Economia

Perché l'Italia tartassa ancora le pensioni

Cambiano i governi ma non l'idea di sforbiciare le pensioni di chi ha lasciato il lavoro

inps-pensioni

Guido Fontanelli

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Ci risiamo. Il governo cambia colore, ma non perde la tentazione di mettere le mani nelle tasche dei pensionati, considerati ormai come una specie di bancomat tappabuchi. Accanto al progetto «quota 100», fortemente voluto dall’ala leghista per facilitare l’uscita in anticipo dal lavoro, sottotraccia avanza infatti anche il piano pentastellato per colpire cosiddette «pensioni d’oro». L’idea allo studio sarebbe quella d’introdurre il prossimo anno un contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici che superano i 4.500 euro netti mensili (circa 90 mila euro lordi annui), modulato su diversi scaglioni come fece il governo Letta per il triennio 2014-2016. In più circola anche l’ipotesi di un abbattimento del 25-50 per cento dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni superiori ai 2.500 euro netti mensili. L’obiettivo di questi interventi sarebbe quello di incassare tra i 200 e i 300 milioni l’anno colpendo una platea, calcola la Cisl pensionati, di circa 2 milioni di persone. Al di là degli aspetti tecnici e dei possibili rilievi costituzionali, l’ennesima sforbiciata alle pensioni d’oro colpirebbe una categoria che, come si dice, «ha già dato» e che meriterebbe piuttosto una riduzione della pressione fiscale.

«Da circa 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi» spiega Stefano De Iacobis della Cisl pensionati, «spesso contraddittori e con l’unico scopo di produrre risparmi di sistema e non finalizzati a sostenere lo stesso sistema previdenziale; in alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione, mentre in altri le prestazioni hanno subito differenti indicizzazioni che hanno tuttavia prodotto una riduzione strutturale e non più recuperabile nel valore delle prestazioni». Risultato: a causa delle norme che si sono susseguite in questi ultimi 20 anni, i pensionati hanno perso quasi il 20-30 per cento del loro potere d’acquisto, anche chi ha versato tutti i contributi. Gli ultimi interventi sono stati quelli del governo Monti con il blocco della perequazione per le pensioni oltre i 1.443 euro lordi mensili negli anni 2012-2013 e quello del governo Letta che prevede un’indicizzazione piena all’inflazione solo per i trattamenti sotto i 1.522 euro lordi mensili.

«In sostanza» sottolinea De Iacobis, «in base al meccanismo di rivalutazione Letta, per una pensione di mille euro al mese, nel 2018, l’aumento è stato pari a circa 110 euro l’anno, mentre per le pensioni di importo superiore le sei volte il minimo Inps (parliamo di circa 3.050 euro lordi e quindi di circa 2 mila netti, non proprio una pensione d’oro) la rivalutazione è stata riconosciuta al 45 per cento». Secondo i calcoli di Antonio Pellegrino della Spi-Cigl, «il blocco della perequazione operato negli anni 2012 e 2013 ha provocato per i pensionati una perdita complessiva di 3,9 miliardi nel 2012 e 4,5 miliardi nel 2013. Il taglio medio mensile varia da 103 a 306 euro lordi e si protrae per tutta la vita della pensione, compresi gli eredi in caso di pensione di reversibilità».

Oltre a vedere il proprio tenore di vita erodersi con l’inflazione (che per fortuna per ora è bassa), i pensionati subiscono una tassazione più pesante rispetto ai lavoratori: un’analisi della Spi-Cgil mostra per esempio che a fronte di un reddito di 15 mila euro annui, se questo è uno stipendio da lavoro dipendente l’Irpef è pari a 1.886 euro mentre se è una pensione l’imposta sale a 2.153 euro (vedere tabella in alto). Un effetto paradossale, provocato dalla mancanza, per i pensionati, della detrazione da lavoro dipendente. Cornuti e mazziati.

Non solo. Negli altri Paesi europei i pensionati vengono tassati molto di meno. Qui ci viene di nuovo in aiuto la Cisl (vedere tabella a sinistra) da cui si ricava che, a fronte di una pensione annua di 19.789 euro lordi (tre volte il minimo), in Italia si pagano 4 mila euro di Irpef (il 20 per cento), mentre in Francia se ne versano mille (il 5 per cento) e in Germania appena 39 euro, lo 0,2 per cento. Quindi, se è vero che la previdenza italiana è generosa, è altrettanto vero che lo Stato si riprende con le tasse una bella fetta del malloppo.

Infine, c’è l’aspetto etico: che la pensione sia alta o bassa, è giusto che un reddito su cui una persona ha costruito il proprio progetto di vita dopo il lavoro sia ridotto unilateralmente dallo Stato? Ed è corretto che un governo decida che quell’importo è troppo alto, da ricchi, e vada decurtato? Lega e Movimento 5 stelle dovrebbero rifletterci bene. Per incassare cifre tutto sommato modeste, infatti, il governo rischia di far arrabbiare un bel po’ di italiani. Ai quali si aggiungono quei pensionati, come tanti artigiani, che dopo aver pagato i contributi prendono una pensione di 780 euro netti al mese e ora vedono lo stesso ammontare «regalato», grazie al reddito di cittadinanza, a chi di contributi non ne ha versato neanche l’ombra. 

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