Una maniacale sovranità di caduta
Una maniacale sovranità di caduta
Cultura

Una maniacale sovranità di caduta

Se avete voglia di farvi strizzare il cervello, di immolarlo al piacere senza contropartita della lettura e siete abbastanza spiritosi da lasciarvi manipolare da un torturatore nevrotico e ossessivo di professione, vi consiglio di leggere Una sfida di Patrick …Leggi tutto

Se avete voglia di farvi strizzare il cervello, di immolarlo al piacere senza contropartita della lettura e siete abbastanza spiritosi da lasciarvi manipolare da un torturatore nevrotico e ossessivo di professione, vi consiglio di leggere Una sfida di Patrick Süskind. È il racconto, giustamente contenuto nella raccolta Ossessioni, di una partita di scacchi che si tiene ai giardini du Luxembourg, in un tardo pomeriggio di agosto. A fronteggiarsi sono il campione di tutti i tornei, e un nuovo arrivato: è lo sfidante ad attirare l’attenzione della piccola folla: «un giovane dai capelli neri, la carnagione pallida».

La partita inizia: il giovane prende i neri. Non dice una parola, non cambia espressione, solo di quando in quando» fa «rotolare tra le dita una sigaretta spenta»; pare «la nonchalance in persona». La folla ne ha paura, ne è attratta: è convinta che si tratti di un eccellente giocatore capace di compiere il miracolo di battere il matador degli scacchi. Il quale è tutt’altro che affascinante: «un ometto con le mani tremanti, i capelli radi, il naso rosso vino». Ma è bravissimo, sebbene non geniale: ha «l’odiosa caratteristica, in grado di logorare e irritare i suoi rivali, di non commettere errori».

Il giovane fa una mossa che gela la platea: apparentemente assurda, incomprensibile, una spinta in avanti della regina, che ora sta lì, «bella, incredibilmente bella, solitaria e fiera in mezzo alle file del nemico….». Un affronto, un oltraggio alla maestà delle regole. La folla ha un fremito di meraviglia dopo l’altro, sobbalza dallo scandalo, ma qualcosa si insinua nella psicologia egli spettatori tale da suggerire che deve esserci un motivo, elusivo e perfetto, per una tale folle strategia, e il motivo può essere solo la spregiudicatezza del grande giocatore, il saper fare del circense mentale.

Forse lui vede qualcosa che loro non vedono? Nessuno osa sussurrare: calcolano che il bianco ha un vantaggio di tre, quattro, cinque pedoni sul nero, ma «a che serve questo vantaggio numerico contro un avversario che chiaramente pensa in modo strategico, che non bada ai pezzi ma alle posizioni, allo sviluppo, all’attacco repentino e fulmineo?».

D’ora in poi l’enigma non è dato dalle mosse dei pezzi o dalla regole del gioco, ma è tutto fuori, nel comportamento dei personaggi e dei loro simulacri sulla scacchiera: in definitiva, è tutto dentro le nostre teste. La torsione a cui Süskind costringe gli spettatori ai giardini, e noi, è quasi insopportabile. Il giovane pare infilarsi pezzo dopo pezzo dentro la sconfitta, ma il suo volto è «immobile, tranquillo e meditabondo, pallido, borioso e bello». Gli astanti non capiscono perché giochi così, «e non vogliono nemmeno saperlo»: forse sospettano che sfidi il destino, sì, ma «lo stesso vorrebbero saper giocare come lui: grandioso, sicuro di vincere, napoleonico». Non dà conto raccontare come finisce, svitare il meccanismo di questo mistero snervante.

Il severo esercizio logico degli scacchi, quella «pura follia» di cui parlava Giorgio Manganelli, tutto tra matematica e manicomio, qui viene portato allo spasimo fino a cadere nella apparente illogicità: dove gli scacchi ricalcano in modo sempre diverso l’assurdità rigida del mito, la imprevedibilità ricorsiva della storia, l’arbitrarietà languida delle fiabe, la partita raccontata da Süskind è un solpsistico esercizio in cui vincere o perdere sono la stessa cosa, in virtù di una maniacale sovranità di caduta.

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