Friuli, la crisi parte dall'edilizia

La Regione soffre: il settore edile ha perso 800 aziende e 5 mila posti di lavoro. Mentre dal 2007 il pil friulano è sceso di 7 punti, ci sono 70 mila tra lavoratori cassintegrati e in mobilità e la moria di imprese fa venire i brividi

In bici fra i caschetti

– Credits: Foto di Massimo Silvano per www.ilpicccolo.it

Antonella Bersani

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C’era una Regione dove il lavoro non era mai stato un problema. Quella stessa regione dove oggi persino i grandi studi notarili licenziano o mandano i dipendenti in cassa integrazione. C’era una regione che si è rimboccata le mani ricostruendo case e aziende dopo il terremoto, diventando un’eccellenza internazionale nel settore delle costruzioni. In quella stessa regione oggi migliaia di caschetti gialli di sicurezza hanno invaso piazza Unità d’Italia a Trieste a simboleggiare la grave crisi dell’edilizia. Di questi, 5.000 caschetti sono rossi. Tanti quanti sono i posti di lavoro che il settore ha lasciato sul campo.

Come già era avvenuto a febbraio a Milano a Piazza Affari, davanti al palazzo della Borsa, anche in Friuli Venezia Giulia la protesta organizzata degli edili di confindustria (Ance) mette a confronto finanza ed economia reale. Borsa Valori e cantieri. E ancora operai edili, ma anche progettisti, indotto e fornitori davanti al palazzo delle Assicurazioni Generali.

Una contrapposizione? Solo nei simboli, perché a Trieste servizi, finanza e assicurazioni sono una realtà solida, di valore e molto radicata nel territorio.  Ma i caschetti sono lì a testimoniare, come più volte ha sottolineato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che di sola finanza non si vive. Occorre ripartire dalla manifattura. “E il capoluogo friulano di manifattura ne ha già persa troppa, scendendo dal 13 per cento delle sue attività economiche sino al 10” testimonia il presidente della Confindustria triestina Sergio Razeto.

Il lavoro non si trova
Ha dunque un bel dire il presidente del Fmi Christine Lagarde che non c’è ripresa senza lavoro. Se l’industria manifatturiera piange, l’occupazione langue. E proprio sull’occupazione, persino in Friuli Venezia Giulia, tutti i parametri e le aspettative degli imprenditori restano negativi. “Le previsioni per i prossimi tre mesi raccolte tra gli imprenditori friulani, restano fosche soltanto per quel che riguarda l’occupazione. Nessuno assumerà, riassorbirà personale. Difficile che venga creata nuova occupazione” spiega Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est. E ormai lo sanno anche i bambini di prima elementare: senza lavoro non ci sarà ripresa dei consumi e dell’economia interna.
“D’altronde, finché tutti i parametri (ordini, produzione, attività impianti) restano negativi, difficile che accada diversamente” continua Marini “anche se, a dire il vero, dai nuovi dati sembra che la caduta violenta si sia arrestata e l’export resta la vera ricchezza dell’industria locale, sostenuto con prodotti tailor made, tanta innovazione e buon senso”. Vale a dire? “Alla maggiore competitività delle imprese estese, i friulani hanno risposto riducendosi i margini. Cioè rinunciando a un po’ di guadagno”.

Le ragioni della protesta
In Friuli il distretto del mobile arranca, l’occhialeria e la coltelleria pure. Le pmi sono in difficoltà “Ma è soprattutto l’edilizia la vera emergenza, perché anche se non lo si dice mai, è l’edilizia a trainare moltissimi settori manifatturieri” sottolinea Valerio Pontarolo, vicepresidente degli industriali friulani e presidente dei costruttori. “Senza costruzioni non si vendono mobili, interruttori, fili della luce e rubinetterie. Non lavorano operai, manovali ma anche ingegneri, progettisti, produttori di mattoni e altri materiali e l’80 per cento delle ricadute economiche di questo settore resta sul terriotio”.

Il quadro è fin troppo chiaro. In Friuli l’edilizia conta 2mila imprese per un totale di 10mila posti di lavoro. Considerando l’indotto, si arriva a quasi 50mila addetti “e questo significa che in Friuli una persona su dieci ha a che fare con l’edilizia” continua Pontarolo “Dal 2008 a oggi abbiamo già perso 5mila posti di lavoro e più di 800 aziende, e se la situazione non cambia, sarà anche peggio. Possiamo permettercelo?”.

La protesta di piazza Unità d’Italia coincide con gli Stati generali dell’edilizia. Una chiamata urgente in vista delle elezioni di fine mese, quando i friulani voteranno per il rinnovo della giunta regionale oggi guidata da Renzo Tondo e travolta da uno scandalo sui rimborsi spese dei consiglieri. “Abbiamo preparato un documento chiedendo interventi chiari e concreti, attuabili. Pensati in modo tale da non prestarsi ad eventuali scuse dei politici” continua il presidente “Sburocratizzazione, ad esempio. Introducendo la regola del silenzio assenso per sbloccare i provvedimenti e le autorizzazioni. Non è possibile che per un cantiere che dura tre anni se ne debbano passare sette a fare carta nei vari uffici pubblici prima di poterlo avviare”.

La crisi oltre l’edilizia
L’edilizia è uscita allo scoperto, ma la crisi economica non si ferma certamente a questo settore. In cinque anni il Prodotto interno lordo friulano è sceso di 7 punti, attestandosi sui 31 miliardi. Circa 50mila persone risultano cassintegrate e 20mila in mobilità. Le aziende agricole, nonostante il successo dei vini, sono calate di quasi il 9 per cento in due anni, quelle manifatturiere del 4,7, l’edilizia dell’1,8 e quelle legate a commercio e ospitalità hanno perso 2,3 punti di percentuale “e le cifre non rendono nemmeno bene quanto sia grave il problema” insiste Sergio Razeto.

Ed è un ritornello già sentito e sempre uguale: quello della freddezza delle cifre, che non rendono il dramma. “Il dramma si chiama anche siderurgia allo stremo, con l’ex gruppo Lucchini (oggi russo) in stato fallimentare portandosi dietro 500 dipendenti più altri 300 nell’indotto” racconta Roberto Cosolini, sindaco di Trieste. E alla Lucchini si aggiunge un’altra industria dell’acciaio, la Jindal (ex azienda italiana acquistata dagli indiani). “Qui non si tratta di chiedere aiuti, ma di riuscire a dare speranza alla gente” continua il primo cittadino, “altrimenti gli imprendiitori si sposteranno in Slovenia o in Carinzia, dove al posto delle tasse trovano agevolazioni e il costo dell’energia è molto più basso”.

Mentre i media sono puntati sui cantieri navali di Monfalcone (Fincantieri) e sulla recente protesta dei portuali, i dati della Cisl sulle aziende medie e piccole in difficoltà sono impietosi. Nel settore chimico, si contano una sessantina di aziende traballanti, per un totale di circa 3mila lavoratori coinvolti. E un po’ in tutti i settori, dall’occhialeria all’abbigliamento, dai calzaturifici alla plastica continuano a saltare piccole imprese, portandosi dietro dai dieci ai 30 dipendenti. “Se facciamo una somma, le cifre sono impressionanti, ma soprattutto ci accorgiamo che sta venendo meno una delle caratteristiche del nostro territorio” conclude Razeto “Quelle Pmi che sono state la forza dell’economia italiana e del nord est. E non abbiamo nulla che le possa sostituire”.

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