Euro

Tetto anti-spread: la Germania tra falchi e colombe. Perché i tedeschi continuano a dire no a Draghi

L'intransigenza della Bundesbank, le timide aperture della Merkel e le spaccature tra i partiti. In un mare di divisioni, Berlino fatica a proporre una propria ricetta contro la crisi. Tutto sulla crisi dell'Euro

La cancelliera tedesca Angela Merkel con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann (Credits:LaPresse)

Applaudito dai mercati finanziari, ostacolato a Berlino e Francoforte. Così, nell'arco di appena 24 ore, è stato accolto il presunto piano di Mario Draghi e della Banca Centrale Europea (Bce) per creare un tetto anti-spread , cioè un programma di acquisti dei titoli di stato dei paesi dell'Eurozona in difficoltà, allo scopo di stabilizzare l'intera Unione Monetaria.

Le borse continentali hanno apprezzato l'impegno di Draghi, aprendo stamani con rialzo tra lo 0,5 e oltre l'1%. Peccato, però, che i vertici della Bce si siano subito affrettati a precisare che il piano anti-spread, anticipato da alcune indiscrezioni di stampa, in realtà non sia ancora in cantiere e che, al momento, “appare prematuro parlarne”.

TUTTO SULLA CRISI DELL'EURO

Le smentite dell'Eurotower (sede della Bce) hanno probabilmente lo scopo di non allarmare troppo la Germania, dove le ricette ideate per uscire dalla crisi sono ben diverse da quelle di Draghi e si basano ancora una volta sulle politiche di rigore nei bilanci pubblici. Politiche che, a detta delle autorità di Berlino, vengono ben prima della possibilità di un intervento massiccio sul mercato, da parte della Banca Centrale.

TRA FALCHI E COLOMBE.

A dire il vero, la ricetta tedesca per salvare Eurolandia non appare al momento ben chiara. Le autorità politiche ed economiche della Germania sembrano infatti divise tra “falchi” e “colombe”, cioè tra le posizioni di chi predica l'austerity a oltranza e di chi apre, seppur timidamente, alla possibilità di lasciare carta bianca alla Bce.

TUTTE LE MISURE NECESSARIE PER SALVARE L'EUROPA

IL RIGORE DELLA BUBA.

A guidare il fronte dei rigoristi è senza dubbio la Bundesbank (Buba), cioè la banca centrale tedesca che ha un'idea ben chiara di quali sono i compiti assegnati a Draghi. Per il presidente della Buba, Jens Weidmann , il mandato della Bce consiste esclusivamente nel vigilare sulla stabilità dei prezzi all'interno dell'Unione Monetaria, che vuol dire tenere a bada l'inflazione. Non c'è spazio, dunque, per massicci acquisti di titoli di stato dei paesi in difficoltà, come l'Italia o la Spagna, che potrebbero invece avere un effetto destabilizzante sui bilanci della stessa Bce, esponendoli a un livello di rischio eccessivo. E' una posizione, questa, che gli economisti della Buba hanno esposto a chiare  lettere  anche nel loro ultimo bollettino mensile pubblicato ieri, dove hanno ribadito un principio: il compito di salvare l'Eurozona non spetta alla Bce (che  risponde in piena autonoma ai dettami del proprio Statuto) bensì ai governi dei paesi di tutto il Vecchio Continente.

L'IMBARAZZO DELLA MERKEL.

I falchi della Bundesbank hanno dunque buon gioco nello scaricare la patata bollente sulla cancelliera tedesca, Angela Merkel, che oggi si muove con sempre maggiore imbarazzo sullo scacchiere internazionale. Dopo aver perso l'appoggio della Francia (con l'insediamento all'Eliseo del socialista Francois Hollande), la cancelliera non vuole certo passare alla storia come l'artefice  della fine dell'euro ma non può dare il via libera ai piani di Draghi poiché si trova stretta tra i veti della propria banca centrale.

Inoltre, la Merkel non può permettersi neppure qualche timida apertura nei confronti della creazione degli Eurobond, i titoli di stato rappresentativi del debito pubblico di tutti i paesi di Eurolandia: un'altra soluzione proposta da più parti per mettere in sicurezza l'Unione Monetaria. “Finché sarò in vita, non si faranno”, ha detto in sostanza qualche mese fa la cancelliera, ben conoscendo  l'opinione pubblica tedesca: in una “vulgata” forse un po' rozza, gli Eurobond sono infatti considerati come un mezzo furbesco per far pagare ai contribuenti tedeschi il debito enorme dei paesi mediterranei più spendaccioni, dall'Italia alla Spagna fino alla Grecia.

PARTITI DIVISI.

E così, per il governo di Berlino i margini di manovra sono molto stretti e non resta che percorrere la strada più semplice: quella di predicare il rigore di bilancio, anche per la disastrata Grecia, messa in ginocchio  proprio dall'austerithy che tanto piace ai tedeschi. Ormai, per la Germania, la Repubblica Ellenica è diventata un partner scomodo che qualcuno, nel governo di Berlino, vorrebbe addirittura vedere presto fuori da Eurolandia, per poter poi giustificare di fronte all'opinione pubblica nuove politiche di sostegno ai paesi meno disastrati della Grecia, come l'Italia e la Spagna.

Non sarà però facile, anche su questo fronte, vincere le resistenze di alcune forze politiche da cui oggi dipende il destino politico della stessa Merkel, come i suoi  alleati liberali della Fdp e i cristiano sociali bavaresi della Csu (ben più intransigenti della cancelliera nel sostenere le politiche di rigore). In questo contesto, una sponda per il governo di Berlino potrebbe arrivare paradossalmente dall'opposizione dei verdi e dei socialdemocratici della Spd. Il leader ecologista Joschka Fischer, ex-ministro degli esteri nel governo di Gerhard Schroder, è infatti tra i pochi politici di rango che si è dichiarato apertamente favorevole agli Eurobond (assieme al presidente dell'Europarlamento Martin Schulz). Più sfumata è invece la posizione del presidente della Spd Sigmar Gabriel che, agli inizi di agosto, ha proposto un referendum costituzionale, con cui i tedeschi possano decidere se dare il via libera  o meno alla creazione di un debito pubblico comune a tutti i paesi dell'Unione Monetaria (che, in altre parole, significa creare gli eurobond).

LA SENTENZA DI KARLSRUHE.

Prima di discutere questi argomenti, tuttavia, la cancelliera Merkel dovrà affrontare un altro scoglio: quello rappresentato dallo prossima sentenza della Corte Costituzionale tedesca, che  il 12 settembre dovrà decidere sulla legittimità dell'Esm (European Stability Mechanism), il meccanismo europeo di stabilità, destinato a sostituire presto il fondo Salva-Stati. Nel caso di un parere sfavorevole della Consulta, il processo di salvataggio dell'Eurozona potrebbe subire una brusca retromarcia. A quel punto, falchi permettendo, soltanto la Bce di Mario Draghi sarà probabilmente in grado di fermare una nuova tempesta sui mercati.

PERCHE' LA SENTENZA DELLA CORTE TEDESCA E' COSI' IMPORTANTE

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