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(Ansa)
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Economia

Brambilla: «Sulle Pensioni bene il Bonus Maroni, per il resto serviva più meritocrazia»

Il presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali analizza i le novità introdotte dal Governo nella Legge di Bilancio sul tema pensioni

Quota 103, rivalutazione dell’indicizzazione delle pensioni, aumento della cosiddetta pensione minima e novità sul fronte Opzione Donna. Lo spazio per il capitolo pensioni all’interno della Legge di Bilancio presentata dal Governo è ampio e articolato.

Superare la Legge Fornero e ridare equilibrio al sistema contributivo nostrano era l’impegno chiave di questa prima tappa del mandato governativo e le promesse sono state pressocchè rispettate come sottolinea Alberto Brambilla Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali che a Panorma.it spiega: “Il sistema pensionistico regge, in generale, se c’è un rapporto decoroso tra numero di lavoratori attivi e pensionati. Ora noi in Italia – ci dice Eurostat – siamo in fondo a tale classifica; cioè abbiamo circa 1,45 lavoratori attivi per ogni pensionato e su questo squilibrio si sarebbe dovuta basare non soltanto questa Legge di Bilancio, ma anche le precedenti”.

Secondo Brambilla “In questa legge di Bilancio una novità positiva è la ripresa del cosiddetto bonus Maroni del 2004 che consente ai lavoratori che hanno maturato il diritto a andare in pensione, ma scelgono di rimanere al lavoro di incamerare in busta paga il 9,19% che sarebbe il contributo che avrebbero dovuto versare all’Inps. Continuando a lavorare se lo tengono in busta paga e cosi invece di 2000 euro lordi se ne trovano 200 euro in più e questa è una buona mossa per cercare di mantenere le persone a lavoro. Poi c’è la famosa Quota 103 che prevede la possibilità di andare in pensione con 41 anni di anzianità contributiva e 62 di età. Secondo il mio punto di vista sarebbe stato più saggio prorogare Quota 102 che prevede la possibilità di andare in pensione a 64 di età e 38 di contributi e bisogna tenere conto che in termini di costi per la sostenibilità del sistema conta molto di più l’età anagrafica che l’anzianità contributiva e Quota 102 era molto meno costosa di Quota 103 che costa quasi 2 miliardi”

“Poi - puntualizza il Presidente Brambilla - bisognerà vedere se la gente deciderà di andare in pensione a 62 anni perché la maggior parte di coloro che adesso vanno in pensione hanno almeno la maggior parte della stessa calcolata con il metodo contributivo. Pertanto se io vado in pensione a 64 anni prendo un bel po’ di più rispetto alla scelta di uscire dal mondo del lavoro a 62. Quindi è probabile che a scegliere questa opzione non siano 48mila persone come si dice, ma al massimo 12, 13 mila. La maggior parte della platea sceglierà i 42 anni e 10 mesi”

Novità anche sul fronte di Opzione Donna, mentre resta confermato nelle sue modalità Ape sociale con l’opzione di andare in pensione a 62 anni d’età e 30 o 32 anni di contributi a seconda dello svolgimento di un lavoro gravoso o meno

“Opzione Donna – spiega Brambilla - prevede un cambiamento rispetto all’impostazione della forma precedente. Prima si andava in pensione a 58 anni e 35 di contributi se dipendenti a 59 anni e 35 se autonomi. Ora si va in pensione tutte a 58 anni se si hanno 2 o più figli; a 59 se si ha un figlio solo e a 60 anni tutte le altre. Questa variante – utilizzata già in diversi paesi d’Europa – va a premiare la fatica fatta dalla donne madri lavoratrici per una vita intera. L’anticipo pensionistico in funzione del numero dei figli è una sorta di forma risarcitoria per donne che hanno lavorato 35 anni dividendo la vita tra ufficio e famiglia. Mi pare una premialità che non è fuori posto; ma dato che in Italia si fa polemica su tutto non poteva venire esclusa anche questa scelta dal coro degli assegni”.

Molto dibattuto è anche il nuovo meccanismo di rivalutazione delle pensioni che elimina i vecchi tre scaglioni e introduce sei nuove fasce. Come spiegato dal Governo dal primo gennaio 2023, alla prima fascia di pensionati viene garantita una rivalutazione piena: si tratta degli assegni dal valore fino a 4 volte quello della pensione minima Inps di circa 525 euro, ovvero le pensioni di circa 2.100 euro lordi. La rivalutazione in questo caso è dunque del 100%, che scende all’80% per i trattamenti inferiori o pari a 2.625 euro (si tratta degli assegni pari o inferiori a cinque volte il minimo). Agli assegni compresi tra i 2.626 e i 3.150 euro (tra cinque e sei volte il minimo) spetta invece una rivalutazione del 55%, che scende al 50% per gli assegni compresi tra i 3.151 e i 4.200 euro (tra sei e otto volte la pensione minima), al 40% per quelli tra 4.201 e 5.250 euro (tra otto e dieci volte il minimo) e al 35% per le pensioni che superano quest’ultima soglia. Secondo Alberto Brambilla si tratta di una scelta sbagliata che elude il principio meritocratico che dovrebbe guidare la linea politica del Governo.

“Rivalutare del 120% le pensioni basse – dichiara Brambilla - significa dare un premio a coloro che non hanno mai versato imposte e contributi e se non hanno versato contributi vuol dire che non hanno versato tasse e quindi sono stati a carico della collettività per 65 anni. Certo, la collettività non li lascia morire di fame e quindi gli da una pensione o un assegno sociale che sarà anche basso come si dice però viene corrisposto nonostante si sia arrivati a 65 anni senza pagare mai tasse e contributi. Nessuno nega il diritto a prendere quei 400, 500 euro che lo Stato concede loro, ma andare addirittura a rivalutare del 120% dell’inflazione queste pensioni e tagliarle a quelli che hanno sempre pagato le tasse e che hanno il diritto ai loro 2.500, 3.000 euro di pensione (che poi non sono tante le persone così, ma ci sono) questa è una cosa assurda”

Conclude il Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: “Per un Governo che ha puntato tutto sulla meritocrazia una simile scelta significa sputare sul merito. Non solo quelli che prendono l’integrazione al minimo non pagano un euro di Irpef ma hanno addirittura diritto a una rivalutazione del 120%.

Gli altri che, poverini, si sono caricati fino al 37, 40% di Irpef con un’inflazione al 7,4% finiranno in media per prendere la metà dell’inflazione in termini di rivalutazione”

Conti alla mano, secondo Brambilla, il nuovo meccanismo non sembra equo come spiega ancora: “Quindi quelli che hanno sempre versato tasse e contributi alla fine prendono la metà degli altri, il che vuole dire che la loro pensione a vita si svaluta di circa il 4%. In parole povere se campano – per dire - ancora 10 anni per ogni anno avranno una rivalutazione che – in realtù - non c’è. Non mi aspettavo che questo Governo facesse queste sei fasce qui. Non tanto per la perdita – che comunque è veramente alta – ma è come dire alla gente che anche se tu sei stato bravo noi non possiamo andare a prendere i soldi altrove e quindi li prendiamo da te. Di questo passo è come se arrivasse qualcuno che dice ‘tu hai tre case, ma sono troppe; quindi te ne togliamo una’ e mi sembra barbaro. Capisco che la Legge di Bilancio – che nel complesso mi sembra equilibrata – sia stata fatta in 10 giorni, ma su questo fronte anche questo governo è caduto sul merito”.

Nel complesso, secondo Brambilla, la Legge di Bilancio è comunque positiva soprattutto sul fronte del costo del lavoro.

“Data la situazione grave, l’inflazione galoppante, la forte tensione sui prezzi delle materie prime - che poi si sono travasate sul mondo del consumo - e dato il poco tempo a disposizione io la trovo una Legge di Bilancio prudente, ragionevole, equilibrata e il mio non può che essere un giudizio positivo. Anche sul reddito di cittadinanza trovo che ci si stia muovendo in maniera positiva. Mi piace l’idea di far studiare i percettori di reddito che stanno sul divano e non studiano e non lavorano. Ottima cosa anche il taglio del costo del lavoro. Draghi aveva inserito 600 euro che il Ministro Giorgetti ha portato a 3.000 euro il che significa ridurre il cuneo fiscale del 15% per i redditi fino a 26.000 euro lordi. Veramente con questa manovra si è gettato un ponte e una potente iniziativa e risposta robusta al problema del costo del lavoro. Era dal 1986 che non si modificava la struttura del salario differito al netto di imposte e contributi. Occorreranno altre misure ma la linea è chiara, molto forte, rubusta e positiva”.

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