guerra in Ucraina si riflettono nelle stime al ribasso della crescita delle economie mondiali per il prossimo biennio. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Fondo monetario internazionale nel mondo saranno 143 i Paesi che subiranno rallentamenti di crescita conseguenza del conflitto russo ucraino. Il FMI prevede, infatti, che la crescita globale rallenterà dal 3,6% nel 2022 e nel 2023 perdendo 0,8 punti percentuali quest’anno e 0,2 per il prossimo.

Pandemia e guerra, un binomio fatale

Una situazione complessa frutto del binomio tra pandemia e guerra dove la crisi economica derivata dal blocco produttivo conseguente a lockdown e restrizioni varie non ha fatto in tempo ad essere risolta prima dell’attacco russo all’Ucraina innescando un effetto a catena le cui conseguenze non sono ancora del tutto quantificabili.

Aumento del costo dell’energia, mancanza di materie prime e stop agli scambi commerciali con la Russia stanno causando una diminuzione delle proiezioni di crescita e un aumento dell’inflazione tanto esorbitante da far parlare gli analisti di “inflazione di guerra” dove il sistema economico si adegua alle priorità belliche impennando il costo della vita.

Prezzo altissimo alla sua stessa guerra lo sta pagando la Russia. Il Fmi prevede una forte contrazione dell'economia russa nel 2022, con un calo del Pil di circa l'8,5% e un ulteriore calo di circa il 2,3% nel 2023. L'inflazione triplicherà al +21,3% (da una previsione del 6,7% fatta nel 2021) e la disoccupazione raddoppierà al +9,3% (dal +4,8% nel 2021). A pesare, oltre alle sanzioni economiche, anche la scelta dell’Europa di sdoganarsi definitivamente dalla dipendenza energetica russa cercando nuovi e differenti fonti di approvvigionamento.

Italia e Germania, il peso della guerra sul Pil

I paesi che, infatti, stanno soffrendo di più sono proprio quelli più dipendenti dal gas e dal petrolio russi come Italia e Germania. Il Pil dell’Italia quest’anno di fermerà al 2,3% con un taglio di 1.5 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio quando la crescita veniva data al 3,8%. Peggio dell’Italia sta solo la Germania il cui Pil è dato in ribasso dell’1,7% rispetto alle stime di gennaio e fermo al 2,8%. Germania e Italia sono i due paesi della zona euro che più dipendono energeticamente dalle forniture russe e che, quindi, più risentono della situazione in corso.

Spagna e Francia, la penalizzazione è minore

A conferma di ciò il fatto che, al contrario, Spagna e Francia – più autonome da un punto di vista energetico – subiranno una minore contrazione di crescita. Il Pil spagnolo, infatti, crescerà del 4,8% perdendo un solo punto percentuale rispetto alle stime di inizio anno e quello francese si stabilizzerà al 2,9% con -0,6%.

Di tutta la zona euro, quindi, solo la Spagna mantiene una proiezione di crescita vicina al 5% mentre altrove il 2022 si chiuderà con un bagno di sangue se confrontato al 2021. Basti pensare che la Francia ha chiuso il 2021 con una crescita del prodotto interno lordo del 7,7% mentre dirà addio al 2022 con una crescita del 2,9%.

I paesi extra europei

Anche il Regno Unito paga dazio all’attuale congiuntura economica con stime di crescita al 3,7% con un ribasso di un punto percentuale rispetto a gennaio. Non va meglio a oriente con il Giappone che, dopo un devastante 2021 chiuso con una crescita dell’1,6% terminerà il 2022 al 2,4% ma comunque in ribasso dello 0,9% rispetto alle stime di gennaio.

Per Stati Uniti e Canada infine il ribasso delle stime è meno evidente con gli Stati Uniti che cresceranno lo 0,3% rispetto alle stime di gennaio e si fermeranno al 3,7% e il Canada che perde lo 0,2% al 3,9%.

Meno crescita più inflazione

Diminuisce la crescita e s’impenna l’inflazione soprattutto a causa degli aumenti dei prezzi delle materie prime indotti dalla guerra. Secondo le ultime proiezioni l’inflazione nel 2022 per le economie avanzate arriverà in media al 5,7% mentre nei mercati emergenti sfiorerà l'8,7% rispettivamente 1,8 e 2,8 punti percentuali in più rispetto alle proiezioni dello scorso gennaio.

Secondo l’Istat, però, in termini di inflazione l’Italia sta soffrendo meno del resto dell’Europa A marzo l’aumento dei prezzi è stato del 6,7& leggermente sotto la media dell’area euro di 7,5%. La Spagna ha chiuso il mese con un devastante + 9,8% mentre in Olanda, Belgio e Paesi baltici ha superato il 10% .

Cosa determina l’aumento dell’inflazione

Oltre al peso degli energetici con il gas e il petrolio che dopo una prima impennata stanno tornando a livelli prebellici è il costo delle dettate alimentari ad essere influenzato dalla chiusura degli sbocchi sul mar nero e dal blocco dell’import export con Russia e Ucraina. Il Fao Food Price Index, indice delle quotazioni globali delle principali derrate alimentari, è salito a marzo ai massimi da quando l’indicatore è stato creato nel 1990. L’indice Fao sui cereali nel primo mese di guerra è salito del 17,1% a marzo rispetto a febbraio. Lo stesso vale per gli oli vegetali che sono rincarati del 23% in marzo.

A catena sono aumentati latte e derivati (più 2,6%) e carni (più 4,8%). Se il costo della vita in Europa e Occidente è aumentato riducendo il potere d’acquisto delle famiglie e mettendo in crisi l’economia che, comunque, pare essere in grado di reggere il colpo le prospettive per i paesi emergenti e in fase di sviluppo sono devastanti con il rischio di una nuova ondata di povertà estrema a medio termine che metterà in ginocchio i paesi più deboli

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