Ulisse sperduto nel mondo. La dolcezza dell’epica e la violenza della vita
Ulisse sperduto nel mondo. La dolcezza dell’epica e la violenza della vita
Cultura

Ulisse sperduto nel mondo. La dolcezza dell’epica e la violenza della vita

Per caso (?), nel giro di qualche minuto mi sono capitati sotto gli occhi due passi che sembrano straordinariamente simmetrici. Contengono coppie di opposti: il mito eternamente rigenerato da una parte, la coazione congelata dall’altra; la memoria come …Leggi tutto

Per caso (?), nel giro di qualche minuto mi sono capitati sotto gli occhi due passi che sembrano straordinariamente simmetrici. Contengono coppie di opposti: il mito eternamente rigenerato da una parte, la coazione congelata dall’altra; la memoria come lenimento e serbatoio collettivo, e il ricordo come costruzione e  incantamento malvagio; la clemenza del passato e l’eterno presente; la dolcezza dell’epica e la violenza della vita.

In uno l’uomo ricorda un tempo in cui era insieme ai suoi compagni, sotto la luce gelida della luna; nell’altro è solo. Nell’uno immagina, nell’altro ha il punto di vista della pecora nel gregge.

Non c’è dubbio che se il primo riconosce l’epifania del mito che si fa biografia (Odisseo,” l’uomo dai molti percorsi“, è ciascuno di noi), il secondo è una testimonianza di una svolta dell’epica contemporanea, quel tempo iniziato nel XX secolo, tuttora afono e dolorante, dell’individuo solo e auto-centrato, senza più dèi a vegliare su di lui, senza sguardi di animali amici quando approda, di notte, nei porti di terre straniere, per il quale le peregrinazioni sono infinite ma tutte uguali, senza ritorno e senza amore, e tutto il mondo è sterile e ostile. Eccoli.

 

«Non capivo di dove, affiorava in me ognitanto, con l’evidenza d’un fatto occorsomi, un ricordo. Era inverno e con altri mi trovavo su una barca (o una nave?) a costeggiare di notte (in che parte?) la Grecia; quando, a farmi fantasticare chi potesse a quell’ora vegliare sulla montagna, apparve, altissimo sul nostro capo, un lume. Certamente, conclusi, dei pastori riparati col gregge in uno stabbio.

Al ricordo trasalivo; ma non riuscivo a collocarlo nel tempo (quando mai ero stato in Grecia?), sarà, mi dicevo, l’impronta in me lasciata da un sogno; succede! Finché ieri, aprendo per caso lOdissea, capii: l’avventura l’avevo vissuta in due versi di Omero».

Camillo Sbarbaro, «Il Mondo», 18 dicembre 1956

 

«19 novembre. La lettura del diario mi commuove. Forse per il motivo che al presente non ho più la minima sicurezza? Ogni cosa mi si presenta come costruzione. Ogni osservazione altrui, ogni sguardo casuale rimescola ogni cosa dentro di me, persino cose dimenticate e del tutto insignificanti.

Sono più incerto che mai, sento soltanto la violenza della vita. E sono insensatamente vuoto. Sono davvero come una pecora sperduta nella notte e sui monti o come una pecora che la rincorre. Essere così perduto e non avere la forza di farne un lamento!»

Franz Kafka, Diari – 1913

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